L’Unione politica europea non si farà mai perché ha troppi nemici? La Francia vuole ancora esercitare un primato sul continente? La Germania pretende di imporre le sue regole dal Baltico al Mediterraneo? La Chiesa cattolica si pone al di sopra delle sovranità nazionali e pretende di dettare linee di comportamento, anche secolari, ai governanti del vecchio continente? La grande finanza cerca di influire sulle decisioni politiche? Le banche vanno in crisi per colpa dei debiti deteriorati? Lasciarle perire o salvarle? Sembrano i temi della campagna elettorale per le elezioni europee del 2019. E quale sarebbe la novità? Nel secolo scorso, il Novecento che ha visto sfumare la centralità dell’Europa nell’orbe terracqueo grazie a due devastanti guerre mondiali, le ragioni di fondo del contendere erano già queste. Lo sanno tutti. Ma forse ci si è dimenticati che persino Dante Alighieri, la nostra gloria letteraria nazionale, il poeta che insieme a Omero e a Shakespeare riposa sul più alto piedistallo del genio umanistico occidentale, è stato condannato a morte e la sua opera politica, il De Monarchia, è stata bruciata in piazza, per le stesse identiche ragioni.

Stiamo parlando degli anni a cavallo tra il 1200 e il Trecento (settecento anni fa!) e della Divina Commedia, in cui il Poeta racconta, nell’Inferno, un’umanità che non è mai cambiata e poi, a partire dal Purgatorio fino a giungere al Paradiso, avanza idee su come andrebbe governato il mondo (ovvero l’Europa di allora) perché non continui ad essere quell’inferno che è. Mentre componeva la sua grande opera, Dante era già in esilio da Firenze: una condanna alla pena capitale lo inseguiva, apparentemente per crimini risibili, in realtà per il suo progetto politico che coinvolgeva la Francia, il Papato, l’imperatore di Germania e quell’Italia, sempre a brandelli, terra di conquista per le sue ricchezze e per il suo ruolo strategico.

Gli storici della letteratura, sotto l’influenza di Benedetto Croce, per il quale la poesia va letta solo come tale (bella o brutta che sia) senza andare a cercare significati reconditi, tendono a sottovalutare la portata politica della Divina Commedia. Però, già a partire da Ugo Foscolo (che per primo definì il Poeta “Ghibellin fuggiasco”), la necessità di inquadrare l’opera nel suo periodo storico e nella biografia privata dell’autore, ha aperto scenari di interpretazione che non possono essere trascurati. È lo stesso Dante, del resto, che esorta le persone a cui si rivolge a leggere in filigrana ciò che ha scritto.

Nel canto IX dell’Inferno, in particolare, dice: «O voi ch’avete li ’ntelletti sani, / mirate la dottrina che s’asconde/ sotto ’l velame de li versi strani». Sotto al velame, Dante avrebbe nascosto un progetto politico di unificazione dell’Europa che all’epoca aveva due nemici principali: il papato e la Francia.

Gli strumenti usati da questi ultimi, come avviene spesso oggi, furono le campagne di “delegittimazione” e debito pubblico che mise in crisi il sistema bancario e portò ad azioni di forza per impossessarsi delle ricchezze altrui. Dunque, nulla di nuovo. Dante combatteva (in versi e non solo) questi progetti e la corruzione della Chiesa. Anche qui, di cosa meravigliarsi? Finì così i suoi giorni ramingo in giro per l’Italia. Ma spieghiamoci meglio raccontando, per sommi capi, i fatti. Rifacendosi all’eredità romana e a quella di Carlo Magno, l’Europa medioevale tendeva a reggersi su un’autorità imperiale da cui discendevano tutti i poteri locali. Quest’autorità doveva, almeno sulla carta, garantire che sulla terra si applicasse il diritto naturale delle genti, venisse insomma amministrata la giustizia come l’avevano pensata gli antichi Romani e non prevalesse quella del più forte. L’incoronazione avveniva per volontà divina, quindi il Papa esercitava una tutela spirituale sul potere temporale. Non addentriamoci nelle contese tra papa e imperatore sul primato dell’uno sull’altro, limitiamoci a dire che furono violentissime e infinite, scatenando molti conflitti. Sotto questi chiari di luna cominciò muoversi la Francia nutrendo l’ambizione di divenire la principale potenza del continente, cosa che gli riuscirà, almeno dal punto di vista culturale, tre secoli dopo, ai tempi del Re Sole; ma l’ascesa era iniziata proprio allora, nel XIII secolo. Nell’arco di poco più di cent’anni, con l’avallo della Chiesa (spesso forzandole la mano), scatenò una guerra di “delegittimazione” per impadronirsi delle terre delle ricche corti del sud, dalla Provenza e dall’Aquitania, bollandole di eresia e armando una crociata contro gli “eretici” Albigesi (gente che non la vedeva molto diversamente da San Francesco). Mezzo secolo dopo, sempre per questioni finanziarie, Filippo il Bello, re di Francia, cercò di piegare ai suoi voleri papa Bonifacio VIII (voleva prendersi parte dei beni del clero francese), cercando anche di farlo uccidere, ma senza riuscirvi. Filippo, allora, risolse il problema alla radice facendo eleggere un papa francese e portando il papato ad Avignone. Ma non bastava, per pensare in grande occorreva avere accesso a grandi risorse finanziarie, anche perché il sistema bancario fiorentino, a cui i regnati spesso facevano ricorso per il proprio fabbisogno in prossimità di guerre di conquista, stava entrando in crisi.

All’epoca, la più importante multinazionale finanziaria era l’Ordine dei Templari, Cavalieri monaci sorti per difendere la Terrasanta e i pellegrini che vi si recavano. La loro regola era stata scritta da Bernardo di Chiaravalle e, nell’arco di un secolo, erano diventati ricchissimi e potenti anche perché i cavalieri, tutti nobili, portavano spesso le loro terre in dote all’Ordine. Avevano sedi in tutt’Europa e in Medio Oriente e avevano sviluppato un sistema di lettere di credito che li trasformò in una vera e propria banca sovranazionale. A Parigi, inoltre, avevano eretto una torre inespugnabile dove custodivano ricchezze immense, necessarie a finanziare la guerra in Terrasanta, e anche il tesoro del re di Francia.

Filippo il Bello la prese alla larga: quando la gloria templare sembrò offuscarsi perché avevano perso territori in Palestina, cominciò ad accumulare prove della loro eresia e della loro connivenza con gli infedeli musulmani. Riuscì a processarli, a mandare al rogo il loro Gran Maestro e a incamerare tutte le loro ricchezze.

Questo lo scenario politico in cui si muoveva Dante. Era inoltre in atto uno scontro all’interno della Chiesa tra gli “spiritualisti” e la Curia, più interessata il potere temporale. Per farla breve e non perdersi nei meandri del Medio Evo, basti dire che Dante si schierò dalla parte degli spiritualisti, contro le mire del re di Francia e ponendo come soluzione di tutti i mali l’Impero, ovvero la cancellazione dei confini all’interno dell’Europa. Qualcuno ha poi sostenuto che Dante fosse un templare, che si rifaceva a una consorteria discendente dagli albigesi e dai trovatori provenzali che scrivevano in un linguaggio cifrato, i cosiddetti Fedeli d’Amore, dove la donna amata rappresentava ben altro. Ma queste sono solo illazioni e avventurose ipotesi alla Dan Brown. Una cosa però è certa:

Dante, con le sue opere, faceva politica e per questo fu condannato.

Qual era l’idea centrale che rese il Poeta “eretico” per i tempi e lo costrinse a velare sotto a “versi strani” la sua “dottrina”, vale a dire il suo progetto politico? Anche in questo caso semplifichiamo all’estremo: Dante, probabilmente, riteneva che il sacrificio di Cristo non era bastato a redimerci da ogni peccato (più eretico di così!) per cui, vivendo nella fede, saremmo andati tutti in paradiso; no, l’uomo doveva prima apprendere a risolvere da solo i propri problemi quotidiani. L’umanità doveva darsi un progetto di governo tale da ricreare, in terra, il paradiso terrestre, prima di aspirare a quello celeste.

Come fare? Semplice, Dante, nella Divina Commedia, come aveva già espresso in altre sue opere, immagina un mondo “globalizzato”, senza confini, in cui trionfi la giustizia (il diritto naturale) amministrata da un garante terrestre, un uomo (allora non si faceva molto affidamento sulla democrazia) che assumeva il ruolo di imperatore. L’imperatore poteva essere eletto, non doveva necessariamente essere una carica ereditaria. Nella Commedia lo rappresenta in modo chiaro. Nell’inferno sono mostrati tutti i mali di cui è afflitta l’umanità; si passa poi al Purgatorio che culmina nel “paradiso terrestre”, dove non a caso fa il primo incontro con Beatrice che è qualcosa di più della Bice Portinari in carne ed ossa che, secondo Boccaccio, il Poeta ha amato fin dall’età di nove anni; solo passando attraverso quest’ultimo si può spiccare il volo verso il regno dei beati cui è concesso di contemplare il Creatore per l’eternità.

In questa chiave, come dare torto all’antico visionario e utopista Dante? Enunciare una soluzione è facile, sembra impossibile, però, metterla in pratica.

Quando cadde il muro di Berlino, lo storico Francis Fukuyama si spinse a dire che la storia era giunta al capolinea: il destino dell’uomo era compiuto, avevamo imboccato la strada giusta verso quel che Dante immaginava come il paradiso terrestre. Purtroppo, si sbagliava: le carte si sono ben presto rimescolate risospingendoci tra i mille tormenti (almeno politici) che il Poeta rappresentò nella prima Cantica della Divina Commedia, come se il nostro destino fosse un Gioco dell’Oca in cui si torna sempre al punto di partenza. Ma non è nessuna mano invisibile a farci cadere immancabilmente negli stessi tranelli: è la nostra condizione umana che non consente di far tesoro del già vissuto.