EDITORIALE

Non è né casuale, né un atto di mero omaggio formale dedicare questo numero di Infinito ad alcune donne simbolo del nostro tempo, leader politiche e imprenditrici: crediamo nelle donne capaci come negli uomini capaci, in una società che per fortuna oggi, grazie a decenni di lotta del movimento femminista e alla stessa maturazione o diversa consapevolezza degli uomini, distingue sempre meno in base al genere. Abbiamo evitato statistiche (soprattutto quelle che possono essere lette contemporaneamente sia “come c’è ancora tanto da fare per la parità effettiva” sia come “è stato fatto tantissimo”), dibattiti sulle quote o sul supporto di infrastrutture per la maternità, quest’ultimo invece in Italia sempre attualissimo e quanto mai necessario. Soprattutto, abbiamo segnalato che le scelte di paesi chiave dell’Europa come Inghilterra e Germania, così come molti progetti politici dei Democratici Usa che si oppongono a Donald Trump, sono affidate a leadership femminili, già sperimentate oppure emergenti. Se riflettiamo sulla direzione che sta prendendo l’economia mondiale, vediamo facilmente che i motivi di grande incertezza dipendono soprattutto dai paesi di cui sopra: Berlino è alle prese con il più forte rallentamento della sua produzione da molti decenni (e l’Italia ne risente in modo diretto per via della filiera dell’auto: nelle Mercedes, Audi, Bmw e Porsche c’è tanta componentistica italiana); nessuno a Londra sa dire quale esito avrà la Brexit, sulla quale è intervenuta anche una donna che parla molto di rado, Elisabetta II; pochi a Washington sono in grado di prevedere come si svilupperà sul serio il negoziato sui dazi con Pechino; e c’è grande attenzione su come le banche europee sapranno fronteggiare gli eventi, se metteranno ancora più energie nella provvista o piuttosto le impiegheranno anche nel rapporto con le imprese e con i clienti.

Questa volta molto è affidato al ruolo che in Occidente le donne leader sapranno avere, a differenza di Cina e Russia ancora saldamente in mano a leadership maschili, dirigistiche e di partito. L’affermazione delle donne al vertice, non a caso, è rilevante soprattutto nelle democrazie industriali avanzate. Non si tratta di una piccola differenza. In Italia le cose sono, e non è una novità, più complicate: il bisogno di cambiamento espresso nel voto del 4 marzo 2018 non cammina sulle gambe di una classe dirigente preparata, sia essa maschile o femminile. È un dato di fatto ed è uno scotto che il paese sta pagando con il costo dello spread, con l’incapacità dei leader di distinguere tra ruoli di partito e ruoli di governo, con la rincorsa elettorale permanente. Se la frenata della Germania ha effetti diretti su di noi perché è il paese che assorbe il 12 per cento delle nostre -esportazioni (primo partner commerciale, il secondo è la Francia e il terzo sono Gli Stati Uniti, è bene ricordarlo), occorre farvi fronte non esaltando più di tanto il reddito di cittadinanza o quota 100 ma facendo partire tutti gli investimenti possibili e riaprendo tutti i cantieri, non solo la Torino-Lione. I provvedimenti bandiera di Lega e Cinque Stelle infatti sono costosi e di difficile applicazione, ma certo giustificati dalle difficoltà del paese e dalle stesse promesse elettorali.

Ora però occorre passare ad altro, a creare ricchezza, fosse solo per poterci permettere i sussidi a che non ce la fa e le nuove pensioni. A investire anche nel Sud perché non possiamo ancora una volta allargare la frattura dando solo più autonomia, sacrosanta se non è divisiva, alle regioni del Nord. A far crescere anche in Italia una leadership femminile, forte e gentile.