Tutto è cominciato al tavolo di una pizzeria di San Donato Milanese, ad un passo dai palazzi dell’Eni edificati ai tempi di Enrico Mattei. Correva l’inverno del 2017 fa quando Marco Alverà, scuola Goldman Sachs, una laurea in Filosofia alla London School of Economics, da un anno amministratore delegato di Snam, riunì i collaboratori più stretti per valutare se fosse fattibile, e a quale prezzo, l’adozione dell’idrogeno su larga scala. Una rivoluzione industriale di cui, in realtà, si parlava da tempo, almeno da quando Jeremy Rifkin aveva pubblicato nel 2002, “The Hydrogen Economy”, il best seller ambientalista in cui si lanciava l’idea di una rivoluzione verde in cui l’energia pulita fornita dall’idrogeno avrebbe mandato in soffitta il carbone e le altre tecnologie ad alto tasso di inquinamento. Ma la svolta era rimasta nel cassetto, complici le difficoltà tecnologiche ed i costi richiesti dal cambiamento, in assenza di economie di scala. Insomma, una classica “mission impossible” specie in un Paese come l’Italia che destina in genere ben poche risorse a progettare il futuro.  Ma stavolta gli scettici hanno avuto torto. Per merito di Marco Alverà, 45 anni, l’amministratore delegato di Snam, nato a New York ma di nobile stirpe veneziana, straordinario supporter della via italiana all’idrogeno. È infatti merito suo se nemmeno tre anni dopo quella cena galeotta a San Donato Milanese, l’idrogeno all’italiana ha conquistato la prima pagina del New York Times: il 27 maggio 2020, infatti sulle colonne della Grey Lady è comparsa la storia di un’azienda, la prima al mondo ad essere alimentata ad idrogeno con un tasso di inquinamento sostanzialmente pari a zero. La rivoluzione ha visto la luce nel cuore del Sud, al pastificio Orogiallo di Salerno, la premiata ditta di Vincenzo Milito specializzata in paccheri ed orecchiette dove macchine alimentate da una miscela di idrogeno e gas, “free of emissions”, sfornano pasta a tonnellate ad un passo dagli ulivi secolari.

Levelland Oil Field #1, Hockley County, Texas (2013) Courtesy Mishka Henner e Tosetti Value SIM s.p.a. Thanks to: Galleria Renata Bianconi (Milano)

«L’idrogeno ha dato una dimostrazione di poter essere la chiave di volta per la transizione energetica», ha commentato a caldo Alverà dopo l’impresa resa possibile dall’idrogeno stoccato da Snam. Una prima volta storica perché entro il 2050 l’idrogeno potrebbe fornire circa un quarto dell’energia del Bel Paese. Già oggi gli studi e il progetto pilota di Snam in Italia ci dicono che è possibile sostituire, senza investimenti significativi, dal 5 al 10% del gas naturale con idrogeno prodotto da fonti rinnovabili come vettore energetico pulito e sostenibile. Insomma, in meno di tre anni, dalla serata in pizzeria a San Donato Milanese, alle orecchiette uscite dal pastificio campano, il team di Alverà ha così conquistato una posizione di rilievo nella sfida cui è tenuta la “Generazione H”, titolo del libro dello stesso Alverà, dedicato alla rivoluzione dell’energia pulita, quella in cui l’Italia ha i numeri in regola per recitare un ruolo da prim’attore grazie anche a condizioni climatiche favorevoli, ed alla sua posizione geografica.

«Di recente– rivela il manager – ho partecipato a una videoconferenza con il vicepresidente della Commissione Europea Frans Timmermans che ha la delega al piano verde europeo. C’erano gli amministratori di 14 grandi gruppi del settore, i più interessati alla tecnologia legata all’idrogeno. Si è parlato della quota di energia che da qui al 2050 non potrà essere soddisfatta dalle rinnovabili elettriche: un 40-50% di domanda energetica non elettrificabile, che richiede comunque energia decarbonizzata, sicura e a basso costo».

Di qui l’idea di sviluppare, con opportuni investimenti, piattaforme in Africa, dove non ci sono problemi di spazio, l’irraggiamento solare è più del doppio rispetto al Nord Europa, e la minore stagionalità permette un utilizzo ottimale delle infrastrutture. Il rischio in questi casi è di correre troppo o troppo in fretta sottovalutando i problemi. Come teme Massimo Tavoni, docente al Politecnico di Milano, e direttore dell'Istituto europeo per l'economia e l'ambiente (EIEE), che in un intervento sulla Voce.info sottolinea che, «rimangono da risolvere varie questioni. Dai costi elevati dell’idrogeno verde, generato dall’elettrolisi dell’acqua, ben più caro di quello grigio, derivato da gas carbone (altamente inquinanti) al tema delle infrastrutture, solo in parte compensato dalla possibilità di usare reti già esistenti». Ma l’idrogeno ha un grande sponsor: la Commissione Europea, sotto la spinta della Germania decisa a giocare senza riserve la carta dell’energia pulita, Bruxelles vuole arrivare alla totale decarbonizzazione dell’economia del Vecchio Continente entro la metà secolo, ed è conscia che bisogna attivare tutti i mezzi possibili perché le rinnovabili da sole non basteranno. In questa cornice l’8 luglio scorso è stato varato il piano dell’Unione Europea che ha l’obiettivo di facilitare la transizione energetica e che comprende, tra l’altro, l’“Alleanza per l’idrogeno”, una partnership che mette insieme UE e privati per accelerare lo sbarco sul mercato del combustibile. «E’ un’accelerazione molto importante commenta Alverà, a riprova dell’impegno con il quale l’UE e la Germania sono alla ricerca di risorse energetiche alternative». Un’esigenza che ci riguarda da vicino.

«La Germania – continua il manager– ha difficoltà con le rinnovabili tradizionali e quindi prevede di importare idrogeno prodotto attraverso l’elettrolisi facendo passare elettricità ricavata dal solare. Questo dà un grande vantaggio all’Italia, che può lavorare sul solare per produrre idrogeno nel Mezzogiorno e può così trasformarsi nell’hub europeo per l’H2 in arrivo dal Nord Africa. Diventare un simile snodo è una grande opportunità economica e geopolitica».

Tutto questo potrà essere una chiave cruciale anche per le ricadute che già si profilano nel settore manifatturiero: Snam, ad esempio, ha avviato un’alleanza con Alstom per collaborare alla realizzazione del treno ad idrogeno. «Pensiamo di poter lanciare il primo prototipo di treno nel 2021 e di presentarci sul mercato nel 2022-2023». Tempi simili sono previsti per il trasporto su gomma. «Siamo lavorando con diversi soggetti che producono camion e autobus a idrogeno. I primi camion possono essere pronti nel 2022-2023».  È già partita anche la collaborazione con Baker Hughes (gruppo General Electric) per dar vita a turbine in grado di bruciare miscele di gas metano e idrogeno. E da buon (quasi) veneziano non poteva mancare il progetto di far alimentare i vaporetti sul Canal Grande a gas e idrogeno. Ma altre opportunità stanno maturando in molti settori sotto la spinta del manager che Paolo Scaroni, l’ex presidente dell’Eni, giudica «senz’altro il migliore della sua generazione», che, dopo la laurea in Filosofia alla London School of Economics, ha fatto il suo esordio nel business a Goldman Sachs per poi far rotta verso Enel (ha curato l’introduzione in Borsa di Terna) ed Eni. Con sua piena soddisfazione «perché qui in Snam - ha dichiarato in un intervento pubblico organizzato da Ted (Technology Entertainment Design) – ho capito, parlando con i colleghi, che ero finito in un’azienda nella quale le persone non dovevano preoccuparsi dei risultati di breve termine. In una squadra di 3.000 persone, la differenza tra 3.000 giocatori di squadra motivati e felici e 3.000 persone demotivate è tutto».