All’inizio del 2011, Raed al Saleh aveva 26 anni. Gestiva un piccolo negozio di materiale elettrico a Jisr al-Shughur, una città sunnita di 40mila abitanti sulla strada tra Aleppo e Latakia, non lontano dal confine con la Turchia. Jisr al-Shughur era il cuore nero della Siria. Nel 1980, due anni prima del massacro di Hama rimasto nella memoria collettiva come simbolo della ferocia del regime di Hafez al Assad, una rivolta contro il partito baathista era stata repressa brutalmente dal generale padrone del Paese. La generazione di Raed era cresciuta con il racconto di quella mattanza. In quella primavera del 2011, i siriani stavano di nuovo tornando nelle strade, spinti dal vento di rivolta che dal Mediterraneo si era levato fino al Medio Oriente, ma questa volta contro il figlio di Hafez, il presidente siriano Bashar al Assad. «Yalla Irhal Ya Bashar», «Dai vattene Bashar».

«Avevamo aspirazioni grandiose: giustizia, libertà, lavoro, dignità per tutti. C’era euforia, solidarietà, Il movimento popolare aveva rotto l’enorme barriera della paura, le persone desideravano ardentemente - bramavano - la libertà, dopo aver vissuto la tirannia per 40 anni», ricorda Raed. Dopo nove anni di guerra, 500mila morti, 6 milioni di sfollati, al Saleh è ancora in prima linea: dirige i Caschi Bianchi, il nome con cui è diventata conosciuta in tutto il mondo la Syria Civil Defence, un corpo civile d’élite di circa 3 mila volontari - ex insegnanti, ingegneri, commercianti - che operano in Siria nelle zone non sono sotto il controllo del governo per tentare di salvare il più alto numero possibile di vite umane, ma senza prendere parte nel conflitto. Nel giugno del 2014, un volontario di Aleppo tirò fuori dalle macerie un bambino di due settimane: erano passate 16 ore dal bombardamento che aveva distrutto la casa in cui era nato, ma il piccolo Mahmud era ancora vivo. Le immagini di quel salvataggio - tra le lacrime dei volontari - fecero il giro del mondo, mostrando all’opinione pubblica la storia di come migliaia di siriani erano stati salvati dalla morte. La storia dei Caschi Bianchi.

Fuga dalla Siria

Già nel luglio del 2011, la situazione a Jisr al-Shughour era precipitata rapidamente. La decisione dell’esercito siriano di sparare contro la popolazione civile aveva spinto alcuni ufficiali a disertare e ad attaccare le postazioni governative. Damasco aveva risposto inviando migliaia di soldati appoggiati dall’artiglieria pesante e dall’aviazione. Nel giro di pochi mesi la città cadde di nuovo sotto il controllo del regime, e il 70% degli abitanti di Jisr al-Shughur fuggì in Turchia. Raed si arrese. L’11 giugno del 2012, alle 4 del mattino, superò il confine turco con la famiglia. Pioveva forte, si ripararono in un campo per sfollati. Le poche tende disponibili erano inzuppate d’acqua.

«Non c’erano strutture sufficienti per tutti, vivevamo in tende collettive, non c’era acqua, non c’erano i bagni». Raed resistette diversi mesi, si diede da fare per organizzare i servizi nel campo, ma alla fine del 2012 decise di tornare di nuovo in Siria lasciando la famiglia in Turchia.

A Jisr Al-Shughur, l’allegria della rivoluzione si era spenta nel rumore dei raid. La città era passata di nuovo sotto il controllo dei ribelli e di alcune milizie islamiste. Raed si rimboccò le maniche e con un gruppo di amici aprì un centro di pronto soccorso: distribuivano aiuti agli sfollati nelle campagne, lui si era “specializzato” nel trasporto dei feriti al confine per farli curare negli ospedali turchi. Quando seppe che in Turchia organizzavano corsi di formazione per soccorritori decise di partecipare. «Dieci giorni per 20 ore al giorno. Ci insegnarono come rispondere alle emergenze, la ricerca, il salvataggio, le operazioni anti-incendio. Alla fine fummo divisi in due squadre e sottoposti a un test di prova». Il ragazzo di Jisr Al-Shughur stupì tutti per le sue capacità. «I miei compagni mi scelsero come caposquadra e mi fu assegnato il compito di gestire i Caschi Bianchi di Idlib», la provincia nel nord ovest della Siria in cui era cresciuto. Ma non era ancora l’ultimo miglio: a metà del 2014, l’incontro con un ex militare britannico gli avrebbe cambiato definitivamente la vita.

Sua maestà James

Lui si chiamava James Le Mesurier, era nato nel 1971 in una base militare di Singapore, la Raf Changi, dal tenente colonnello inglese Benjamin Le Mesurier, comandante della Royal Marine e da sua moglie, la svedese Ewa-Lotta. James aveva fatto le scuole a Canford, nel Dorset e l'Università nell’Ulster, prima di diventare un cadetto nell'Irlanda del Nord percorsa dalla guerriglia e di laurearsi in politica internazionale e studi strategici alla Aberystwyth University. Brillante e determinato, si fece un nome come giovane capitano con le Royal Green Jackets, un reggimento dell’esercito britannico, in Kosovo, «dove lavorò per reintegrare l'Esercito di liberazione in ruoli di protezione civile, prima di unirsi alla missione delle Nazioni Unite come consigliere», scrive il giornalista britannico Martin Chulov. Una carriera vissuta tra conflitti - a Gaza, in Iraq - e gestione del soccorso nelle situazioni di emergenza - in Indonesia, in Sri Lanka - che lo portò, nel 2014, a trasferirsi in Siria. I conflitti mediorientali l’avevano convinto che il sistema delle grandi agenzie di contractor ingaggiate dagli Stati per la “stabilizzazione” non funzionava: bisogna mettere le comunità locali in condizioni di lavorare alla pace. In Siria fondò la Mayday Rescue, un’organizzazione internazionale no-profit che ha l’obiettivo di insegnare alle comunità locali come affrontare le emergenze, in caso di guerra o di calamità naturali. La Mayday ha addestrato, fornito mezzi e supporto a decine di volontari in diversi Paesi, tra loro c’erano i Caschi Bianchi.

«Lavorava per giorni interi senza fermarsi, ho imparato da lui molte cose su come comunicare con la società civile, su come coordinarsi con le organizzazioni di supporto, con i donatori in Europa, in America e in Canada. E’ stato un modello e un grande uomo e ha salvato le vite di migliaia di sirian»”, racconta Raed.  L’11 novembre del 2011, Le Mesurier è stato trovato morto vicino al suo appartamento a Istanbul, in Turchia, con fratture alla testa e al corpo, in circostanze che non sono state ancora chiarite. Potrebbe essere caduto dal balcone di casa sua, ipotizzava un’inchiesta della Reuters pubblicata qualche giorno dopo la morte, ma la magistratura turca non ha ancora chiuso le indagini e i dubbi restano. L’ex militare britannico era inviso alla Russia, alleata del presidente siriano Bashar al Assad, e ovviamente al governo di Damasco, impegnato fin dal 2011 in una campagna brutale di repressione contro i ribelli armati ma anche contro la popolazione civile siriana. L’8 novembre, tre giorni prima della morte, la portavoce del ministero degli esteri russo Maria Zakharova aveva attaccato duramente Le Mesurier su Twitter: «Il co- fondatore dei White Helmets è un ex agente del MI6 britannico. Le sue connessioni con i gruppi terroristici erano state rivelate durante la sua missione in #Kosovo».

Disinformatia

Non ci sono prove che Le Mesurier abbia lavorato per i servizi segreti britannici - lo stesso governo inglese ha più volte smentito le insinuazioni - ne che fosse in contatto con gruppi terroristici, ma la sua organizzazione è stata oggetto di una lunga campagna di delegittimazione da parte del governo siriano e di quello russo, decisi a rappresentare i Caschi bianchi come attori malvagi del conflitto vicini ai terroristi. Le accuse tenevano insieme gli opposti: sono amici di al Qaeda e - no - sono frutto di un’operazione di intelligence nemica. La campagna si è intensificata ogni volta che i volontari, che sul terreno fanno anche un lavoro di documentazione di quello che accade, hanno mostrato al mondo crimini di guerra come il bombardamento con armi chimiche su Khan Shaykhun nell’aprile del 2017.

«Il regime siriano ha tentato di distorcere ogni iniziativa della società civile siriana che potesse funzionare come esempio per un paese diverso, libero», attacca Raed.

I bombardamenti del governo non hanno risparmiato le ambulanze e le sedi dei Caschi Bianchi, decine di volontari sono morti nelle operazioni di soccorso e - anche se l’organizzazione l’ha richiesto - Damasco non gli ha mai rilasciato il permesso di lavorare nelle zone sotto il suo controllo.

La battaglia di Idlib

Fuori dal palazzo di Assad, i Caschi Bianchi si sono guadagnati fama di eroi, candidati nel 2016 al Nobel per la pace. Dalla comunità internazionale sono arrivati molti soldi, dalla Gran Bretagna, dalla Germania, almeno fino al 2018 anche dagli Stati Uniti. Due anni fa Israele organizzò persino un’operazione speciale per tirare fuori dalla Siria 400 White Helmets e le loro famiglie e metterli in salvo dalle milizie del presidente siriano. Un ruolo decisivo di supporto l’ha giocato anche la Turchia, che sostiene economicamente e con mezzi militari la provincia di Idlib, l’ultima enclave sotto il controllo dei ribelli dove vivono circa 3 milioni di persone, civili e miliziani insieme, ma dove operano anche formazioni islamiste. «Non abbiamo ricevuto nessun finanziamento dalla Turchia - precisa Raed - ma supporto in termini di facilitazioni logistiche per il passaggio delle ambulanze e delle attrezzature per la ricerca e il salvataggio. Siamo oggetto di molte false accuse, ma noi siamo contrari a qualsiasi violazione dei diritti dei civili e sosteniamo il diritto di tutti gli sfollati a tornare nelle proprie case in Siria». A dicembre, il governo di Damasco ha lanciato un’offensiva per riconquistare la provincia di Idlib: più di 150 mila persone finora sono scappate, sfollate nelle campagne o riparate in Turchia. Ci sono state decine di morti.

 The winner is

La notte degli Oscar del 2017 Raed al Saleh aveva 32 anni. Qualche giorno prima insieme a Khaled Khatib, un altro volontario, si erano diretti a Istanbul pronti a volare negli States. La loro storia era diventata un film - White Helmets, di Orlando von Einsiedel, produzione Netflix - candidato nella sezione “documentario breve”: 40 minuti sotto le bombe, in presa diretta, con i Caschi Bianchi di Aleppo. Il governo americano gli negò i visti: i documenti non erano in regola, fu la spiegazione ufficiale. Ma ormai l’Academy aveva deciso. White Helmets vinse l’Oscar nella sua categoria, portando nel grande libro del cinema internazionale la storia di come un ex militare britannico e un ex negoziante siriano fossero riusciti a mettere in piedi una delle più audaci imprese di soccorso civile in zone di guerra seguendo semplicemente un principio: «Salvare una vita è salvare tutta l’umanità».