Tutto è cominciato al tavolo di una pizzeria di San Donato Milanese, ad un passo dai palazzi dell’Eni edificati ai tempi di Enrico Mattei. Se c’è una storia che, quasi da sola, può raccontare quello che è successo al mondo della moda – e non solo, ovviamente – a partire dall’inizio dell’anno, è quella di Dolce&Gabbana, azienda nata nel 1984 e oggi uno dei marchi italiani più conosciuti al mondo. Azienda fieramente indipendente con un fatturato annuo di oltre 1,3 miliardi di euro e migliaia di dipendenti nel mondo. Dolce&Gabbana fu tra gli ultimi marchi a sfilare, con tutto il pubblico previsto, durante la fashion week di Milano di febbraio, che si concluse poi con tre importanti eventi trasformati all’ultimo momento in passerelle e presentazioni a porte chiuse e trasmessi in streaming: lo show di Giorgio Armani nel suo quartier generale di via Bergognone, quello di Laura Biagiotti al Teatro Studio e l’happening di Moncler focalizzato sul progetto Genius, tra i più innovativi del settore perché ha introdotto, nei fatti e non solo a parole, l’idea di collezioni slegate dalla stagionalità. Qualche giorno prima della sfilata della collezione donna autunno-inverno 2020-2021, quando ancora l’epidemia di coronavirus sembrava aver investito solo la Cina e altri Paesi asiatici, Domenico Dolce e Stefano Gabbana avevano fatto un’importante donazione all’istituto Humanitas di Milano, che i due stilisti-imprenditori sostengono da molti anni finanziando borse di studio per giovani ricercatori. Con parole quasi profetiche, a maggior ragione perché pronunciate da personalità esterne al mondo della medicina, Domenico Dolce e Stefano Gabbana avevano detto di considerare l’epidemia un problema per tutti gli abitanti del pianeta, non solo per i cinesi. Convinzione maturata probabilmente per la loro conoscenza del fenomeno della globalizzazione, che la moda ha vissuto in ogni suo aspetto, dalla necessità di creare un brand internazionale ai pericoli insiti in supply chain diventate sempre più complesse. Basti pensare, ad esempio, che la maggior parte dei materiali chimici necessari all’industria tessile italiana di alta gamma vengono prodotti in Cina; lo stesso vale per una materia prima importantissima nel lusso, la seta. Gli allevamenti di bachi da seta si trovano praticamente tutti in Asia e la Cina da sola ne ha il 90%. Interrompere i flussi commerciali tra continenti, di qualsiasi tipo ma in particolare per filiere come quelle del tessile-moda-abbigliamento, significa non poter più soddisfare la domanda finale.

A proposito di contesto generale, potremmo dire che c’è voluta una pandemia per far capire a chi in Italia prende decisioni di politica economica l’importanza e la flessibilità del tessile-moda-abbigliamento. Colpito come e forse più di altri dal lockdown, fin dalle prime settimane di emergenza sanitaria, il settore ha fatto la sua parte. Da Armani a Zegna, le grandi aziende hanno convertito impianti alla produzione di camici e mascherine in “tnt” (tessuto non tessuto). La pandemia ha mostrato inoltre quanto le decine di migliaia di imprese della filiera italiana siano legate ai territori: sono state fatte innumerevoli donazioni a strutture sanitarie e sezioni della Protezione civile. Una forma di corporate social responsibility che si riflette anche nelle iniziative per i dipendenti: tante eccellenze del made in Italy, oltre a Dolce&Gabbana, da Brunello Cucinelli a Prada, hanno lavorato con istituti di ricerca e università per affinare i protocolli di sicurezza, migliorandoli rispetto alle indicazioni governative, dalle fabbriche alla logistica e ai negozi. Ed è anche per questo che al momento della riapertura, nessuno si è fatto trovare impreparato e nel mese di agosto molti negozi di abbigliamento e accessori, specie nelle città meno grandi, dove la clientela è soprattutto locale, o nelle località turistiche scelte quest’anno dagli italiani, dalla Liguria alla Basilicata, hanno fatto registrare buoni fatturati.

La filiera italiana del tessile-moda-abbigliamento, unica al mondo ancora intatta (la maggior parte delle aziende francesi producono qui, da Dior a Vuitton, da Chanel a Hermès), in tempi di pandemia ha continuato a fare e a dare. Senza chiedere nulla se non regole chiare e possibilità di essere ascoltata e coinvolta nelle politiche economiche per l’emergenza. E questo è avvenuto solo in parte: le aziende hanno utilizzato gli ammortizzatori sociali, ma alla fine, ad esempio, non potranno contare sul bonus consumi di cui si era parlato. Il settore è in profonda difficoltà, stretto tra i quattro mesi di interruzione quasi completa delle attività manifatturiere e commerciali e il congelamento dei consumi durante il lockdown, seguito da una lenta ripresa di quelli interni, ma in assenza quasi totale di quelli legati al turismo dall’estero, specie nella fascia alta. Secondo l’ultima indagine a campione di Confindustria Moda – che rappresenta 67mila imprese che danno lavoro a circa 600mila persone nei comparti tessile, moda e accessorio – nel secondo trimestre oltre l’86% delle imprese ha subito un calo di fatturato superiore al 20%. Il 93% delle aziende a campione ha fatto ricorso agli ammortizzatori sociali e nel 54% dei casi lo strumento ha interessato oltre l’80% dei dipendenti totali dell’azienda. Il 55% – tornando al tema della corporate social responsibility – ha anticipato la Cig al proprio personale. Quanto all’intero anno, si stima una flessione media del fatturato del 32,5% rispetto al 2019, pari a 30,3 miliardi meno. Chiarissime le parole di Cirillo Marcolin, presidente di Confindustria Moda: «È una stima preliminare, ma gli effetti della pandemia sui bilanci e sull’occupazione saranno devastanti. Siamo il secondo più importante settore manifatturiero in Italia e il primo contributore positivo alla bilancia commerciale. Dobbiamo fare ancor più sistema e insieme ripartire».

Non è solo un auspicio: gli eventi che hanno avuto luogo in settembre sono, di fatto, un primo, forte segnale di ripartenza. Ci sono state le sfilate-evento a Firenze per Dolce&Gabbana, Laura Biagiotti a Roma e La petite robe di Chiara Boni a Forte dei Marmi, accanto alle fiere di settore come Milano Unica (tessile), Micam (calzature), Mipel (pelletteria), White e theOne, che hanno di fatto riaperto i quartieri e l’attività fieristica della città dopo sette mesi di stop. Due le settimane della moda, quella del pret-à-porter donna a Milano e quella di Roma, ripartita con un nuovo format, precedute o seguite da altre manifestazioni fisiche, come VicenzaOro per la gioielleria e il Date di Firenze per gli occhiali. Segnali ancora più importanti se si tiene conto che nelle altre capitali mondiali della moda (Londra, New York e Parigi) le scelte sono state orientate quasi esclusivamente verso il digitale, sia per le sfilate sia per le fiere. Una modalità emergenziale, che non potrà mai sostituire la parte fisica dell’universo, dell’esperienza, potremmo dire, della moda. E qui torniamo a Dolce&Gabbana, che ha chiamato le collezioni presentate all’inizio di settembre a Firenze Rinascimento (per l’uomo) e Rinascita (per la donna).

«Anche la collezione donna si collega al periodo storico che vide fiorire Firenze e diede al mondo artisti e capolavori di ogni genere – hanno spiegato i due stilisti-imprenditori. Ma la parola “rinascita” ha un significato leggermente diverso: vorremmo che questi eventi fossero l’inizio di un percorso post lockdown… una parola che proprio non ci piace e che speriamo di dimenticare presto. Rinascere tornando a organizzare sfilate e incontri dal vivo, con tutte le precauzioni del caso, e rinascere come sistema moda e come Paese». Il legame con Firenze, anche per l’idea di rinascita, è fortissimo, perché Domenico Dolce e Stefano Gabbana hanno riunito capacità artigianali e atelier locali, collaborando sia per l’alta sartoria sia per l’alta moda, dando a tutti una vetrina internazionale, una scelta che si ricollega all’appello fatto da Cirillo Marcolin per salvaguardare la filiera anche nei suoi anelli più fragili.

«E’ quello che fece un visionario come Giovanni Battista Giorgini, che il 12 febbraio 1951 organizzò quello che allora di chiamava défilé di moda a Palazzo Torrigiani, che era anche la sua residenza. All’epoca ovviamente non c’erano marchi o atelier come esistevano invece in Francia: Giorgini riunì i laboratori di sartoria da donna e diede loro un pubblico internazionale di buyer, arrivati persino dagli Stati Uniti. Fece capire – hanno ricordato Domenico Dolce e Stefano Gabbana – quanto stile e quanta moda esistessero a Firenze, non solo a Parigi. Ma diede anche un’immagine di un’Italia in piena ripresa economica».

A Firenze Dolce&Gabbana avrebbero dovuto andare in giugno, in occasione di Pitti, per celebrare i 30 anni delle collezioni uomo, nate nel 1990, sei anni dopo il debutto di quelle da donna. Poi è successo quello che sappiamo e parlando con Raffaello Napoleone e Claudio Marenzi di Pitti Immagine i due stilisti hanno iniziato a lavorare al progetto che loro stesso hanno voluto definire «un po’ folle».

«Abbiamo trovato nel sindaco Dario Nardella e in tutte le istituzioni di Firenze una reazione straordinaria. Si è creato un circolo virtuoso di energie, entusiasmo, voglia di guardare al futuro. In maggio abbiamo iniziato a incontrare gli artigiani per costruire con loro eventi che fossero molto più che sfilate Dolce&Gabbana». E così è stato.

Last but not the least, da qui alla fine dell’anno, il fronte consumi interni: settembre è storicamente il mese in cui si sente il bisogno – o almeno il desiderio – di rinnovare gli armadi e di farlo andando nei negozi, non su internet, mentre da ottobre inizia la preparazione al Natale, periodo che per la maggior parte dei marchi vale fino al 50% del fatturato annuale. Durante il lockdown l’e-commerce ha funzionato, ma non certo sostituito il canale fisico. Dai saldi (iniziati con un mese di ritardo rispetto al 2019) sono venuti alcuni segnali positivi e la mancanza degli acquisti da parte di turisti nel settore di alta gamma, quello a maggior valore aggiunto, è stata almeno in parte compensata dalla clientela locale. In assenza di bonus o di una maggior attenzione da parte delle istituzioni, ancora una volta la filiera punta a trovare in sé la forza e le risorse per ripartire: la parte a valle – nell’ottica di sistema citata da Cirillo Marcolin – proverà a trainare quella a monte e per le Pmi manifatturiere, superata l’emergenza, potrebbe esserci un vero rimbalzo. La pandemia ha mostrato la fragilità delle supply chain globali e della dipendenza dall’Asia, sia per la produzione nella fascia media sia per le materie prime necessarie all’alta gamma, come abbiamo ricordato. Accorciare la filiera, cioè rilocalizzare, tornerà a essere una priorità per molte aziende medie e grandi. Lo stesso vale per la sostenibilità ambientale, tema irrinunciabile per i consumatori più giovani di tutto il mondo e di qualsiasi prodotto. L’importante è mantenere in vita le Pmi per ciò che resta di questa tempesta da Covid, che – lo abbiamo capito – non è ancora finita.