Un giorno camminando per strada Frank Gehry mi raccontava che quando si è scontato con la dimensione di certi edifici che stava progettando ha capito che non avrebbe potuto inseguire l’estetica del fatto a mano, ma che doveva inventare qualcos’altro, anche qualcosa di molto brutale, o di molto grande. Il problema dell’attualità si potrebbe sintetizzare con il problema della dimensione, dello scontro con la dimensione. Perché la dimensione del pianeta è profondamente cambiata. Per via di treni, auto, aerei e varie accelerazioni dei mezzi di trasporto e delle cosiddette comunicazioni, e per via delle varie, misteriose, nuove tecnologie è cresciuta la misura del pianeta: dove prima ci stava una casa con tre piani e trenta finestre adesso ci sta un grattacielo con ottanta piani e quattrocento finestre. Molti anni fa avevo un giovane amico romano che faceva il pittore e dipingeva quadri di un metro e venti centimetri per – massimo – due metri, e mi sembravano quadri non male. Quando qualche anno più tardi il mio amico si è trasferito a New York e sono andato a trovarlo, continuava a dipingere quadri a olio di un metro e venti centimetri per – massimo – due metri. Erano più o meno gli stessi quadri, ma a New York mi sembravano cartoline nonsenso spedite nel vuoto: non era riuscito a confrontarsi con la dimensione.

Queste sono le parole che Ettore Sottsass scrive nel libro “Scritto di notte” (Adelphi – 2010©) e sembrano particolarmente adeguate a pensare al lavoro di Nathalie Du Pasquier. Fondatrice del Gruppo Memphis con lo stesso genio di Innsbruck (e milanese per tutta la vita creativa), quello che è interessante nel lavoro di Nathalie Du Pasquier, tra le moltissime cose a dire il vero, è questa bellissima tendenza a costruire delle composizioni, delle pacate nature morte, di oggetti e piccole architetture, un rosario di affinità elettive. Se da una parte nel suo universo visuale continuano ad intrecciarsi strutture e pattern geometrici le cui scale cromatiche li fanno talvolta assomigliare a nuovi Mondrian od ignoti pittori analitici un po’ francesi (Daniel Buren), un po’ italiani (Rodolfo Aricò e Giorgio Griffa), però più industriali, talvolta brutali – per stare nelle parole di Ettore Sottsass; dall’altra, le nature morte di cui ha disseminato gli anni dal 1987 a oggi parlano di un frasario composto da oggetti del quotidiano, un piatto, una spugnetta per lavare le stoviglie, un bicchiere, una brocca di latte, una birra, una pagnotta; così come del poco quotidiano, eppure familiare, una pallina da badminton, un piede in gesso, un cacciavite a stella, una presa schuko. Il tutto spesso allestito su tavole da pranzo, tovaglie colorate, gli stessi tessuti che Memphis proponeva, in una progressione che dai primi anni sembrava anche vagamente surrealista (animali che fluttuavano vicino a rami spogli di alberi d’inverno), e che poi diventa ingegneristica con motori e ingranaggi, e quindi definitivamente strutturalista e domestica con ridotte architetture e oggetti della vita di ogni giorno. Tutte queste nature morte, un lunghissimo film di inquadrature sempre tutte uguali eppure tutte diverse, come d’altronde la tradizione di questa pratica interiore pretende da Chardin a Morandi, sono un dono per ricordarci di tutti quei legami che sussistono tra noi e i gesti di ogni giorno, di tutte le affinità emotive che compongono i nostri ricordi. Quelli della casa della nonna quando ci andavamo a pranzo il sabato, o in cucina con la mamma a colorare mentre lei infornava una torta in una teglia con i manici color giallo ocra. Queste nature morte, piccole e raccolte, raccontano l’intreccio tra il passato di cui siamo fatti e il presente che viviamo un po’ confusamente, e ci ricordano chi siamo, ci riportano all’origine, con i piedi per terra. Sono l’alfabeto del nostro ricordo e della nostra memoria.

Nathalie Du Pasquier.

Infine, qualcosa sulla dimensione, a proposito delle parole del Maestro Sottsass: a New York è tutto grande, dalle pareti, ai palazzi, alle aspettative; ed è facile capire perché anche il minimalismo americano (per fare un esempio) si sia confrontato ben presto con la dimensione, con l’enormità dello spazio, con quella che sembrava (il richiamo alla superficie) una vera vocazione. Gli US sono la terra del «bigger is better», dal cibo all’arte. A Milano è tutto diverso: anche nella città italiana più cosmopolita, più esterofila, un po’ del “Tu vuo' fa' l'americano” e un po’ meritatamente internazionale, resistono ed esistono le case a ringhiera, i bar di quartiere, il dialetto, persino i milanisti e gli interisti da generazioni, per DNA, i mondeghili e il risotto al salto. Qui dove Nathalie Du Pasquier vive e si è trasferita per Memphis (Milano appunto) la dimensione è ancora quella delle cartoline, è quella del pranzo domenicale, dove il tempo sembra non scorrere affatto e dove bisogna sedersi e ascoltare, lentamente. È quella delle nature morte, dove una spugnetta per i piatti verde e gialla s’intona ad una brocca dal profilo blu, e un fiore si lascia cadere stanco sul pianale.

 

(*) Si prende qui in prestito il titolo del capolavoro di Natalia Ginzburg per descrivere un’atmosfera, fermare un’immagine che è anche uno dei fini del lavoro di Nathalie Du Pasquier.