Se si dovesse valutare l’internazionalità e la multiculturalità della moda italiana attraverso due dei fenomeni più interessanti cresciuti sotto le Alpi negli ultimi anni, e cioè l’attuale direttore creativo di Louis Vuitton Homme, Virgil Abloh, e la nuova interprete dello stile boho chic internazionale, la statunitense JJ Martin, sarebbe facile sostenere che il nostro paese sia aperto agli influssi stranieri e pronto a offrire opportunità a chiunque lo meriti, più o meno come l’America del paradigma. Volendo aggiungere alla storia del fondatore del marchio di luxury streetwear Off-White e a quella dell’ex redattrice di moda diventata stilista la storia dell’industriale tessile pratese di origine cinese Xu Qiulin, certo un po’ appannata dal recente patteggiamento per evasione fiscale ma insomma ancora viva nella memoria di tutti (il suo cognome è stato addirittura italianizzato coram populi in Giulini), oppure di Stella Jean, che a dispetto dell’aria esotica e delle istanze socio-culturali che persegue da anni a favore dell’Africa è romanissima, potremmo dire che il settore sia la dimostrazione della diversità culturale di cui si fa vanto in questi anni politicamente corretti e di grande esportazione.

Non è proprio così. Gli stranieri che vivono e lavorano nella moda italiana sono tanti, tantissimi. Ma davvero pochi quelli che ricoprono un ruolo di primo piano. Di solito, sono imprenditori, come il primo grande promotore di Virgil Abloh, l’ex dj italo-argentino Marcelo Burlon del marchio “County of Milan” che, pur nelle boutades masochiste, rimane un punto di riferimento per la comunità dei giovani stilisti e guida un gruppo diversificato da 20 milioni di euro di fatturato in cui figurano il buyer Claudio Antonioli e lo startupper Davide Giglio (il grande incidente di percorso risale alla scorsa primavera, quando diede della “cessa” sui social a Madonna che indossava suoi capi, specificando di non averglieli offerti lui; venne travolto dai fan della popstar e, calcolato il rischio-boomerang, costretto a scusarsi pubblicamente come i Dolce&Gabbana in Cina).

In posizione rilevante figurano attualmente il direttore creativo di Max Mara, l’inglese Ian Griffiths, nato a Manchester, che seguendo lo stile dell’azienda e della famiglia Maramotti, per cui lavora dagli anni Ottanta, parla solo due volte all’anno, in occasione delle sfilate principali, e solo su temi di moda, anzi della collezione stessa: lo scorso anno ha rilasciato una lunga intervista al Guardian che l’ha definito “un punk azzimato”, ma in generale ha poca visibilità personale, che è non prevista dallo stile della casa benché, nell’ultimo mezzo secolo, abbia ingaggiato sostanzialmente il who’s who della moda mondiale, da Karl Lagerfeld ad Anne Marie Beretta, e scoperto quasi tutti i nuovi talenti grazie all’opera di ricerca costante del direttore creativo del gruppo dall’ultimo scorcio dei Sessanta, Laura Lusuardi. Potente e molto stimato è Robert Triefus, cinquantenne londinese, executive vice president di Gucci, brand and customer engagement, vent’anni fa a fianco di Giorgio Armani come responsabile della comunicazione a cui diede il cachet intéllo-internazionale, che ha costruito famiglia e figli in Italia a dispetto di ogni convenzione e polemica, parlando di famiglie arcobaleno nel Duemila, quando ancora nessuno sapeva che cosa fossero e il tema non era neanche lontanamente entrato nell’agenda politica.

Volendo andare indietro nella storia, si scoprirebbe che dall’ormai scomparsa Krizia, comprata dall’imprenditrice cinese Zhu Chuongyun nel 2014 e forse tornata a Shenzhen con la sua boss perché ha smesso di sfilare e da tempo non se ne hanno più notizie, sono passati tutti i grandi nomi della moda di oggi e del pomeriggio scorso, come Alber Elbaz che, una volta esausto dei litigi con la signora Mariuccia Mandelli (che sì, era un genio e aveva gran fiuto, ma di certo anche un pessimo carattere), andò a Parigi e rilanciò la maison Lanvin.

Per anni ha lavorato per Roger Vivier, marchio del gruppo Tod’s, il francese Bruno Frisoni (ora sostituito dall’aretino Gherardo Felloni), e potremmo proseguire a lungo, magari con la responsabile dell’archivio Pucci, una giovane colta e bellissima che si chiama Ann Marie Voina. Ma sarebbero tutti nomi difficili da memorizzare. Per molti versi, hanno avuto più successo nella moda gli italiani all’estero (vedi Toni Belloni braccio destro di Bernard Arnault o Pietro Beccari a capo di Dior), che non il contrario. JJ Martin, in grande ascesa, è un caso speciale e specifico, dal quale non va disgiunta la presenza del marito banchiere Andrea Ciccoli, ex liquidatore del gruppo IT Holding insieme con Roberto Spada, mentre finanziaria del marchio dalla sua nascita, nel 2015. Per i vent’anni precedenti, JJ, acronimo di Jennifer Jane, nata a Los Angeles, cresciuta a san Francisco, è stata dapprima collaboratrice di Calvin Klein a New York, ufficio marketing e sviluppo, e poi giornalista freelance, per passione e per amore. Di Andrea, naturalmente. Approdata a Milano nel 2001, non se ne è più andata: corrispondente dall’Italia per il FashionWeekDaily, uno dei primi quotidiani online di moda, poi collaboratrice di Suzy Menkes all’International Herald Tribune, quindi european editor di Harper’s Bazaar Us, editor-at-large per Wallpaper ed editor del magazine WSJ del Wall Street Journal.

MARCELO BURLON – COUNTY OF MILAN P/E 2014 © Luca Ceccarelli

A convincerla a cambiare strada, con un’agenda ricca e infiniti contatti, è stata la passione per il vintage. Il suo progetto, LaDoubleJ, è nato infatti come piattaforma online di “belle cose”, cioè abiti, capispalla e bijoux che piacevano innanzitutto a lei, in collaborazione con boutique specializzate di alta gamma e con il colosso Mytheresa.com. Nel giro di quattro anni, LaDoubleJ è diventata una realtà imprenditoriale neanche più tanto piccola sempre meno vintage e sempre più moda “nuova”, classica e chic, fatta di pochi abiti in tessuti preziosi stampati (e comprati tutti a Como e dintorni) e di un esercito di “sciure” anche giovanissime (la sciura è una categoria dello spirito non necessariamente milanese) che li acquistano in tutto il mondo. JJ Martin dice sempre che Milano non è certo un ambiente facile come quello di New York per conoscere e ottenere informazioni. Di certo, però, vi ha trovato una quantità incredibile di supporters, compresa la leggendaria buyer di modernariato di via Spiga, Nina Yashar, e l’ex direttore creativo di Moschino, Rossella Jardini (lo stesso marchio del gruppo Aeffe ha un direttore creativo made in Usa, Jeremy Scott, che però non vive stabilmente in Italia). Non ama le sfilate, giustamente visto il budget lontano da quello di Gucci o Prada. L’errore di tanti stilisti emergenti nazionali è di scendere in competizione sullo stesso piano dei colossi: lei, da brava giornalista ed esperta di marketing, si inventa ogni stagione un happening nuovo e originale. Ecco, quello che portano, i tanti nomi della moda italiana di origine straniera, è quel pragmatismo che all’Italia manca.

Americani, inglesi, cinesi russi (questi ultimi per il momento pochi) lo sanno fin dal momento in cui arrivano a Milano o a Roma a studiare, di solito al corso di Science of Fashion della Sapienza, l’unico di livello universitario pubblico erogato in inglese. Hanno sempre un’idea in più, laterale e diversa, che tiene inevitabilmente (e giustamente) conto dei costi. Un punto che agli studenti italiani manca sempre.

 

Foto di apertura, "Don't do it for money or for fame. Do it because you love it." per Vogue Mexico - Alberto Zanetti