C’erano un tempo i leoni di Brescia, figli di quella leonessa d’Italia che ha dato i natali a Guido Carli, punta di diamante laica di una delle capitali della finanza cattolica prima che, grazie a Giovanni Bazoli, saltasse lo steccato tra le due anime dello sviluppo italiano. C’erano e ci sono ancora. Ma non si vedono perché, per paura, tendono a fuggire le luci della ribalta, provate da una lunga stagione di declino che ha duramente ridimensionato gli spiriti del capitalismo di casa nostra, non solo di quello cresciuto nel cuore della val Camonica, da sempre terra di officine e fonderie. Ne parliamo con Ugo Calzoni, classe 1945, un passato (breve) nel sindacato prima di diventare per decenni il braccio destro di Luigi Lucchini, il leader di una generazione di industriali dell’acciaio, ma anche il numero uno della Confindustria negli anni della crescita felice. L’asse tra Lucchini e Calzoni si interrompe nel ’94 così come lo stesso Calzoni racconta in «Imperi senza dinastie», il racconto di un’esperienza personale ma anche di una lunga stagione del capitalismo raccontata assieme a Franco Locatelli, il direttore di First Online.

«C’era un patto tra me e Lucchini – ha ricordato Calzoni, per 23 anni al fianco del Cavaliere: chi dei due sarebbe sopravvissuto avrebbe dovuto raccontare la storia».

Senza fare sconto. E così, lungi dall’essere un’agiografia, il racconto di Calzoni ci consegna un’accusa che ha sapore della condanna dei limiti di un’epoca: l’incapacità di distinguere tra amore per la famiglia rispetto all’azienda, con il risultato di subordinare le scelte imprenditoriali alle scelte di eredi non all’altezza del compito. Di qui l’avvio di un declino che va assai al di là della sorte del gruppo siderurgico salvato dall’intervento della russa Severstal, solo una tappa della decadenza dell’acciaio italiano, da Piombino, all’Ilva, che rischia di compromettere le sorti dell’industria meccanica italiana. E non solo. A meno che, suggerisce Calzoni, l’Italia non riscopra la virtù del coraggio.

[UB] Calzoni, quando si esaurisce la spinta virtuosa a crescere? Ovvero, quando viene meno lo spirito di Guido Carli?

[UC] Carli riuscì ad incarnare la capacità di assicurare lo sviluppo superando da un lato i vincoli posti da un’Italia piccolo borghese figlia dell’egemonia della di piccola proprietà, dall’altro da una sinistra traversata da un forte spirito antagonista contro lo sviluppo capitalistico. Carli è riuscito a trovare una via in grado di assicurare incarnare l’equilibrio tra le due esigenze assieme a La Malfa e ad un gruppo del mondo cattolico, minoritario ma molto influente.

[UB] Un sistema egemone, almeno a livello culturale, ma minoritario. Una sorta di peccato d’origine, o meglio una macchia nel miracolo economico che si sarebbe allargata nel corso degli anni.

[UC] Carli riuscì a svolgere il suo ruolo per una lunga stagione, dai primi anni Sessanta agli accordi di Maastricht, passando dalla banca alla guida della Confindustria, fino alla politica. Mi piace ricordare, in particolare, l’importanza che lui ha sempre attribuito alla cultura. A Brescia fu il promotore, assieme agli industriali del liceo che porta il suo nome, di un progetto d’avanguardia per favorire la creazione di una classe dirigente adeguata ad un paese che vuole crescere. E quando siamo sbarcati a Roma in Confindustria con Lucchini abbiamo scoperto il tesoretto accantonato per assicurare il decollo della Luiss. L’esatto opposto di quel che sta accadendo oggi: una quota rilevante dei nostri ragazzi, forse la maggioranza, non ha toccato un libro da gennaio. E si discute di scuola come se fosse un parcheggio al servizio dei genitori e non come il primo investimento di una società civile, la vera garanzia dell’eguaglianza delle opportunità.

[UB] Come pensava Carli. Un lobbista illuminato, in un certo senso.

[UC] Molto di più. Certo, la gente come Carli ha avuto in mano per anni il potere reale: banche, industria, relazioni internazionali all’interno di una situazione particolare. Altrimenti non si spiega il peso esercitato da un partito piccolo ma influente come quello repubblicano. O la forza di vecchi liberali come Manlio Brosio. Ma questo potere è stato esercitato all’interno di una società aperta, in cui l’ascensore sociale funzionava.

[UB] A differenza di oggi.

[UC] Noi siamo nati in una società aperta. Se avevi un qualche talento nell’arte, nella politica, nell’industria o nello sport, potevi emergere. Come è accaduto agli italiani immigrati dal Sud al Nord in quegli anni, grazie a quel filone di energia che si respirava nei territori e che trovava eco nella politica, non solo nella sinistra ma anche della DC.

[UB] Quando si interrompe il ciclo virtuoso?

[UC] Alla fine degli anni Ottanta vanno in crisi i profitti dei grandi gruppi industriali, in parallelo ai destini delle grandi famiglie del capitalismo. E, non a caso, comincia ad indebolirsi la spinta della società aperta che aveva garantito il funzionamento dell’ascensore sociale. Viene così meno la voglia di crescere. E ci si rifugia nella rendita, anche grazie al sostegno delle leggi. Sa qual è la regola che si è imposta a partire da quegli anni?

[UB] Dica.

[UC] Frati ricchi, ma conventi poveri. È da allora che molte imprese vengono spogliate, grazie agli scorpori, a vantaggio delle famiglie. Si fa strada la scelta di lasciare le mura delle aziende alle figlie, di modo che l’azienda paghi loro l’affitto garantendo una rendita. E così le imprese, da ben patrimonializzate diventano aziende collegate solo sul fronte del conto economico e non sullo stato patrimoniale. E bastano pochi mesi di crisi per far saltare l’equilibrio. Alla fine degli anni Ottanta la crisi del sistema diventa palpabile, poi scoppia assieme alle prime difficoltà.

[UB] Viene meno così la voglia di crescere e ci si rifugia nella rendita. E oggi?

[UC] Negli ultimi vent’anni la voglia di crescere non è più diffusa. Esistono, certo, campioni nuovi, mammiferi capaci di figliare e di andare in giro, ma la perdita della grande impresa e della capacità di mobilitare grandi territori è evidente.

[UB] Chi porta la responsabilità di questo passo indietro?

Le classi dirigenti, a partire dalla politica. A poco a poco si è abbassato il livello della qualità della rappresentanza: una volta c’erano gli operai geniali, i coltivatori diretti, i maestri elementari, i professori. I parlamentari di un tempo erano l’espressione di un consenso e di un’esperienza maturata nei territori. La qualità della classe dirigente da allora si è abbassata: gli imprenditori hanno perduto il concetto di rappresentanza di classe generale, sono diventati dei bravi padroncini, spesso nemmeno più legati al territorio come un tempo. Poi, in luogo della rappresentanza, è arrivata la cooptazione da parte dei vertici che ha generato fedeltà; e da questa all’imbecillità il passo è stato breve.

[UB] E si spiegano così certe “conquiste”, diciamo così, a rovescio.

[UC] C’è stato un momento, anni Settanta, in cui sembrava che si fosse vinta la battaglia della cultura dell’impresa, della legittimità del profitto contro la guerra al capitalismo, alla ricchezza diffusa, al ricambio delle classi dirigenti. Sembravano dati acquisiti, invece abbiamo visto emergere il parassitismo, la ricerca della tranquillità del pubblico impiego, il rifiuto del rischio d’impresa.

[UB] Quali sono state le conseguenze del cambiamento di valori e priorità?

[UC] A mantenere in vita l’animalesca forza della piccola impresa di qualità è stata la frequentazione dei mercati. Le imprese si sono ripiegate sul fienile dell’export che non ti fa pagare prezzi. Ma con una paura micidiale, atavica, a crescere per il terrore di essere attaccati. E così hanno avuto più spazio i “bru bru”: ne abbiamo visti di tutti i colori. Chi mai avrebbe detto che a Lodi potesse nascere quel simpatico signore. Giampiero Fiorani, che con una banca ha fatto quel che voleva. Oppure gli Gnutti che hanno massacrato la cultura dell’impresa. Li ho sentiti io questi signori, quasi miei coetanei, rivolgersi così a chi lavorava in azienda: «tu a fine anno hai fatto un miliardo, noi con tre telefonate e qualche azione un miliardo lo facciamo in una settimana». Questa gente ha rovinato la provincia italiana, cultura e professionalità oltre che patrimoni. Vi ricordate il panfilo “Grazie Bi Pop” a Portofino? In un Paese civile l’avrebbero affondato. E intanto il debito pubblico sale a danno delle garanzie sociali.

[UB] Eppure, l’Industria ha ancora molte cose da dire. Non c’è solo aria di declino. Anzi, l’Italia del quarto capitalismo offre molti casi di successo. Soprattutto nella provincia.

[UC] Sono d’accordo. Certo, tra i vecchi protagonisti del boom dalle mie parti resta il solo Beretta. Ma in compenso sono nate aziende splendide, ma chiuse in sé stesse, preoccupate di non suscitare l’attenzione.

[UB] Forse perché parti di filiere che nascono altrove?

[UC] No, non ci sono solo pezzi della filiera dell’auto o di altri settori. Potrei parlare di diversi straordinari innovatori molto capaci e con una grande potenzialità di crescita. Ma è gente che ha paura di emergere e di far sentire la propria voce. Il risultato è che gli imprenditori si sono distaccati dalla selezione della classe dirigente. Anzi, hanno rinunciato a giocare un ruolo autonomo. Sergio Pininfarina è stato l’ultimo presidente di Confindustria che, a fine mandato è tornato nella sua azienda senza cercare posti in banca, nella politica o nell’impresa pubblica. Tutti si sono fermati a Roma.

[UB] Andrà così con Bonomi?

[UC] Per me lui ha in testa di smontare la rappresentanza romana di Confindustria. Oggi la forza è data dalle categorie, che sono quasi tutte al nord e si confrontano direttamente con Bruxelles.

[UB] Ma senza una forte rappresentanza, il ruolo degli imprenditori rischia di finire ai margini.

[UC] Non solo loro. È il Paese che va reinventato. La verità è che la classe imprenditoriale non emerge e non emergerà fino a quando non ci saranno gli strumenti per una selezione della classe dirigente con il voto democratico e non con liste decise da me o da te. La dimostrazione viene dai sindaci: qui nella valle la Lega è egemone, ma conta solo due sindaci su settanta, a dimostrazione che, quando funziona, la selezione della classe politica fa la differenza. Altrimenti avrai magari grandi imprenditori, ma non sentirai la loro voce.

 

* dal titolo del libro dello stesso Ugo Calzoni e Franco Locatelli su Luigi Lucchini e l’industria bresciana dell’acciaio. Editore: La Compagnia della Stampa