Ettore Sottsass non pensava di essere un designer, infatti «i passaggi tra le espressioni artistiche sono fluidi, non esistono linee di demarcazione tra scultura, pittura, architettura, design[1]». Il designer non disegna, è piuttosto colui che progetta; il design pone questioni teoriche con cui risolvere problemi pratici, perché, e qui dobbiamo servirci di un’ultima definizione (non amo i nozionismi così come i citazionismi) «la forma riuscita è sempre il risultato di un problema ben impostato»[2]. Sono moltissime le correnti, le idee, le osmosi creative che fanno del mondo del design un poliedro di informazioni visuali e culturali che è molto complesso sintetizzare: nel design è entrata la storia della società umana, con le sue tendenze sociali e spirituali prima che commerciali, nel design è entrata la filosofia e la Scuola, quella con la “S” maiuscola, intesa come continuità storica di un’ideale. Quello che è interessante, alla fine, è che il design è sempre e comunque stato prendere un bisogno e renderlo oggetto. E questa azione raggruppa moltissime fasi del pensiero, dall’idea creativa – che non è mai un guizzo ma sempre l’essenzialità del pensiero nella sua più limpida e semplice rappresentazione -, alla progettazione, tecnica del materiale e del manufatto, alla sua industrializzazione (un mio maestro un giorno mi disse, e aveva ragione, a proposito di un prototipo per un nuovo schiaccianoci: quante noci hai provato ad aprire? Venti gli dissi. Bravo, ora riprova mille volte venti, che è la vita media di uno schiaccianoci, e dimmi se il meccanismo regge). Il design è tutto questo ed è molto di più, perché dentro un oggetto, dicevamo, ci sta l’aspetto creativo, che ha riflessi poetici, per il suo autore, e anche idealistici – moltissimi designer devono il loro stile a una Scuola o un momento storico, il minimalismo o il Bauhaus per citarne due fondamentali –, così come industriali, funzionerà o meno alla prova della fabbricazione, e commerciali, verrà alla fine di tutto comprato in quantità? Ma il design va ancora oltre, supera tutto questo, la prova del prototipo, quella del consiglio di amministrazione e quella del consumatore, se si immagina un computer Apple o una macchina disegnata da Giugiaro, ed approda ad una sfera etica. Devo ancora una volta ricorrere a chi ha saputo usare parole migliori di quelle che potrei goffamente riportare io: riflettere sulla natura del design, nel senso pieno del termine, è un’operazione tutt’altro che pacifica, si tratta anzi di porsi una domanda che riguarda il nostro modo di stare al mondo.

Come nelle parole del filosofo cecoslovacco Vilém Flusser «chiunque decida di diventare designer prende una decisione a sfavore del bene puro»[3]. Potremmo pensare a una bomba a mano, o un pugnale, una spada, una pistola: oggetti disegnati per funzionare, tra ergonomia perfetta e forma; qual è il limite tra queste idee e il loro fine ultimo? Viene in mente l’intuizione del Giusto Oskar Schindler che chiese ai propri operai ebrei impiegati nelle sue fabbriche, e per questo lontani e salvi dai lager, di continuare con la costruzione di armi introducendo difetti di produzione che le rendessero meno efficaci, se non addirittura inutilizzabili.

Oskar Schindler non riusciva più a scindere il progetto tecnico dal suo fine. Sempre con Flusser «da quando i tecnici si sono dovuti scusare con i nazisti perché le camere a gas che avevano progettato non erano abbastanza buone – cioè non uccidevano la clientela abbastanza in fretta – ci siamo resi conto ancora una volta di quello che si intende per diavolo»[4]. Ecco il design è vita, e come sempre nella vita, tutto è molto complesso; perché un’idea è molteplice e perché una volta che esce dalla matita del suo creatore prende una strada talvolta incomprensibile. E perché ogni idea è anche una decisione, un’affermazione, un punto nel mondo che implica la creazione di un volume che cambierà, nel piccolo o nel mastodontico, la via degli altri punti e degli oggetti attorno a lui. Ogni design etico, di cui si parla tanto oggi, è un oggetto che, come suggerisce la nostra stessa Costituzione italiana, conosce il significato di libertà: cioè uno spazio e un tempo condivisi dove il mio agire non limita e non condiziona il tuo.

 

[1] Dalla mostra “Ettore Sottsass. Pensiero disegnato”, nella prefazione di Hans Hollein, Vienna, 16 gennaio 2005

[2] Le Corbusier, da “L’Esprit nouveau, I, p.46. 1920”

[3] Vilém Flusser, “Filosofia del design”, Mondadori Bruno Editore, 2003

[4] Vilém Flusser, “Filosofia del design”, Mondadori Bruno Editore, 2003, (p.22)