NEW YORK - Qualche settimana fa vedo Reinaldo e Carolina Herrera seduti dall'altra parte della stanza del Posto Accanto, ristorante semplice dell'East Village, e mi prende un tuffo al cuore. Lei, la grande designer di moda, e il marito, venezuelano di nobiltà spagnola, mi ricordano all'improvviso il volto, il sorriso, le battute di Mario d'Urso, nella sua ultima estate, tre anni fa.

Con Mario si partì da Roma verso le cinque di un venerdì pomeriggio di giugno. Abbiamo preso la sua BMW decappottabile per andare a Ansedonia, a casa di Marina Cicogna, dove c’erano appunto Reinaldo e Carolina e una piccola corte di amiche. Serata ideale: tramonto luminoso, aria fresca, aperitivo, chiacchiere leggere con Mario e i suoi aneddoti in perfetta forma. Essere con lui aveva sempre un che di memorabile. Era divertente, sapeva conquistare, era delizioso e pungente. Magari ti metteva in mezzo, ma riusciva sempre a farti sorridere. Aveva la storia giusta per ogni situazione. A volte capitava di dovergli confidare qualcosa per un consiglio. Il preambolo: “Mario, mi raccomando, assoluta discrezione”. “Allora non dirmelo... lo dicevo sempre anche a Gianni (Agnelli), quando voleva raccontarmi un segreto: guarda che quello che mi entra da un orecchio, mi esce dalla bocca.” Proprio perché era lui, la confidenza partiva lo stesso. La serata a Ansedonia era un “warming up”, prima di andare a una festa di compleanno caotica, dove Mario si esibì nella sua performance preferita: lanciare per aria perfettamente diritta la sua lunga, magrissima gamba sulla pista da ballo. Non avevo più rivisto Reinaldo e Carolina da allora, né avevo più pensato a quella serata di tre anni fa fino all’altra sera, quando improvvisamente, nel ricordo, si è cristallizzata la passione di Mario per la vita di “club”, del “circolo”, che definisce l’appartenere nell’intimità a una consuetudine che si forma in decenni di frequentazioni, di amicizie comuni, di gioie e tristezze, di lacrime e felicità.

Il Posto Accanto è a suo modo un piccolo club: Carolina e Reinaldo avevano al loro tavolo Dimitri di Jugoslavia, un designer di gioielli e altri conoscenti; io ero con Richard Story, il direttore di Departures, mi ci aveva portato lui, che aveva scoperto e lanciato questo ristorante molti anni fa; i “regolari” vanno sempre nello stesso tavolo, trovano sempre la stessa atmosfera délabré dell’East Village e ingurgitano piatti deliziosi. Mario avrebbe adorato capitare lì (adoooro!! era un suo classico!), e trovare per caso i suoi amici. Avrebbe adorato scoprire fuori dal ristorante, in pieno luglio, sulla 2nd Street, accomodati in circolo fra il marciapiede e la strada seduti su seggioline pieghevoli, un perfetto quadretto newyorchese, un gruppetto di quattro uomini in maniche di camicia (uno era un pompiere), nel loro club improvvisato attorno a un idrante rosso che spruzzava zampilli d’acqua per rinfrescare l’asfalto ancora caldo alle dieci di sera.

Anche la casa a Ansedonia era in quel momento un piccolo club, la dimora di Marina Cicogna, la produttrice cinematografica, anticonformista, esclusiva, elegantissima anche nei semplici pantaloni di cotone attillati di quella sera. Era un club anche la casa nella Repubblica Dominicana, a Punta Cana, di Carolina e Reinaldo, dove Mario si recava ogni inverno per una decina di giorni per trovare sempre lo stesso giro, che includeva fra gli altri Henry e Nancy Kissinger. E quando rientrava nel freddo di febbraio a New York, Mario si sistemava con le sue carte e le sue borse di plastica blu firmate Gabelli Fund nei tavoli d’ingresso del mio ufficio, al trentesimo piano sulla 53esima fra Madison e Quinta. E lì raccontava con sommessa passione, abbassando magari la voce per dare maggiore importanza al segreto entrato dalle orecchie e in uscita dalla bocca, tutto quello che era successo al Club Herrera con Henry e Nancy. Anche quell’ufficio de Il Sole 24 Ore per il Nord America, per lui, era un club: si aggirava, chiacchierava, telefonava, andava in redazione, disturbava: “Come va il mercato?”

Gala Dinner Il Faro. Mario D’Urso partecipa alla serata di beneficenza. Roma, 27 maggio 2010.

Se quel rituale fatto di abitudini e assiduità nella casa di amici per Mario si identificava con l'idea del club, immaginate quale poteva essere il suo rapporto con i club veri e propri, con i circoli di cui era formalmente socio. I più importanti, "adorati" erano quattro, il Clubino a Milano, il Tennis Club Parioli a Roma, Il Racquet and Tennis Club a New York e il Meadow Club a Southampton. Molto diversi fra loro ma legati da radici comuni, erano club "antichi" e con una distinta accezione anglosassone. Anche per gli italiani: Il Clubino nasce "New Club" nel 1901 da una scissione dal Circolo dell'Unione. Nel 1928 passa alla sua sede ormai storica, la Casa degli Omenoni, dietro Piazza della Scala, con quelle grandi otto potenti sculture di uomini a capo chino che sostengono la facciata. Mussolini impose una caduta di stile: cambiare il nome in "Nuovo Club". Caduto il fascismo il nome divenne Clubino. Venendo da Roma a Milano Mario ci andava spesso, prendeva anche due stanze contigue, così, tanto per stare comodo. Anche i Parioli, nascono all'inizio del secolo, a Roma. Un club fondato da un gruppetto di internazionalisti amanti del tennis e dalle tradizioni britanniche. Il circolo cambiò sede nel 1960. Fra i suoi allievi più conosciuti? Il leggendario campione italiano Nicola Pietrangeli. Ma nel suo cuore erano i club americani ad avere un posto speciale perché in loro, quando era in America, questi due club diventavano per lui una sorta di ricarica energizzante, il legame con un passato remoto di cui andava molto orgoglioso. Mario era a casa dappertutto: in Germania con Burda a Londra e a Parigi con tutti, a Palm Beach coi Taubman, in Uruguay, a Punta dell'Este, con il suo gruppetto di amici italiani e argentini. A tutto, alla fine, preferiva l'America, dove ha passato la sua giovinezza, dove ha mosso i primi passi della sua carriera e dove a raccolto successi. Amava ricordare la sua discendenza diretta da George Clymer, un firmatario sia della Dichiarazione di Indipendenza che della Costituzione. Ed era vero: la nipote di Clymer, Mary Clymer, sposò nel 1854 un Serra di Cassano da cui discendeva la madre di Mario, Clotilde.

In genere Mario scendeva al Palace Hotel, sulla 50esima e Madison, ma poi si piazzava al Racquet, su Park Avenue e 52esima, uno dei club più antichi ed esclusivi d’America. Fondato nel 1876, è un circolo sportivo, con attrezzi, piscina, sauna, bagno turco, massaggi, campi di squash e di racquet e due meravigliosi campi di old tennis all’ultimo piano. La sede, un grande palazzo rinascimentale ispirato a Palazzo Strozzi, viene inaugurata nel 1918. Sembra fuori posto in mezzo ai grattacieli: è davanti al Seagram Building, di Ludwig Mies Van der Rohe, un classico del 1958, uno dei più belli a New York, dove Gianni Agnelli aveva gli uffici dell’Ifint. Di fianco c’è il Lever House, un altro grattacielo storico a New York, costruito nel 1952 da Skidmore Owings e Merrill, il primo a cambiare la skyline di Park Avenue. Il posto insomma è splendido e centrale: “Ma ti immagini, andare al Soho Club” mi disse una volta Mario. Il Soho Club è uno dei nuovi club per membri internazionali, ha un sapore di moda e di glamour. Un altro club simile nato da poco è lo Spring Club. La differenza? Me la spiegava Mario, con quella sua vena di pungente perfidia: “Sono commerciali, sono for profit, sono una catena, come i Marriott, sono rumorosi e flashy. Qui al Racquet c’è solo understatement... e non profit”. Al Racquet non si usa il telefonino, si entra solo in giacca e cravatta, si sussurra invece di parlare. Mario adorava mostrarlo; ci portò in visita Lamberto Dini quando era Presidente del Consiglio. Aveva “obbligato” l’Avvocato, Gianni Agnelli, a diventarne socio, così si potevano vedere sia in ufficio, dall’altra parte della strada, sia al Club.

C’era un’idea possessiva, intima di “casa”, in questi suoi circoli. Al Racquet c’era un suo record: da sempre, aveva tre armadi diversi. In quello al piano rialzato teneva i cappotti e il cambio di stagione. Nel pre-spogliatoio i suoi abbigliamenti sportivi: scarpe da tennis, magliette con lo stemma R&T, calzini e shorts, che venivano regolarmente lavati dagli addetti agli spogliatoi.

Non aveva il costume da bagno perché in piscina, ma anche al bagno turco o alla sauna, in questo circolo si va nudi, al massimo con un asciugamano bianco intorno ai fianchi. Quando era “in residence” Mario occupava lo splendido, enorme spogliatoio di boiserie ottocentesca, che ti fa fare un balzo indietro nel tempo, e teneva il suo armadio più grande, appoggiato sulla parete in fondo di fianco a un enorme camino, sempre aperto, con i vestiti e le giacche, le calze, le scarpe, le camicie appesi fuori, sui divisori di legno che formavano piccole cabine a vista. Lasciava tutto lì, anche durante la notte. Cosa in teoria scandalosa. Ma stiamo parlando dell'emblema stesso dell'anticonformismo: Mario era indisciplinato con una tale innocente spontaneità da impedire a chiunque di lamentarsi. Anzi, anche i soci più conservatori lo ammiravano, e le sue peculiarità finivano con il risultare persino gradevoli. Anche perché, quando nel pomeriggio verso le sei e mezza era finalmente pronto per andare ai sui cocktail, alle sue cene e ai suoi impegni, e questo dopo quattro ore di club, di telefonate dalle piccole cabine, anche loro di legno e vecchiotte, dopo gli esercizi, la piscina, la sauna, il massaggio, la doccia e la barba era perfetto, con quel misto di dignità e di eleganza impeccabile ma casuale, che finiva per intimidire i WASP, soci da generazioni.

È stato inevitabile che, con un gruppo di amici, si scegliesse questo circolo per celebrare la vita di Mario d’Urso, per consentire ai suoi amici americani, che improvvisamente lo avevano perduto, di venire a ricordarlo insieme in un “memorial”. La sua vita era stata talmente complessa che si decise di invitare amici che parlassero delle sue molte sfaccettature: della sua filantropia, cui si dedicava sempre di più negli ultimi anni, della sua relazione con l’America e con i Kennedy, della sua capacità nel mondo degli affari. Al suo memorial vennero Jean Kennedy Smith, sorella del Presidente Kennedy, e Alexandra Schlesinger, vedova del grande storico Arthur Schlesinger Jr. e una delle teste d’uovo del Presidente ucciso. C'era Kerry Kennedy, la figlia di Bob che ha pronunciato un'omelia deliziosa ricordando l'accoglienza che ebbe da lui la sua prima volta a Roma. Mario era ossessionato dai Kennedy, per lui in America non c'era nulla di meglio dei Kennedy, cattolici, americani, discoli, "social", sportivi e donnaioli. Erano venuti tutti, quelli che sono rimasti, al Club, a ricordare i momenti felici e a celebrare la sua grande vita vissuta in pieno. C’era Daniele Bodini, uno dei grandi filantropi italiani in America, che lo aveva voluto nel consiglio dell’Italian American Cancer Foundation. C’erano banchieri con cui aveva lavorato per mezzo secolo, da Peter Cohen della sua vecchia “adorata” Lehman Brothers a Mario Gabelli, che lo aveva voluto nel consiglio di amministrazione di uno dei suoi fondi. Era per questo che Mario girava sempre con quella sua borsa di plastica blu con la scritta Gabelli Fund. C’erano diplomatici, avvocati, designer di moda come Kenny Lane (mancato anche lui da poco); c’erano giornalisti, tra cui la grande potenza Graydon Carter, direttore di Vanity Fair, dominatore dei premi Oscar e dell’alta società americana, oggi nemesi di Donald Trump. Aveva premiato Mario appena pochi anni prima come l’uomo più elegante dell’anno. Alcuni facevano l’errore di considerare Mario divertente ma superficiale. Errore grossolano, perché Mario aveva grande percezione e grande intelligenza. Lo aveva capito subito Henry Kissinger, suo amico da oltre trent’anni.

Per prepararci alla cerimonia al Club andai a trovare Kissinger nel suo ufficio su Park Avenue. Un ufficio molto normale, arredo anni Settanta, appena una o due foto con qualche presidente americano. Era sinceramente commosso. E frustrato, perché Nancy gli diceva sempre: “Vai al memorial, fai un’analisi, fatti curare, stai attento”. Ma lui, niente: “Sto benissimo”. Kissinger era dispiaciuto, perché sapeva che non sarebbe potuto venire al memorial per Mario. Aveva chiesto di spostarlo, ma era impossibile, allora mi chiese di registrare un suo messaggio in onore dell’amico. Insomma, avremmo avuto un’orazione funebre di Henry Kissinger. Mario si sarebbe commosso. E Kissinger parlava e raccontava e rifletteva. A un certo punto partiamo. Accendo il registratore e questo statista, già 91 anni all’epoca, parte e registra il suo discorso senza appunti e senza fermarsi, senza un errore, senza una sbavatura.

Dice: “Mario D’Urso è apparso nella mia vita tre decenni fa, mi pare che fosse in compagnia di Gianni Agnelli, e da quel momento entrò a far parte della mia vita senza più uscirne. Ci sono molte cose – cose pratiche – che Mario ha fatto per me, migliorando la mia vita e rendendola più significativa. Quando Nancy e io andavamo a Roma, organizzava sempre un party per noi. La costante? Si divertiva più dei suoi ospiti i quali erano comunque sempre divertiti. La sua felicità? Mettere insieme i suoi amici".Ecco anche Kissinger gli riconosceva questa propensione al "club", il Club Mario d'Urso.

Poi racconta di viaggi, di amici, di partite di calcio seguite con l'Avvocato e Mario e chiude così: " È difficile per noi pensare, e parlo anche a nome di Nancy, a un’esistenza senza la gioia di vivere, la pace e la serenità che Mario sapeva trasmettere. Se mi chiedessero se qualcuno ha fatto per noi una differenza nella nostra vita, direi che Mario l’ha resa più serena, gioiosa, calma e degna di essere vissuta, e che ci mancherà profondamente".

In quella sua ultima estate Mario venne come sempre a Southampton. Ariadne ed io eravamo felici di averlo; sarebbe venuto per gli ultimi dieci giorni di agosto e si sarebbe fermato fino al Labor Day weekend. Ci piaceva credere che per lui anche casa nostra fosse un suo piccolo club, e forse lo era. Ma il suo vero club, quello che preferiva su tutti gli altri “veri” club, era il Meadow Club, un circolo di tennis con molte particolarità: uno dei più vecchi circoli americani, con una trentina di campi da tennis in erba, e dunque uno dei più grandi circoli con campi in erba del mondo. Ci si può giocare solo vecchia maniera, con la divisa bianca. E devo dire che vedere i giocatori vestiti solo di bianco fino al cappello, che giocano su lunghe distese d’erba perfetta, è davvero uno spettacolo d’altri tempi. La club house è ottocentesca, una deliziosa struttura tutta in legno, coi classici “shingle” del Nord Est e una lunga veranda coperta da una tettoia di tela a strisce bianche e verdi, da dove si seguono i tornei sui campi principali. Ha due grandi pennoni ai lati: sul primo c’è la bandiera del Club, di nuovo bianca e verde, sul secondo c’è la bandiera americana. Dall’altra parte del Club House ci sono una grande palestra e il pro shop, dove Mario si recava ossessivamente per comprare le ultime novità: del Meadow aveva le borse, i cappelli traforati da esploratore, le scarpe da tennis, le divise bianche con le cifre del circolo – una M sovrapposta a una C – le cinture, le cravatte e persino le palle da tennis, anche loro bianche con cifra verde, insomma l’intera collezione. Del Club è socio anche il grande finanziere George Soros. Una volta, molti anni fa, capitò che Mario giocasse con Ariadne nel doppio misto Century (la somma delle età dei due soci deve superare cento anni) contro Soros e la sua partner, una tennista di grande livello.

A Mario Soros non piaceva. Era uno di quelli che non lo aveva capito: finanziere miliardario di grande successo, impegnato in grandi cause internazionali, pensava, erroneamente, che Mario fosse solo una semplice social butterfly, una svolazzante “farfalla sociale”. Inoltre, Soros era intimo di Carlo de Benedetti e Mario di Gianni Agnelli. Soros era convinto che, fra i due imprenditori italiani, ci fossero differenze insanabili, e di rimando teneva Mario alla distanza; anzi, faceva persino finta di non conoscerlo. Di nuovo, non aveva capito che Mario era amico di tutti, ed era intimo di De Benedetti con il quale andava spesso in crociera, ospite sul suo yacht. Insomma, la partita di tennis comincia e Soros è aggressivo come sempre. Si sa che cerca sempre il partner più forte ed era determinato a vincere. Ariadne e Mario, con le sue gambette lunghe e magrissime sembravano in netto svantaggio e difatti Soros e compagna facevano punti su punti. Ma ecco che, a un certo punto, cambia qualcosa: Mario comincia e muoversi agile, mentre l’altro sembra più stanco, le due donne si equivalevano, e dunque la battaglia era davvero fra i due. Chi conosceva Mario sa che non era molto atletico e sul campo era un po’ un pallettaro, e con Soros rimandava tutto tirandolo scemo. Per farla breve: recupero e vittoria alla coppia Mario/Ariadne. Soros era livido. Mario, felice e con quel suo sorriso ironico, mentre Soros se andava con un grugnito dice sottovoce e con complicità: “È una delle giornate più belle della mia vita”. Anche per questi ricordi – per l’aspetto social e pure per il rigore d’ordinanza del club, lui, originale e cautamente indisciplinato perché in quel periodo di agosto c’erano sempre giornate estive bellissime e fresche – Mario metteva sempre il Meadow in cima alla top list dei suoi club favoriti. Così, in quella sua ultima estate mi chiama, come faceva sempre, dall’autostrada per dirmi a quale uscita era, anticipandomi il suo arrivo. Poi aggiunge: “Mario, c’è con me anche Giuseppe. Ti ricordi Giuseppe?” Dato che abbiamo molti amici comuni, pensavo fosse qualcuno di cui non mi ricordavo. “Ma sì, Giuseppe, il maestro di tennis ai Parioli!” “E come mai è con te?” "Gli ho detto di venire per qualche giorno. Ma non ti preoccupare, se non avete posto puoi fare come diceva sempre Suni: ‘Ma certo, si butta un materasso per terra...’” Ammetto di aver avuto un sussulto. Per quanto avvezzo alle stravaganze di Mario, portarmi uno sconosciuto a casa nelle ultime giornate d’estate mi faceva strano. Ma il posto c’era e tutto è andato benissimo. Ora: quante persone conoscete, che viaggiano dall’Italia all’America portandosi dietro il maestro di tennis personale? Come sempre, aveva avuto ragione Mario. Giuseppe era simpatico, carino e gentile. Ci siamo divertiti e, naturalmente, lo abbiamo portato al Meadow Club. Mario organizza subito un doppio per me e Franco contro altri due maestri, che partono sottogamba per poi accorgersi che Giuseppe è fortissimo: faticano a tenergli testa e io quasi non tocco palla, con Mario che se la ride ai bordi del campo, gongolante per aver organizzato questa sua battaglia ideale: Parioli contro Meadow Club. Era chiaro che non stava bene: il semplice fatto che non giocasse la diceva lunga. Ma lui, zitto. Non ho mai capito se sapesse già allora che il cancro ai polmoni gli era tornato, più aggressivo che mai. Ma più ci penso e più sono convito sapesse, che non sarebbe più venuto. Che tutto nella sua costante, apparente improvvisazione era stato pianificato: quella partita “privata” fra il Meadow e i Parioli per lui era una cosa fantastica, la fusione ideale fra i due club che amava di più. Un evento irripetibile, che non dimenticherò mai. Non sapevo, allora, che aveva solo pochi mesi di vita. Non si è mai lamentato, ha lavorato fino all’ultimo e se n’è andato a giungo del 2014.

Esattamente un anno dopo la nostra gita in BMW decapottabile da Marina Cicogna, con Carolina e Reinaldo Herrera. Il Meadow Club l’ha saputo subito. E, come tradizione, ha messo per due giorni la bandiera bianca e verde a mezz’asta. La cosa lo avrebbe commosso.