Un dato positivo. Rispetto a un decennio fa, l’età media degli stilisti italiani di qualche fama si è abbassata. Certo, Giorgio Armani continua a rappresentare la categoria e ha ottantatre anni, ma Marco Rambaldi può fregiarsi per esempio del titolo di designer emergente, con linea eponima, collaborazioni rilevanti e tutti i premi importanti già vinti a trenta appena compiuti, che per un paese anagraficamente impegnativo come l’Italia non è poco.

Fra gli Anni Novanta e i Duemila, gli stilisti emergenti restavano tali fino a quando la calvizie o la pinguedine rendeva impossibile definirli tali, e c’è ancora in qualcuno che vorrebbe definire così Alessandro Dell’Acqua, eccezionale designer che non mi odierà troppo se lo definirò il ragazzo di mezza età che ormai è. Affermarsi oltre i confini del proprio quartiere e del proprio gruppo di amici è però diventato terribilmente difficile per chi non abbia un grande gruppo, cioè un grande budget, alle spalle, e non sia disposto a lavorare senza sosta, destreggiandosi fra più collaborazioni, per finanziare la propria linea. Vogliamo dire dai centomila euro all’anno in su, ma vivendo di ristrettezze e sognando i tempi in cui questo budget andrà solo a ripagare i servigi dell’ufficio stampa internazionale ingaggiato? Restare famoso, pur con il grande gruppo a sostegno, diventa poi un azzardo per tutti.

Diventare eterno, un privilegio riservato a pochissimi e, anche per chi non gestisca direttamente la propria linea come Armani o Michael Kors, uno stress psico-fisico spesso proibitive, basti per tutte la parabola del genio assoluto dell’ultimo ventennio, Riccardo Tisci, sostanzialmente ancora in sabbatico a un anno dall’uscita da Givenchy, o di John Galliano, che va riprendendosi piano piano dalle accuse di antisemitismo che lo travolsero nel 2011 mentre, completamente strafatto di alcol e sostenendosi come meglio poteva, cioè malissimo, cercava di mantenere le vendite di Dior all’altezza dei risultati chiesti dal patron Bernard Arnault.

Non è forse un caso che Galliano, sempre geniale naturalmente, vada recuperando consensi dietro le quinte della maison Martin Margiela, il marchio di proprietà di Renzo Rosso di cui nessuno ha più visto lo stilista fondatore da oltre vent’anni e del quale anche lui, un tempo ubiquo, magniloquente e, come direbbero i francesi, époustouflant, cioè sbalorditivo, ha adottato lo stile riservatissimo al limite dell’invisibilità. Che la moda non sia “glamour ventiquattr’ore su ventiquattro”, come dice la stilista e coach Anne Guise, ma un “mestiere da duri” e perdonate l’autocitazione, è ormai chiaro anche al più sprovveduto dei giovani diplomati che fanno domanda per entrare al St Martin College di Londra, al Polimoda di Firenze o, per il marketing e l’archiviazione digitale, ormai un caposaldo dello storytelling sul quale tutte le aziende di moda basano le proprie strategie di comunicazione, alla Sapienza di Roma. Una volta superate le selezioni, frequentati i corsi e i master, ottenuto il diploma di laurea o equivalenti, al giovane di belle speranze non mancano certo, anche in Italia, concorsi importanti: Who’s on Next o Milano Moda Graduate, per esempio. Ma una volta ottenuto il premio, che spesso consiste in una internship presso una grande azienda o nel finanziamento per la prima collezione, comprensivo di aiuto per la sua commercializzazione e comunicazione, non è affatto detto che l’attività, o la professione, possano dirsi avviate.

Chi, come molti di noi giornalisti, docenti o buyer della moda, fanno parte di giurie internazionali, hanno visto veri talenti spegnersi in poche stagioni per mancanza di volontà di apprendere o, al contrario, di coraggio. Qualcuno di questi concorsi affianca ai vincitori, spesso usciti da contesti culturalmente e socialmente limitati, incapaci di muoversi fra le insidie di un mondo che fa dello show off il proprio tratto principale, dei veri e propri life coach. Ma nessuno può imporre a dei venti-trentenni regole di vita e di business che non vogliono o non si sentono in grado di apprendere; per questo, accanto ai casi, ormai storici, di Tommaso Aquilano e Roberto Rimondi che, prima di mettersi in proprio, si sono letteralmente fatti le ossa da Max Mara, o di Rambaldi che per quasi tre anni ha lavorato a testa bassa nell’ufficio stile di Dolce&Gabbana, disegnando secondo un gusto che non gli appartiene ma entrando in contatto con fornitori importanti, ve ne sono altri che, dopo un paio di stagioni, hanno gettato la spugna, dichiarando di non reggere la pressione e la concorrenza, come tale Fabrizio Minardo tornato alla sua Ragusa Ibla dopo un breve tentativo nel palazzo di via Goldoni.

La moda non è per i deboli di cuore e gli affezionati alla sartoria di mamma, come sapeva Gianni Versace che lasciò quella pur avviatissima della sua, a Reggio Calabria, per andare a lavorare a Milano sotto le insegne di Genny e Complice nei primi Anni Ottanta.

Ma anche per chi, come Mario Dice, attuale direttore creativo di Capucci e titolare della sua linea, i passi compiuti sono stati tutti corretti, e sul curriculum compaiono nomi di differente impostazione stilistica e tutti fondamentali come Calvin Klein, Gattinoni, Sorelle Fontana, Mourad, Trussardi, Philosophy, le difficoltà per affermarsi sono tante; pubblicitarie, innanzitutto, ma anche e non inaspettatamente di ordine sociologico. La propensione dei clienti italiani al rischio e lo scarso budget pubblicitario a disposizione per farsi notare e soprattutto per assicurarsi la presenza della stampa italiana, ormai e purtroppo definitivamente controllata dai propri uffici pubblicità, come fino alla grande crisi non accadeva, sono i veri fattori competitivi critici per le nuove leve del settore. Lo sono ben di più, osserva Dice, rispetto agli ordinativi minimi di un dato tessuto per garantirsene l’esclusiva o di un certo modello per potersene permettere la produzione, che fino a pochi anni fa erano i fattori dirimenti. Poi, vi sono i clienti, o per meglio dire le clienti, e ancora più in particolare le clienti italiane, tuttora ossessionate dal marchio e terrorizzate dal rischio.

Sarebbero mai riusciti ad emergere Alexander mcQueen o Christopher Kane senza Isabella Blow, Suzy Menkes o Gloria Guinness a scrivere di loro o a spendere qualche migliaio di sterline per i loro abiti quando erano degli emeriti sconosciuti? Domanda retorica. Noi italiani amiamo invece e sempre andare sul sicuro: assicurazioni, auto o moda che sia. Vogliamo suscitare “oh” di meraviglia e battimani entusiasti. Abbiamo scoperto “i marchi” negli anni Ottanta, appena usciti dagli anni di piombo, non abbiamo ancora superato la fase numero uno del consumo, quello della rassicurazione, Thorstein Veblen trasecolerebbe, se sapesse quanto la sua “teoria della classe agiata” sia ancora valida da queste parti. Il calendario delle sfilate organizzate dalla Camera Nazionale della Moda è sempre più ricco di stilisti giovani davvero, i Leit-Motiv, Vivetta, Arthur Arbesser, Damir Doma, Salvatore Piccione, Diego Marquez e Mirko Fontana, tandem creativo di Au jour le Jour, Rambaldi appunto. Eppure, capita di trovarsi a cene di signore anche piuttosto informate di politica ed economia che, dopo aver deplorato le scarse “opportunità per i giovani di questo paese” aggiungono meste di non saper proprio “da chi andare a vestirsi, quando Renato Balestra (illustre e adorabile signore nato prima degli Anni Trenta, nda) non vorrà più disegnare”. Questo scarso interesse per la scoperta, e l’eventuale gloria della stessa, si riverbera inevitabilmente sugli acquisti, e  in particolare su quelli reali, effettuati nelle boutique, ormai frequentate da gente che di moda capisce di solito fino a un certo punto, e che dunque vuole essere rassicurata (specialisti, affezionati e cultori della materia conoscono infatti il loro fit, stilista per stilista, e acquistano online). Un abito a duemila, mille o anche cinquecento euro che non porti l’etichetta di Prada o Armani viene difficilmente preso in considerazione dall’ignorante di moda anche se, come spesso accade fra i marchi degli stilisti più giovani e che si autofinanziano lavorando per queste stesse griffe come consulenti o anche dipendenti, il capo che ha davanti è cucito o addirittura dipinto e ricamato a mano, cioè e in buona sostanza dell’alta moda, di valore intrinseco infinitamente superiore a quello di un capo cucito in un capannone fuori Milano o Prato. Non fosse che a causa della crisi e dei minimi d’ordine proibitivi delle griffe, negli ultimi anni i buyer si sono dovuti rassegnare a cercare marche giovani e volti nuovi a buon prezzo per riempire gli scaffali, un’attività faticosa e non sempre produttiva che passa sotto l’aulica locuzione del “fare ricerca”, nessuno dei marchi appena citati avrebbe mai trovato posto in una delle boutique che fanno parte dell’esclusivo circuito The Best Shops come per esempio Banner a Milano, Tiziana Fausti a Bergamo, Luisaviaroma a Firenze, Gente o Leam a Roma o ancora Parisi a Taormina.

Questi giovani stilisti, costretti a una notorietà che non possono permettersi, osservano in genere e con un filo di acredine che gli editori italiani siano davvero poco lungimiranti a non investire sui giovani come facevano un tempo. Con ogni probabilità non leggono i bollettini di guerra che i giornalisti si scambiano ogni giorno con timori in preda all’ansia, altrimenti saprebbero delle testate di moda che ormai tentano di campare non solo senza stilisti emergenti e di scarso potere economico, ma anche senza giornalisti, formando figure para professionali di pennivendoli a comando, che ogni tanto non azzeccano nemmeno la consecutio, figurarsi saper distinguere fra organze e ottoman di seta come vorrebbero loro e come, in effetti, avveniva fino a pochi anni fa, quando di moda scrivevano esperte vere e non una lista di nickname sotto cui si celano ventenni a loro volta a caccia di ingaggi pubblicitari e di abiti gratuiti da sfoggiare su Instagram.

Eppure, e forse proprio grazie a tutte queste ragioni apparentemente negative, qualcosa si muove davvero. Tutti ritengono infatti che il quadro competitivo sia migliorato rispetto a dieci anni fa, e che con un po’ di abilità nell’uso dei social, si possa perfino fare a meno degli agenti, fatti salvi quei due o tre grandi nomi che consentono l’accesso ai department stores americani, a loro volta, però, in crisi e in calo di consensi. Consultati di recente dal Guardian, alcuni grandi esperti nella formazione di moda come Andrew Groves della University of Westminster hanno suggerito di spostare gli obiettivi, per esempio dalle linee donna, le preferite da tutti gli studenti, alle collezioni per lo sport, o i bambini. Altri consigliano di “portare in prima persona il curriculum”, evitando di affidarlo alla mail o, peggio, a un messaggio di accompagnamento standard. Ma queste regole, ipoteticamente valide per una carriera agli inizi, sono del tutto ininfluenti quando la competizione diventa vera e l’opportunità di uno scatto in un servizio di moda importante o su un red carpet cinematografico internazionale determinante. Sono questi gli ambiti dove, oggi e pur senza dimenticare la produzione, la distribuzione, i tempi di consegna e, va da sé, il talento, si gioca la partita. Dunque, la competizione non è per tutti anche se, a leggere le biografie degli Armani, dei Versace e anche quelle brevi di questi ragazzi intenzionati ad emularli, pare che la formula per il successo sia sempre la stessa: lavorare, soprattutto quando si finge di essere lì – al tavolo di lavoro, all’evento, dietro le quinte di una sfilata – solo per divertirsi e regalare gioia.