È difficile pensare di scrivere un articolo dedicato o anche solo immaginato per Alberto Alesina. Mancano molto le sue idee e la sua voce; e tutte le dediche apocrife che vengono di solito fatte più che «omaggi a» assomigliano spesso a «dispetti a». Ecco perché il modo migliore per tenere viva la memoria dei suoi modelli e delle sue intuizioni potrebbe essere quelle di riprenderle, rimetterle al centro, con la stessa libertà di pensiero che ha sempre contraddistinto il suo modo di agire e di teorizzare, libero, davvero libero, da qualsiasi preconcetto o idea dominante. Oggi per esempio avrebbe senso tornare, e sono passati ben tredici anni di nulla da quell’aprile 2007, alla proposta “aliquote rosa, più che quote rosa” che Alberto Alesina e Andrea Ichino iniziarono a proporre al Paese negli anni di governo di Romano Prodi. La questione è piuttosto semplice e tutt’altro che assorbita dall’attuale sistema fiscale o contributivo, e ancor più lontana da quello politico: le donne hanno un tasso di occupazione più basso di quello degli uomini. Questo, inutile ripetersi, accade per questioni biologiche e culturali. Le donne affrontano periodi di gravidanza che inevitabilmente influenzano ancora la loro appetibilità rispetto al mondo del lavoro, così come, ancora, piaccia o no, sono coloro che si occupano con maggiore frequenza e costanza della famiglia, sobbarcandosi la gestione della casa e del nucleo domestico. Tutto questo genera una discriminazione che, anche a distanza di quasi quindici anni dalle proposte di Alesina e Ichino, non ha percepito cambiamenti sensibili[1].

Come dice Alesina, «Per queste ragioni (ndr. questioni “biologiche” e “culturali”), la partecipazione femminile alla forza lavoro è più bassa di quella maschile in quasi tutti i Paesi del mondo ed è soggetta a interruzioni durante l'età fertile con conseguenze negative per la carriera. Nella famiglia tipica l'uomo lavora "comunque", ossia variazioni di salario netto e/o di condizioni di lavoro non cambiano molto la decisione dell'uomo di far parte della forza lavoro. Invece, le stesse variazioni influenzano in modo marcato la decisione delle donne. Una montagna di evidenza empirica, ottenuta da studi su molti Paesi Ocse, dimostra che l'offerta di lavoro maschile è molto meno sensibile al livello del salario al netto delle imposte rispetto all'offerta di lavoro femminile»[2]. Ed ecco qui la proposta, quello che, ironicamente, lo stesso Alesina definisce “il miracolo”: ridurre le tasse sul reddito da lavoro per le donne e aumentarle per gli uomini. Questa semplicissima soluzione risulta particolarmente efficiente in quanto è possibile configurarla riducendo l'aliquota delle donne più di quanto si debba aumentare quella degli uomini, lasciando il gettito fiscale invariato. È una misura che riduce anche la pressione fiscale media pur a parità di gettito.

«Questo "miracolo" è possibile perché, come si è detto, gli uomini hanno un'offerta di lavoro rigida. Se fossero tassati di più, ridurrebbero poco la loro offerta di lavoro e il gettito fiscale generato dal loro reddito aumenterebbe in modo considerevole anche a seguito di un incremento minimo dell'aliquota. Viceversa, proprio perché l'offerta di lavoro femminile è più elastica, una riduzione anche forte dell'aliquota fiscale applicata alle donne non diminuirebbe molto il gettito fiscale prodotto dalle loro retribuzioni perché crescerebbe l'occupazione femminile e quindi la base imponibile su cui quella minore aliquota si applicherebbe. Questo è l'abc della scienza delle finanze: uno dei principi cardine della teoria della tassazione ottimale è che sia efficiente tassare di più i beni la cui offerta è rigida e di meno quelli la cui offerta è elastica».[3]

L’equità di questa proposta risiede oltretutto nel compensare le donne per i costi culturali e biologici di cui si è detto. Non solo. Alesina dimostrava con questo approccio anche la sua personale lettura contro lo stato paternalistico che per sostenere la curva demografica e facilitare l’accesso delle donne nel mercato del lavoro, al posto di riequilibrare e favorire i nuclei familiari per mezzo di una migliore distribuzione delle entrate familiari e un aumento del reddito, preferisce, da una parte accedere alla spesa pubblica per aumentare, ad esempio, la presenza degli asili-nido, e dall’altro raggiungere gli obiettivi minimi di occupazione femminile per mezzo di imposizioni quantitative e vincoli amministrativi (quote rosa), difficili da applicare e far rispettare. Quelle che Alesina definiva “affirmative action” sono invece i meccanismi mediante i quali sostenere un ciclo virtuoso, come il favorire le donne al momento dell'assunzione e delle promozioni sul luogo di lavoro.

«Come per l'inquinamento il modo migliore di abbatterlo è tassarlo, così per la discriminazione il modo migliore per combatterla è renderla più costosa per chi la pratica. […] Si dirà che le donne non lavorano in Italia per la mancanza di asili nido. A prescindere dal fatto che, data la bassa natalità nel nostro Paese, sembra difficile che la scarsità di asili nido possa spiegare il record del basso tasso di occupazione femminile italiano, l'aumento del reddito familiare ottenuto, appunto, con minori aliquote complessive e più occupazione femminile creerà la possibilità di sostenere il ricorso ad asili nido (o babysitter) da parte di madri che attualmente sono costrette a restare a casa perché altrimenti guadagnerebbero troppo poco per finanziare la cura dei figli. Infine, la proposta contribuirebbe a dare alle donne maggiore potere contrattuale nella famiglia e quindi le aiuterebbe a ottenere dai loro mariti un maggior contributo in casa, soprattutto per la cura dei figli, probabilmente a beneficio dei figli stessi che vedrebbero entrambi i genitori in modo molto più equilibrato di quanto attualmente accada».

All’uscita della proposta arrivano feroci critiche a dire il vero, eppure quasi tutte di natura moralistica (la proposta venne tacciata di anticostituzionalità perché discriminava sulla base del sesso, anche se anni dopo si varò quella sui “cervelli in fuga” o cosiddetta “rientro dei cervelli” che avrebbe dovuto essere per gli stessi motivi discriminatoria) o di natura corporativista. A proposito di questo lo stesso Alesina scriverà il 15 aprile dello stesso anno «(ndr. molti mi dicono): più asili nido sussidiati dallo Stato, non meno tasse. Questo tipo di obiezione riflette un modo di pensare secondo cui lo Stato paternalista deve decidere come i cittadini debbano spendere i propri soldi. Invece di aumentare il reddito disponibile delle famiglie, così che queste possano usarlo come vogliono, lo Stato le tassa di più (i sussidi agli asili costano) e "dice" loro come spendere i soldi: asili nido sì, baby-sitter, nonni o altre soluzioni no. Con un maggiore reddito disponibile gli asili nido sarebbero più accessibili ai prezzi di mercato. Non solo, ma dato che gli asili impiegano soprattutto donne, costerebbero meno e nuovi ne verrebbero creati. Con un maggiore reddito disponibile le famiglie avrebbero la possibilità di assumere baby-sitter, più funzionali degli asili quando i figli si ammalano e più flessibili dal punto di vista degli orari. I sussidi ad asili nido e altre politiche simili sono a ben vedere un incentivo alla fertilità, non al lavoro femminile in senso stretto, oltre a non generare alcun beneficio in termini di riduzione delle aliquote (anzi le alzano). Promuovere le nascite può essere socialmente utile, ma la nostra proposta non si propone questo obiettivo e non va valutata con questo parametro. Ci sembra invece che le donne debbano essere compensate indipendentemente dal fatto che abbiano figli o meno, perché i datori di lavoro temono comunque il rischio delle assenze legate alla maternità e per questo, a parità di caratteristiche professionali, preferiscono assumere un uomo o remunerano meno le donne»[4].

Difficile dissentire. Sono passati tredici anni, un cuore fragile ci ha tolto Alberto Alesina, ma per il resto nulla sembra cambiato, se lo stesso articolo di Alesina e Ichino finiva così, «Qualsiasi politica che favorisca l'occupazione femminile non può che creare vantaggi economici per le donne e indirettamente per le imprese che le assumono. In ogni caso questi richiami all'Europa ci appaiono motivati solo da esigenze politiche italiane. Sgravi fiscali per il Sud sono sicuramente non consoni allo spirito comunitario così come i sussidi diretti e indiretti all'Alitalia e la difesa dell'italianità di Telecom. Se non vi disturba questa ipocrisia, sussidiamo pure l'Alitalia e il Mezzogiorno, favoriamo gli acquirenti italiani di Telecom, ma non le donne che lavorano e le loro famiglie». D’altronde, è proprio vero, «non c'è ipocrisia peggiore che imporre l'uguaglianza di trattamento tra diseguali».

 

[1] Il tasso di occupazione delle donne al momento della proposta Alesina/Ichino (Aprile 2007) era del 46,3% (tra i più bassi nell'Ocse). Oggi è del 49,65% (fonte CENSIS), laddove gli uomini sono al 67,6%.

[2] Da Il Sole 24 Ore del 27/3/2007 «Meno tasse sul lavoro femminile, senza perdere gettito» di A. Alesina e A. Ichino

[3] Ibidem, nota 2

[4] Da Il Sole 24 Ore del 15/4/2007 « Con tasse più leggere per le donne anche il Fisco guadagna» di A. Alesina e A. Ichino

 

Immagini di: Andrea Bowers© Credit: Kaufmann repetto gallery (Milano)