«Adesso si corre, scarpe da ginnastica ai piedi. Perché il Piemonte ha bisogno di energia. Ha bisogno di un’altra velocità». Con queste parole, all’inizio del giugno di un anno fa, Alberto Cirio aveva voluto esordire alla guida della regione, in un momento molto delicato per quella che ha rappresentato, per tutto il Novecento, l’area forte dell’economia italiana ma che, come ha voluto sottolineare lui stesso nel corso della seduta speciale del Consiglio regionale dedicata al lavoro, sta attraversando una vera «calamità occupazionale», assediata com’è da crisi aziendali e dalle incognite che incombono sul suo futuro. È una realtà stimolante ma assai complessa che Cirio, torinese di nascita e per studi universitari, ma assai legato alla Langa dove ha sede l’azienda agricola creata dai nonni a Roddino, oltre la linea di confine che separa il regno della nocciola dai vigneti, sta affrontando con grande determinazione, tipica della natura di una terra, tanto bella quanto severa, che chiede tanta fatica in cambio dei suoi tesori. E tanta pazienza, virtù necessaria per un buon amministratore che però non deve incidere sulla velocità delle scelte da compiere per accelerare la ripartenza di una regione che ha subìto ritardi e colpi di freno.

Ora bisogna accelerare, dunque.

«Certo, ma – ma la velocità con cui stiamo affrontando i problemi, sia quelli nuovi che quelli non risolti, che ho trovato sulla scrivania, non vuol dire superficialità. Andare veloci senza essere superficiali vuol dire accelerare nei tempi e nei meccanismi della gestione della Regione come ci impone il confronto con le altre realtà concorrenti»

Il solito confronto con la Lombardia, che oggi vive tra l’altro una congiuntura assai più brillante.

«Non solo la Lombardia. Abbiamo altre aree con cui siamo costantemente chiamati a competere. Penso al Baden Wuttemberg o alla regione Rhone Alpes. Ma al di là della concorrenza, andare veloci senza essere superficiali vuol dire anche avere le idee ben chiare sui percorsi che si vogliono fare e così confermare a pieno titolo il diritto del Piemonte ad essere considerato una regione con un ruolo centrale per lo svolgimento quelli che sono i grandi eventi, sia di natura sportiva che fieristica con un ampio ritorno all’attività turistica. La promozione di questa vocazione rappresenta una scelta strategica in cui credo molto».

Sullo sfondo resta l’amarezza per la rinuncia alle Olimpiadi così come quella per il trasloco del salone dell’auto a Milano. Sono ferite che bruciano ancora?

«Fossi stato presidente della Regione mi sarei mosso fino all’ultimo per sostenere la nostra presenza e scongiurare una rinuncia scellerata».

Ma la decisione è stata imposta dalla rinuncia di Torino, governata dai Cinque Stelle.

«Torino non le voleva fare come ha dichiarato in più di un’occasione. Ma anche di fronte alla rinuncia del capoluogo, c’era la possibilità di salvare la partecipazione nelle nostre montagne. Cosa che, purtroppo, non è avvenuta: di fronte ad una scelta scellerata, certificata da una delibera del Comune in cui si è detto “Olimpiadi, no grazie”, la Regione non ha saputo reagire, come avremmo dovuto fare. Al contrario si è taciuto avallando una decisione suicida. Ne è derivato un danno enorme».

Poi, seconda doccia fredda: la migrazione a Milano del Salone dell’Auto già programmato al Valentino.

«Il vicesindaco di Torino all’epoca dichiarò ai giornali: “mi auguro che venga una bella tempesta d’acqua che porti via gli stand”. Non c’è da stupirsi se un paio di mesi dopo una dichiarazione del genere, gli organizzatori hanno fatto le valigie e se ne sono andati a Milano: Olimpiadi e Salone dell’Auto sono due casi emblematici, due eventi presi a calci dall’amministrazione comunale di Torino».

La frittata è stata fatta. Ma come si può rimediare? Cosa avete fatto o, soprattutto, cosa pensate di fare?

«Appena insediati, noi abbiamo invertito immediatamente la rotta. Non solo abbiamo stanziato le risorse necessarie per chiudere in modo definitivo l’assegnazione degli Atp Finals di tennis, che rappresentano sicuramente un evento importante seppur non sufficiente a compensare neanche la decima parte dell’effetto che avrebbero avuto le Olimpiadi. Ma stiamo comunque parlando di un appuntamento di grande rilievo, su cui la Regione ha stanziato quasi sette milioni di euro perché fosse possibile la sua realizzazione. Insieme a questa iniziativa abbiamo attivato una serie di candidature ad eventi sportivi tra le quali figura, tanto per fare un esempio, la partenza del Tour de France nel 2023. Ci siamo attivati su eventi sportivi ma anche fiere da cui sia possibile ricavare un ritorno di immagine e di promozione del turismo a vantaggio del Piemonte. Abbiamo presentato una legge sullo sport che istituisce la Sport Commission, un organismo con cui intendiamo promuovere eventi in Piemonte. Ecco la strada che abbiamo intrapreso, di cui già si vedono i primi risultati».

I punti di forza, del resto, non mancano. E se Torino soffre una crisi di trasformazione del suo apparato economico, una parte rilevante della Regione, a partire dalla “sua” Alba, hanno potenzialità di appeal davvero eccezionali. Non crede?

«Certo. Anche a guardare oltre al richiamo enogastronomico, le potenzialità del Piemonte sono davvero strabilianti. Penso al turismo culturale, a quello sportivo, alle risorse ambientali. Il nostro progetto prevede di promuovere queste eccellenze a sistema, finalizzato a far nascere opportunità economiche con effetti sull’occupazione. Non sono pochi, del resto, i punti di forza di attrazione tessuto produttivo piemontese. Si va dal vino alla coltura del riso, dai tessuti di Zegna ai gioielli di Damiani o di Bulgari – senza trascurare l’offerta turistica del Lago Maggiore e così via. L’elenco è sterminato. L’importante è capire che il Piemonte ha in casa le risorse per ripartire così come hanno fatto altre regioni del Nord. Noi siamo quelli che, ahimè, accusano il tasso di disoccupazione più alto. Quindi ci tocca recuperare il gap accumulato nel passato».

 

E con quali strumenti intendete agire?

«Innanzitutto, con un uso più efficace dei fondi europei che in passato non sempre sono stati utilizzati fino in fondo oppure sono finiti a finanziare cose che non servivano. Abbiamo messo mano alla rimodulazione in modo da non perdere neanche un euro delle cifre stanziate.  Intendiamo poi procedere anche sul tema della semplificazione dove abbiamo già raggiunto risultati importanti».

Restano il nodo delle infrastrutture, a partire dall’eterna contesa sulla Tav.

«In questi sei mesi abbiamo raggiunto un risultato: la Tav oggi si farà. Posso dire finalmente che non si tornerà più indietro, alla faccia di qualche matto che pensava che fosse una specie di marchingegno che uno poteva sospendere o modificare da un giorno all’altro. No, ormai la Tav si fa».

 

 

Lo stesso non si può dire per altre opere.

«In provincia di Biella siamo ancora in attesa degli ultimi pareri sulla Pedemontana. Viviamo in un Paese ove manca sempre un ultimo pezzo su carta per complicare l’esistenza. E sulla Asti-Cuneo siamo in attesa che il governo decida che posizione prendere: mancano meno di dieci chilometri per completare l’opera, ma non c’è una posizione chiara da parte del governo, al punto che siamo arrivati a proporre di mettere noi i soldi per rimediare ad un’assurdità che dura da quarant’anni. Abbiamo anche il discorso del Tenda, che ha superato di recente alcuni nodi di origine giudiziaria».

Da questo quadro non emerge una situazione positiva anche a tener conto della situazione delle strade liguri.

«Certo, il governo è davvero assente».

E qual è il primo desiderio del presidente del Piemonte per il 2020?

«Mi auguro che parta l’Asti-Cuneo perché sarebbe un segnale importante. E poi c’è la questione del grattacielo di Torino».

Cioè?

«E’ un altro grande tema che ho ereditato dal passato. A Torino ci sono due grattacieli, uno costruito dal privato, l’altro pubblico. Quello privato è già pienamente operativo, quello pubblico non è ancora in funzione. Ecco, nel 2020 io lo voglio inaugurare per dimostrare ai cittadini che il pubblico non è fonte di sprechi ed è invece all’altezza del privato».

Fare il presidente di regione è più difficile di quel che si attenda oppure no?

«È difficile. Lo sapevo, ne ho avuto la conferma. In questa situazione uno sente costantemente una grande responsabilità, aggravata dalla posizione debitoria pregressa: non puoi distogliere gli occhi dal timone, data la mole dei debiti. La Regione paga 450 milioni annui tra mutui ed interessi ereditati dal passato. Di fronte a queste cifre ci vuole un rigore assoluto».

La prima preoccupazione?

«Il peso più grande che sento riguarda il mondo del lavoro. Per giunta le prospettive dell’economia regionale, specie a fronte della difficile congiuntura dell’auto, non sono allegre, anche perché in prospettiva le auto elettriche richiederanno meno addetti».

Di questo parlerete senz’altro con Pietro Gorlier, responsabile Emea di Fca in attesa di Psa. Ma quali prospettive può avere il settore negli equilibri dell’economia piemontese?

«E’ un settore che va sostenuto, al pari del resto della struttura manifatturiera della società. Un terzo delle buste paga piemontesi deriva dall’industria. Certo, il sostegno va pensato in prospettiva futura. Ma quel che è certo è che l’auto deve restare uno dei pilastri dell’economia della regione».

Così parlò Alberto Cirio, classe 1972, laureato in Giurisprudenza a Torino, sposato con Sara, di professione psicologa, padre di due figli, Emanuele e Carolina, di 10 e 14 anni, un cane, due gatti e due tartarughe di terra, le uniche cui in casa è concesso di procedere con lentezza.