Nel 1790 non erano in pochi a pensare che l’epopea della ribellione delle 13 colonie britanniche insorte contro la Corona in terra d’America fosse già avviata al tramonto. I territori ribelli, una volta sconfitte le truppe inglesi, apparivano divisi quasi su tutto, a cominciare dalla condivisione dei debiti, a partire da quelli accesi per sostenere lo scontro con Londra. A render difficile una soluzione condivisa, contribuivano le forti differenze tra i vari territori anche se tutti, in qualche misura, uscivano dal conflitto in condizioni finanziare fragili. C’erano grosse differenze tra i ribelli: Massachusetts o la Carolina del Sud, ad esempio uscivano dal conflitto stremati sul piano finanziario, dopo aver imposto alla popolazione tasse di ogni tipo, al punto che erano ormai spuntati i primi focolai di ribellione. Nel Vermont, addirittura, era cresciuto un movimento per l’adesione al Canada, ovvero per il ritorno sotto la monarchia di Londra.

Altri Stati, come il Maryland o la Virginia, meno toccati dalla guerra e sostenuti dal buon andamento dell’export, godevano di un credito finanziario ben più robusto, cosa che consentiva ai proprietari terrieri di ottenere condizioni finanziarie ben più vantaggiose. Non era facile in quella cornice mantenere l’unità di intenti realizzata contro il comune nemico. Anche perché la ribellione era nata come protesta contro le richieste fiscali di Londra, un’autorità troppo lontana ed irresponsabile verso il popolo. Del resto, la prima stesura della Costituzione del 1777, prevedeva l’esplicito divieto per il governo dei nascenti Stati Uniti di contrarre debiti, così come aveva proposto Thomas Jefferson, convinto che uno Stato federale forte avrebbe inevitabilmente comportato una inaccettabile perdita di sovranità per gli Stati più solidi, a partire dalla sua Virginia. Una posizione che il futuro presidente avrebbe sostenuto per il resto dell’esistenza, tenacemente convinto che fosse necessario un argine solido ed invalicabile contro gli stati più prodighi. Insomma, un conflitto tra rigoristi e spendaccioni che, con due secoli d’anticipo, presenta molte analogie con il dibattito tra falchi e colombe nell’Unione Europea.

Quella volta 230 anni fa, prevalse la decisione di mettere in comune il debito delle ex colonie e di creare un bilancio federale a sostegno di alcune capitoli di spesa comune. Non fu una scelta facile o cristallina. Per convincere la Virginia, cioè lo Stato che dovette assorbire la parte più cospicua dei debiti altrui, fu deciso che la nuova capitale del Paese sorgesse 200 chilometri più a sud di Philadelphia, fino a quel momento il cuore della vita politica, garantendo alle lobbies elettorali più influenti, le opportunità connesse alla nascita di un nuovo centro amministrativo e politico, cioè Washington.

Ma poche decisioni nella storia hanno avuto l’importanza di quell’atto che è ricordato come il “momento Hamilton”, dal nome di Alexander Hamilton, il primo segretario al Tesoro degli Stati Uniti, uno dei Padri della Rivoluzione e dell’America moderna, morto in duello, che ebbe la capacità di convincere il Congresso sulla necessità di un forte potere centrale, basato su una solida autonomia finanziaria garantita dal controllo delle dogane, come condizione indispensabile per proteggere il nuovo Stato federale. Fu lui, acerrimo avversario di Jefferson, a gettare le basi di uno Stato forte, seppur basato sulla sovranità popolare. Un precedente storico evocato di recente dal ministro tedesco delle Finanze Olaf Scholz che nel presentare il piano del Recovery Fund proposto da Angela Merkel, ha voluto parlare di “Momento Hamilton” per l’Europa.

«Non basta, ha aggiunto, una gestione comune della lotta alla pandemia; anche se questa è un buon inizio, purché si proceda lungo la strada di una forte autorità centrale indipendente che possa contare su entrate fiscali autonome e, non meno importante, sull’emissione di obbligazioni garantite da un Tesoro comune».

Un processo, questo, consentì, a ben guardare, agli Stati Uniti di affermarsi già nell’Ottocento come la prima potenza mondiale, forte di un flusso di introiti fiscali a livello federale estremamente solido, cosa che si è poi riflessa sulla forza del dollaro e delle obbligazioni Usa che per tutto il diciannovesimo secolo vennero remunerate al 6% medio grazie alla fiducia dei mercati, la stessa che potrebbe riscuotere una web tax europea comune, capace di imporsi agli inghippi dei Paesi che nel Vecchio Continente favoriscono i grandi del digitale. Chissà se, in mezzo a tante disgrazie, sia legittimo sperare nella stella di Alexander Hamilton, il primo ministro delle Finanze e del Tesoro celebrato da un musical di Broadway di straordinario successo, vincitore di undici Tony Awards e di un Pulitzer, oggi riproposto via streaming su Disney+. Un trionfo che per noi europei ha il sapore di un buon esempio. 

 

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