EDITORIALE

Una volta il mondo cambiava e si veniva a saperlo tempo dopo. Nel villaggio davvero globale di oggi, tra informazione continua e social, i cambiamenti avvengono in diretta, e dunque appaiono per questo più duri, più ingiusti mentre si acuisce la difficoltà di capirne senso e direzione proprio perché tutti sono impegnati a tener dietro alla cronaca. Il virus che ci tiene sospesi da quasi un anno, come già altre volte in un passato che consideravamo remoto, può essere radicale per la vita delle persone e nel frattempo incide fortemente sull’economia e sulla stessa politica. E cambia i mestieri, cambia l’organizzazione del lavoro, mette in discussione a breve la vita stessa delle città come le abbiamo conosciute sinora, e con il lavoro da casa dimezza anche la vita di relazione.

Il virus, purtroppo, ha già cambiato anche la dimensione del debito pubblico, già storica palla al piede dell’Italia: a febbraio 2020 il debito pubblico ammontava a 2.447 miliardi di euro, a fine luglio a 2.560 miliardi (dati Banca d’Italia). Processo inevitabile durante il blocco pressoché totale dell’economia, che non può essere compensato (come talvolta appare dalla narrativa pubblica) dai fondi europei che arriveranno e che sono, in grandissima parte, altro debito che le generazioni future dovranno restituire. Come si dice nel calcio, credo che si debba tornare ai fondamentali. Per il nostro Paese i fondamentali riguardano la tenuta e la salvaguardia dei punti di forza che abbiamo: la manifattura, che è la seconda d’Europa dopo la Germania, che poggia sulla grande tradizione delle nostre aziende familiari; l’export, quasi 500 miliardi di euro all’anno prima della pandemia, che poggia sulla miscela unica al mondo tra tecnologia, cultura, agroalimentare e, ultimo ma importantissimo, il risparmio, una risorsa rara, che solo il Giappone detiene in dimensioni superiori alla nostra. Proprio sul risparmio italiano, un autentico tesoro da 4.200 miliardi di euro (almeno 1.500 in più del debito pubblico) le istituzioni finanziarie italiane e, ovviamente, il Ministero dell’Economia dovrebbero fare qualche riflessione strategica in più: da tempo l’Italia è diventata terra di conquista per i gestori stranieri, fra i primi 30 asset manager (masse gestite) a livello europeo ci sono soltanto due nomi italiani, Intesa Sanpaolo e Anima, con una quota complessiva che si attesta attorno all’8% e che è dunque decisamente inferiore al peso del nostro Paese in termini di ricchezza delle famiglie su scala europea. Col tempo le società italiane hanno invece incrementato la propria presenza presso Paesi a fiscalità agevolata (e regolamenti più flessibili) intra-Ue come Lussemburgo e Irlanda. Le stime degli addetti ai lavori evidenziano che solo il 41% delle masse gestite da SGR italiane o ricollegabili a gruppi italiani siano in fondi italiani, mentre il 46% sono fondi lussemburghesi e l’11% irlandesi. Occorre invertire questa tendenza e fare di Milano e Torino il grande hub europeo del risparmio gestito. È fondamentale occuparci noi del nostro risparmio, investire in talenti e poi, migliorata l’efficienza attuale, andare alla conquista del risparmio negli altri Paesi.

Se c’è un “sovranismo buono” è questo, e confido che si possa mettere presto insieme la volontà politica dei protagonisti affinché adottino le azioni necessarie.

 

Dario Tosetti