Questo articolo, purtroppo, non è scritto da Bruno Schulz. Se le fosse sarebbe certamente migliore, più incisivo, accurato, persino più onirico e sicuramente più sconvolgente. Ma è bello immaginare che sia lui a guidare questa penna nelle pieghe della sua stessa storia, un frammento della sua vita, quello maggiormente noto ai più, che assume i tratti universali di una storia dell’uomo, nei meandri dei suoi più oscuri umori e demoniache angosce.  La vita di Bruno (mi concederà questa confidenza) è finita, gelida, recisa da un proiettile nazista alla testa, era il novembre 1942; ma come accade per i pensatori, gli intellettuali, la forza del suo pensiero ha certamente superato l’involucro mortale del corpo e, voglio credere, lo ha aiutato a guadare le acque infernali in cui si è trovato a vivere l’ultima parte della propria vita. Terzo e ultimo figlio di Jacob Schulz (che sarà protagonista in molti racconti e immagini del figlio) e di Henrietta Kuhmärker, Bruno è cittadino di lingua polacca e cittadinanza austriaca e nasce a Drohoby (oggi Ucraina) nel 1892. Si iscrive nel 1910 al politecnico, ma complice la morte prematura del padre cinque anni dopo, e la guerra, non terminerà mai gli studi di architettura. Il suo destino non è quello quindi di progettare case o palazzi ma quello di insegnare, sarà maestro di disegno al ginnasio, e dedicarsi contemporaneamente e per tutta la sua breve vita (senza soluzione di continuità dal 1920 al 1941, quando le leggi razziali cambiano per sempre il corso di tutti gli eventi) alla scrittura, al disegno e alla pittura. Nella propria scrittura, così come nella propria produzione visuale torneranno i grandi temi patriarcali e familiari, adornati di un simbolismo quasi cosmico e assoluto, degno di Chagall, ma sedimentati di tutta la melanconia e addirittura greve tristezza di quello che oggi è l’est europeo, e che hanno portato a definirlo anni dopo un “Kafka polacco”:

«c'era qualcosa di molto kafkiano nel suo orrore per la burocrazia e l'autorità», ha detto Yehudit Shendar, senior art curator del museo dello Yad Vashem a Gerusalemme, che ha esposto dopo una diatriba con lo stato ucraino e la famiglia, alcune opere di Bruno al museo della memoria in Israele nel 2009.

Nel 1931 muore sua madre, e quattro anni dopo anche Izydor, suo fratello maggiore. In questo clima di morte che attanaglia la sua vita, incoraggiato dagli amici, e in particolare dalla scrittrice Zofia Nałkowska, che ne ammirava lo stile, Bruno comincia a pubblicare racconti, messi insieme poi in quel capolavoro letterario che è “Le botteghe color cannella” e ne “Il sanatorio all'insegna della clessidra”, quest'ultimo con 42 sue illustrazioni.

«Lo spazio del negozio si ampliava nel panorama di un paesaggio autunnale, pieno di laghi e di lontananze […] E in basso, ai piedi di quel Sinai sorto dalla collera di mio padre, il popolo gesticolava, imprecava, adorava Baal e contrattava. Affondavano le mani dentro le pieghe morbide, si drappeggiavano delle stoffe colorate, si avvolgevano in dòmini e mantelli improvvisati, e parlavano confusamente e senza posa.» (Bruno Schulz – Le botteghe color cannella).

È questa prosa che vale tutta l’ammirazione di scrittori a lui coetanei, così come contemporanei di oggi quali Philip Roth e David Grossman che quando ne apprendono l’esistenza gli dedicano lodi, saggi, articoli e accorate ricostruzioni. Una prosa simbolista e simbolica che si alza, evapora tutto il suo carattere antico e grave e che sembra ricondensarsi nei suoi disegni più che neri e vagamente lugubri, le cui fattezze umane riprendono i tratti dello stesso Bruno e dei suoi familiari, i modelli per lui più accessibili, che campeggiavano anche nel museo Fridericianum di Kassel, per “Documenta 14”, estate 2017. Quegli stessi disegni che forse dovevano raffigurare e completare il suo romanzo “Il Messia”, cominciato per certo nel 1934 e mai ritrovato dopo la sua morte; la stessa fine di moltissime opere di genio e creatività che non abbiamo mai conosciuto perché recise e distrutte sul nascere dal nazismo, come (ma è solo un esempio) quello che doveva essere, a giudicare dalla gelosia con la quale lo custodiva, il capolavoro di Walter Benjamin che non venne rinvenuto, come molti speravano, nella valigetta nera che lo accompagnò per il suo ultimo viaggio sulle coste spagnole e che conteneva, in assenza delle sperate pagine, le dosi di morfina che gli causarono l’over-dose attraverso cui si suicidò sentendosi braccato e prossimo alla deportazione. In ogni caso Bruno scrive e disegna fino a quando nel 1939, a seguito del Patto Molotov-Ribbentrop, la città (che oltretutto possedeva alcuni pozzi di petrolio) fu invasa prima dall'Unione Sovietica e poi dalla Germania nazista: teatro dell'Operazione Barbarossa, oltre che di rappresaglie antisemite e conflitti tra polacchi e ucraini. Schulz, che nel frattempo ha tradotto in polacco “Il processo” di Kafka (con l’aiuto della fidanzata Józefina Szelińska, convertita al cattolicesimo e a lui legata da un «rapporto complicato», che ricorda quello di Kafka stesso con Felice Bauer), nel 1941 viene relegato nel ghetto. Parlando bene il tedesco, lavora per un po’ per un ufficiale delle Schutzstaffel (era un falegname austriaco). Ci doveva proprio essere qualcosa nella sua umiltà, nel suo talento e nel destino che ha affascinato i grandi scrittori di ieri e di oggi come Cynthia Ozick, Philip Roth e David Grossman, che lo hanno reso spesso un personaggio delle loro opere. Viene da pensare che sia il destino, talvolta, a rendere grandi; perché se la sua opera di autore e traduttore era già più che degna di nota è quello che avrebbe vissuto di lì a poco, nei due anni e mezzo a schiaffo del nazismo, che lo ha reso un “giusto” (se non per lo Stato di Israele, sicuramente da un punto di vista generale della definizione, possiamo dire). Al momento dell’invasione della città, circa novecento ebrei furono immediatamente radunati e fucilati. La maggior parte degli altri sono stati sottoposti a lavori forzati prima di essere uccisi. Schulz era un uomo malato e di talento, e il sergente della Gestapo responsabile dei “lavoratori” ebrei, Felix Landau, lo tenne da parte e gli ordinò di decorare una scuola di equitazione e la scuola materna dei suoi figli. Sembrava essere la sua salvezza.

Marila B., che all'epoca aveva 11 anni e viveva nella casa accanto alla scuola, e che alla fine fuggì attraverso la foresta con la sua famiglia e vive oggi in Israele, ricorda il sergente nazista e i disegni alle pareti perché le fu ordinato di fare da baby-sitter per i figli dell'ufficiale, di 4 e 2 anni. «Giocavo con i bambini nel giardino e poi li portavo nella sala giochi, e lì ho visto i disegni», ha detto in una breve intervista durante l'apertura della mostra a Yad Vashem in cui trovavano spazio due lavori di Bruno. «Landau andava in giro con una pistola in una mano e una frusta nell'altra. Era l'incarnazione del male». Un male ovviamente obbligato e coercitivo la cui banalità si espletava mediante quella che evidentemente all’epoca sembrò persino una forma di salvezza. Landau infatti preservò fisicamente Schulz per più di un anno, fino al novembre 1942, fornendogli lavoro e mezzi per un sostentamento minimo. Schulz, la cui reputazione letteraria come scrittore di racconti era già consolidata, era quindi addirittura riuscito a ottenere falsi “documenti ariani” e stava per fuggire quando un altro sergente della Gestapo, Karl Günter, inferocito per il fatto Landau avesse ucciso il suo dentista ebreo, esplose quel proiettile in testa a Bruno. Si dice che abbia detto a Landau: «Hai ucciso il mio ebreo. Ora ho ucciso il tuo.».

Il lavoro di Schultz è, come dal titolo della mostra che portò i lavori in Israele, nella Terra Promessa dal Dio a Davide, una “Pittura murale sotto coercizione" che però parla anche del coraggio e della speranza che l’arte e la forza del pensiero possono dare, il coraggio di prendere comunque un pennello in mano, qualsiasi cosa possa vorticare attorno, nel mondo circostante. Quei disegni murali sono diventati una sorta di arma di ribellione e di sopravvivenza. Ad esempio i disegni dedicati a “Cenerentola”, a “Biancaneve e i sette nani” o ad “Hansel e Gretel” che Schulz ha prodotto per la sala giochi dei bambini dell'ufficiale portavano i volti di persone reali: Schulz stesso, suo padre e altri membri della popolazione ebraica nella loro città, Drohobych. Mettersi alle redini di un cavallo nel suo stesso disegno denotava una sfida, poiché la legge nazista proibiva agli ebrei di salire a bordo o guidare carrozze. Era evidentemente quello per Bruno il limen, il confine, e il modo di sopravvivere e affermare di esistere prima della sua ineludibile fine. Per provare a ricordare e omaggiare Bruno è bello riprendere due commoventi dediche di due grandi scrittori ebrei.

Come ha detto Isaac Bashevis Singer, «Quello che ha fatto nella sua breve vita è stato abbastanza per renderlo uno degli scrittori più straordinari che siano mai vissuti».

Così come nel celebre romanzo di David Grossman “Vedi alla voce: amore”, un personaggio di nome Bruno fugge da un ghetto sotto l'occupazione nazista e si lancia in un fiume, unendosi a un banco di salmoni. Una scena onirica, un po’ come un aneddoto sull’infanzia di Schulz che lo stesso Grossman ha raccontato al pubblico un giorno: sua madre lo sorprese a dare da mangiare acqua zuccherata alle mosche un giorno d'autunno e gli chiese cosa stesse facendo: «sto aiutandole a superare il lungo inverno», ha risposto. «Questo, ha affermato Grossman, è ciò che il lavoro di Schulz fa per tutti noi». Non c'è luogo di Drohobycz, sua città natale, in cui non sembri di vederlo apparire: nella stanza del ginnasio dove insegnava, affacciato alle finestre della casa di famiglia, nel giardino della villa dove visse gli ultimi mesi, prigioniero del nazista Landau. E soprattutto nell'angolo dove fu ucciso il 19 novembre 1942, mentre usciva dallo Judenrat stringendo una razione di pane. Di fronte c'è un bistrot che hanno voluto chiamare “Bruno”.