La più bella, aveva un nome da santo protettore: Elia. Si faceva chiamare Lilì, e il nomignolo le stava alla perfezione. Riassumeva in quattro lettere il suo carattere e rendeva più sbrigative le presentazioni, ché a pronunciare per esteso Elia Maria Gonzalez-Alvarez y Lopez-Chiceri c’era di che farsi venire il mal di testa. Del resto, tagliare corto faceva parte della sua natura, formatasi fra una stazione e un traforo nei suoi mille viaggi in treno al seguito di una famiglia benestante ma costretta a girovagare per l’Europa dietro a un padre diplomatico, di quelli che venivano chiamati a risolvere i problemi creati dagli altri. Lilì Alvarez, chioma rossa e gambe lunghe, spagnola nata a Roma a un passo dalla Fonte Paola sul Gianicolo, diventava “la Señorita” quando sbarcava a Dover e il riflesso delle bianche scogliere le si adagiava sui capelli. La chiamavano così i giornali del Regno Unito conquistati dalle maniere sicure, talvolta dure, quasi maschili, di una giovane donna affascinante e bella che, in cambio di quei modi sin troppo tranchant, regalava sorrisi in grado di trascinare in un paradiso di seduzione anche gli animi di scorza più dura. E lì sapeva come trasformarli in tremolanti gelatine.

Proto-femminista, oggi si dice così. Ai tempi di Lilì, quando giocava le finali di Wimbledon e non riusciva mai a vincerle, salvo avere il giorno dopo i titoli più ammirati sui quotidiani (accadde nel 1926 e fino al 1928, finalista tre volte di seguito), la parola giusta era “suffragetta”.

Lo furono, a loro modo, anche Charlotte Dod, Lottie, che vinse Wimbledon a 15 anni (nel 1887), e Suzanne Lenglen, la prima a diventare professionista, nel 1926, incoraggiata da una cifra di 75 mila dollari per una serie di incontri negli Stati Uniti opposta a Mary K. Brown (la tournée finì senza sconfitte, trentotto a zero per Suzanne), che i pochi professionisti di allora, settore maschile, consideravano un affronto alla loro virilità tennistica. Alla Lenglen spettava il match-clou delle serate tennistiche in giro per gli States, organizzate nelle piazze, nei saloni delle grandi industrie e in altri posti impensabili. Fu lei la prima a potersi permettere un’espressione poi divenuta centrale nelle rivendicazioni delle sue nipotine più moderne: la parità dei montepremi. In realtà erano i tennisti del suo seguito a battere cassa, e lei a guardarli dall’alto. Ma fu un caso isolato il suo, anzi, unico. E Suzanne, non per niente, era chiamata la Divina. Lilì, Lottie e Suzanne ebbero in comune una considerazione molto alta del ruolo della donna, la provenienza alto-borghese, la frequentazione di numerose discipline sportive, e il tennis. Anche i modi da maschiaccio, Lilì e Lottie. Anche l’urgenza di avvertire l’approvazione del pubblico, Lilì e Suzanne. E tutte, nessuna esclusa, il bisogno di stupire.

Niente che possa evidenziare contraddizioni, quel trait d’union socio-sportivo che collegava tre donne tanto singolari quanto carismatiche. Il tennis era già allora, e continua a essere, lo sport più borghese fra tutti. Era l’attività preferita dei re, il Royal Tennis lo chiamavano, e a trasformarlo nel “Tennis e Basta”, quello che conosciamo, fu la nuova classe dominante, smaniosa di impossessarsi di tutto ciò che fosse di nobile provenienza e renderlo a propria immagine e somiglianza, in una sorta di spoliazione pubblica quanto bramosa delle insegne più altolocate. Nacque nella stessa borghesia di quegli anni, sorretta da un potere economico più frantumato ma nell’insieme soverchiante, le discussioni sull’attribuzione di un nuovo ruolo alle donne. Tanto più nel periodo successivo alla prima guerra mondiale, che le signore affrontarono con l’autostima (era la prima volta che capitava? Forse sì) di chi aveva saputo sostituire, nei ruoli, negli affari, nelle mansioni di tutti i giorni, nelle fabbriche, gli uomini impegnati nel conflitto. Dedicarsi a molte discipline sportive divenne un modo per dire che anche loro, le signore, potevano farcela, proprio come i mariti, i fratelli, i datori di lavoro. Lottie Dod fu una splendida Diana nel tiro con l’arco, attività che le valse un argento ai Giochi olimpici di Londra del 1908. Fu anche giocatrice di hockey su prato (anzi, una delle fondatrici della disciplina) e ottima golfista, prima che il padre, un ricco mercante di cotone, decidesse di far costruire due campi da tennis nella tenuta di Bebington, uno in erba e uno in cemento. Su quelli, Lottie imparò a vincere Wimbledon, cosa che fece cinque volte fra il 1887 e il 1893 e sempre contro Blanche Bingley, una delle prime mamme del tennis. Fece di più Lilì, spericolata vincitrice della Prova automobilistica Catalana, sinuosa campionessa di velocità su ghiaccio con i pattini, sfrontata schermitrice, provocante cavallerizza, potente sciatrice, leggiadra golfista. Poi tennista vittoriosa in doppio a Parigi e nel singolo agli Internazionali d’Italia. La sua fama di sportiva la consegnò alla scrittura, e da lì subito al giornalismo. Scrisse due libri che divennero le guide del neo femminismo spagnolo, raccontò sul Daily Mail della guerra civile spagnola, di politica e del nuovo ruolo delle donne, e continuò a farlo su La Vanguardia.

Scriveva in uno stile diretto, essenziale, anche quando parlava di se stessa: “Mai ricevuto un dollaro da sportiva, non ne avrei avuto bisogno. La fama acquisita con la racchetta mi permetteva di vivere da super milionaria”.

Un dollaro… Molto dello spirito di affermazione mostrato dalle donne del tennis, professioniste della prima ora e fonte d’ispirazione per molte delle atlete del secolo precedente sembra danzare intorno alla figura verdognola e filigranata del presidente Washington. Ricordarlo così spesso, e legare la propria crescita alle conquiste economiche, porre in termini di denaro contante la stessa parità fra uomini e donne, fu la via maestra del movimento femminista nello sport, e molto costò alle signore in fatto di credibilità. Facile accusarle di «volere soltanto i soldi», più difficile invece mettere in risalto la bontà di una linea strategica così diretta al nocciolo del problema. «Stipendi uguali, il resto verrà da sé», incalzava Martina Navratilova (giocò fino ai 48 anni), mentre insegnava ben altri dettami sulla convivenza tennistica alle giovani apprendiste che numerose la conobbero come capofila. «Mai pensare al denaro, in campo non c’è tempo e non conviene. Lì occorre affidarsi al cuore e alla passione, e più ancora a una perfetta forma fisica. Ogni richiesta è lecita, ma se si dimentica che i match devono valere il prezzo del biglietto, ogni richiesta apparirà smodata se non incomprensibile». Di fatto, la spallata che le tenniste vollero assestare al sistema dei «tennisti maiali sciovinisti», come educatamente Billie Jean King si rivolgeva al suo interlocutore principale, l’ex campione Frank Kramer, diventato manager della parte avversa, sempre sotto il segno del dollaro finì per prendere forma definitiva. Il caso esplose a Los Angeles nel 1970, due anni dopo l'avvio dell'Era Open del tennis. Il tradizionale Pacific Southwest, organizzato proprio da Kramer, propose per quell'anno un montepremi talmente squilibrato fra uomini e donne (8 a 1 in favore dei tennisti) da muovere alla protesta le giocatrici più forti, King e Casals in testa. Fu Billie Jean a chiamare Gladys Heldman, avvocatessa e direttrice della rivista World Tennis Magazine, affinché se ne interessasse, e Gladys fece molto di più: propose alle giocatrici di boicottare l'evento e di organizzare un torneo alternativo in un'altra città. Si sarebbe occupata lei stessa di trovare uno sponsor e un montepremi all'altezza…

Fu quello il primo atto della rivoluzione di Gladys, e i fatti che rapidamente si succedettero ne furono la diretta conseguenza. Gladys contattò prima di tutto un circolo in grado di ospitare il torneo, e prese accordi con l'Houston Racquet Club, quindi si rivolse all'amico Joseph Cullman, presidente di una delle più grandi industrie del tabacco, la Philip Morris, infine provocò il distacco dal circuito delle nove più forti giocatrici statunitensi mettendole sotto contratto con la sua stessa rivista. Un contratto a tutti gli effetti di pura facciata, ma tale da provocare un autentico terremoto nel tennis, prima americano e poi mondiale: a Houston, Billie Jean King, Rosie Casals, Nancy Richey, Peaches Bartkowicz, Valerie Ziegenfuss, Kristy Pigeon, Judy Dalton, Kerry Melville e la figlia di Gladys, Julie Heldman, si legarono al World Tennis Magazine Tour per la somma di un dollaro ciascuna. Passarono alla storia come le "Houston's Nine".

I vantaggi immediati erano evidenti, quelli futuri tutti da valutare, ma le nove giocatrici e la Heldman non avevano intenzione di fare marcia indietro. Intanto, avrebbero giocato a Houston per un montepremi di 7.500 dollari, e di seguito in altri cinque tornei che la Heldman si era garantita con i soldi della Philip Morris. Proprio in quei mesi, del resto, l'industria del tabacco capitana da Cullman si era impegnata in una campagna pubblicitaria di larghe dimensioni, per il lancio di un nuovo tipo di sigarette dedicato al pubblico femminile. Virginia Slims, le aveva chiamate, e lo slogan della pubblicità, accattivante e in linea con le spinte femministe di quegli anni, recitava dai manifesti appesi in tutte le città: "You've come a long way, baby"… hai percorso una lunga strada, ragazza. Cullman si convinse rapidamente che il suo marchio avrebbe ricevuto benefici e ulteriore visibilità dall'abbinamento con le tenniste ribelli, e nel 1971 la nascita di un circuito femminile era cosa fatta. Lo chiamarono Virginia Slims Tour. Nel 1973 fu la volta della Women’s Tennis Association, l’organizzazione ancora oggi a capo del tennis femminile.

Quanto ai “maiali sciovinisti”, fu Billie Jean a occuparsi per vie dirette del «più maiale fra tutti», come lei stesso lo definì in una trasmissione televisiva. Più fancazzista che vero maiale, Robert Larimore Riggs campione di Wimbledon nel 1939, e due volte degli Us National Championships, lanciò la sfida alla due tennisti più forti nel 1973, a compimento dei suoi 55 anni. Lo fece per amore di scommessa, la sua unica vera occupazione, con cui racimolava l’argent de poche inventando sfide impossibili, quasi sempre rivolte alle signore del suo circolo.

«Contro di lei non perdo nemmeno se scendo in campo con un cane al guinzaglio», «la batto persino legato a una sedia», si vantava, e poi lo faceva davvero, tra l’ilarità dei suoi sostenitori.

Più seri, i match proposti alle tenniste di punta lo videro prima vincente contro la numero uno, Margaret Court (62 61 a Ramona), poi impegnato contro la numero due Billie Jean King all'Astrodome di Houston di fronte ad oltre 30.472 spettatori (per un record di audience televisiva di oltre 50 milioni), un incontro che assunse colorazioni particolari sulla spinta dei movimenti femministi di cui la stessa King faceva parte. Riggs perse il match (64 63 63) e Billie Jean King venne portata in trionfo. Ma l'enorme giro di scommesse che il match finì per muovere, insieme con la devozione maniacale di Riggs per il gioco, sollevarono non pochi dubbi sulla regolarità dell’incontro: se Riggs abbia giocato quella partita a vincere o a perdere resterà uno dei misteri irrisolti del tennis.

La parità dei montepremi è giunta con gli anni Duemila. Ma la battaglia non è finita, restano gli strascichi, le domande mai risolte, le insicurezze di chi ha vinto e il risentimento di ancora non ci sta. «Giocano meno di noi, faticano la metà, perché devono guadagnare gli stessi soldi?»,

si sono chiesti a turno i tennisti meno propensi ad abdicare alla parità dei diritti, specie quella dei portafogli. Le ragazze hanno risposto, chi con la ragionevolezza, chi con le maniere forti, ma ognuna secondo la propria indole. «Me lo venga a dire in faccia», tuonò la Navratilova contro l’olandese Krajicek, che aveva paragonato le tenniste più grassottelle a cotechini, «sarò felice di fargli cambiare idea a suon di ceffoni». Ma alla fine, qualcosa è cambiato, in nome dello spettacolo che non deve mai venire meno. E non solo tennistico, a quanto pare. I body colorati si sono ridotti a un velo, sembrano disegnati direttamente sui corpi delle fanciulle, nelle gallerie del vento. Compare l'ombra di un pizzo, in alcuni un brillio di lamé, ma il resto è muscolo, esposto, florido, esuberante, tornito, talvolta esagerato. Muscoli di atlete che in un secolo hanno acquistato venti centimetri in altezza e non meno di 50 chilometri orari nella velocità dei colpi.

L’ultimo afflato femminista in campo tennistico rimette in discussione, oggi, molti degli appunti che le filosofe pasionarie degli anni Novanta avevano dettato. Il rito della bellezza, raffigurato da Naomi Wolf come l'ultima gabbia costruita per la donna, non è più bandito, ma è diventato terreno di sfida. E si è trasferito sui campi da tennis, così come sulle piste di atletica e nelle corsie delle piscine, con il glamour che naturalmente possiedono tutte le cose insospettabili come la magnificenza di muscoli maschili in un corpo femminile. Sono gli anni della riconquista, questi del Terzo Millennio. Senza paura, e con i conti in banca ben pasciuti. Le nuove stelle dello sport accettano di gareggiare su una passerella. Restano le vittorie, le grandi imprese, i dollari che ne derivano, ma funzionano anche i nuovi abbinamenti oggi consentiti, l’eleganza con il sudore, l’armonia con la fatica. È la danza delle donne amazzoni. Lo spettacolo più glamour dello sport moderno.