Ha iniziato a correre a 7 anni. Da allora non ha mai smesso. Ha attraversato deserti correndo. E sempre correndo ha scalato montagne e affrontato i luoghi più caldi e più freddi del pianeta. Il suo corpo è una scommessa: per sé stesso, alla continua ricerca dei propri limiti; per i medici, che più volte hanno definito impossibili, per il corpo umano, le sue sfide. Paolo Venturini compie 52 anni a marzo 2020. Vive a Rovolon, in provincia di Padova, tra gli amati Colli Euganei dove si allena ogni giorno e dove, con la compagna Casimira (Virtus per gli amici), sta costruendo da ormai dieci anni il suo sogno, pezzo dopo pezzo, con le proprie mani: trasformare entro il 2021 la casa in cui vive da oltre 20 anni in un bed & breakfast. E’ Sovrintendente Capo della Polizia di Stato con sede presso il II Reparto Mobile di Padova, con preparazione specifica per operazioni di emergenza nel soccorso alpino, arrampicata, soccorso in mare, alluvione ed operazioni ad alto rischio in ambiente urbano. Monster Frozen è la sua ultima impresa in ordine di tempo, la sfida di correre contro quello che nemmeno la scienza era ancora riuscita a spiegare: una corsa nel luogo abitato più freddo del mondo, nella Repubblica di Sakha Jakutia (Siberia nord orientale), durante il periodo più freddo dell’anno. Il 20 gennaio 2019, Paolo Venturini ha corso realizzando un nuovo primato mondiale, 39 km, dal villaggio di Tomtor a quello di Ojmjakon, con -52,6°C sotto zero, in 3h54,10”. L’alto rischio di congelamento delle vie respiratorie e dei bulbi oculari, a dimostrazione delle condizioni ambientali estreme, hanno messo a dura prova l’atleta sia a livello fisico che mentale. La notizia di questa nuova scoperta scientifica, ha fatto il giro del mondo.

E questa è stata una delle volte in cui Paolo ha pensato “non torno più indietro”. Ma dato che è tornato e non ha ancora smesso di correre, ci siamo fatti raccontare la sua storia. E un piccolo anticipo sulla prossima impresa.

Da quanto vivi nei Colli Euganei?

Sono nato alla Guizza (un quartiere di Padova) e mi sono trasferito sui colli circa 25 anni fa, per potermi allenare al meglio. Avevo necessità di avere a disposizione un ambiente naturale e lontano dal traffico che mi permettesse di prepararmi nel migliore dei modi. 

Che sogni avevi da piccolo? 

Sono sempre stato un ragazzino super curioso. Ho praticato diverse discipline, ma la corsa a piedi mi ha appassionato più delle altre. Ho partecipato alla mia prima gara a 7 anni, ma correvo già da tempo. 

A tutti i bambini prima o poi si chiede “cosa vuoi fare da grande….”?

….e come tutti i bambini all’inizio avevo idee abbastanza classiche… l’archeologo, il viaggiatore…. Poi ho deciso che volevo diventare uno sportivo professionista o un campione della corsa. Lo sport è diventato velocemente il mio obiettivo, tanto da sacrificare la carriera scolastica. A 16 anni correvo già per il Centro Giovanile delle Fiamme Oro. Ho dovuto rinunciare presto a causa di una regola che, per questioni federali, imponeva agli atleti dei gruppi sportivi di essere arruolati per poter correre. Ho quindi deciso di trasferirmi per 3 anni (ero stato promosso in terza superiore dell'istituto agrario) per andare a correre nella squadra di corsa giovanile che all’epoca era la più forte d’Italia (come per un calciatore andare nella giovanile del Milan o della Juventus o Inter), ovvero la squadra del Corpo Forestale dello Stato. La sede era a Cittaducale in provincia di Rieti. Per un giovane abituato a Padova andare lì era come vivere in un raduno permanente: scuola, corsa, mangiare, dormire. E non vedevi l’ora che ci fosse una gara per scappare dal paese. Sono stati anni impegnativi, ma sono diventato autonomo ed indipendente. Ho ricordi  bellissimi: ho vinto il titolo italiano di mezza maratona juniores e mi sono diplomato come Esperto Forestale ed Alpicoltore, che è il mio titolo di studio. E poi ho fatto domanda per tornare a correre per le Fiamme Oro, la squadra più forte per l’atletica leggera. Mi sono arruolato nella Polizia di Stato. Era il 9 novembre 1987. Ho festeggiato da poco i 32 anni di servizio.

Quindi in polizia ci sei entrato per correre?

Il mio obiettivo erano le Fiamme Oro, quindi arruolarmi era un passaggio obbligato. Però in questo lavoro ci sono molti valori che rappresentano me stesso e la mia indole: la disciplina, il rispetto delle regole, l’essere al servizio del prossimo. Ho avuto ed ho la fortuna di fare servizi di polizia.  Ho sempre messo le mie doti sportive al servizio della parte professionale. Ho specializzazioni per il soccorso in montagna, soccorso in mare, alluvioni, antiterrorismo, situazioni di allerta urbana, dove devi imparare ad arrampicarti sui tetti o calarti in buche o pozzi. Sono specialità che abbiamo in pochi e mi gratifica moltissimo potermi rendere utile in queste situazioni.

In cosa consiste il tuo allenamento? E dove ti alleni?

Dipende dai periodi e dalla sfida che devo affrontare. La mia preparazione standard di mantenimento prevede circa 180 km a settimana di corsa a piedi, oltre a palestra piscina e bicicletta. A ridosso dei grandi eventi arrivo a correre più di 200 km a settimana. Poi seguo allenamenti specifici in caso di corsa nel deserto (e quindi sulla sabbia) o alta quota e quindi salite in montagna.Gli allenamenti per la maggior parte li faccio dove abito. I Colli Euganei sono una palestra naturale molto completa. L’Italia non è un posto idilliaco sotto l’aspetto dell’inquinamento, ma dove abito c’è l’aria buona, corro a contatto con la natura, ho pianura, salita, sterrato, quello che mi serve.

 Chi ti allena?

Sono un tecnico della Federazione Italiana di Atletica Leggera, la teoria la conosco, la pratica la sperimento sul mio corpo, dopo oltre quarant'anni di esperienza, i programmi di allenamento li gestisco direttamente io, con alcuni test concordati con il team di medici che mi segue.

Il tuo motto è “Life for run, run for life”. Cosa rappresenta la corsa per te?

Non so più dire se vivo per correre o corro per vivere. La corsa è parte integrante della mia vita. Io parto per andare ad un evento, un viaggio, una missione di lavoro lontano, nella mia valigia entrano per prime le scarpe e le cose per correre, perché devo sempre ritagliarmi uno spazio – pur con fatica - per allenarmi. Questo è uno sport bellissimo, ma allo stesso tempo un po' “bastardo”, perché uno dei segreti per riuscire nell'endurance, è quello di dare continuità, perché appena ti fermi o molli, il livello si abbassa subito.

Hai più volte affermato che la corsa è la parodia della vita. Spiegaci….

Lo racconto ai ragazzi quando vado nelle scuole. La corsa ti obbliga a prepararti, a migliorarti, ad avere un obiettivo da raggiungere. Non è necessario che siano obiettivi difficili, può essere il kilo di peso da perdere, o scendere di poco nel tuo record, oppure vincere una gara battendo il tuo compagno di classe o vicino di casa. Le 4 colonne fondanti della vita sono nascere, svilupparsi, riprodursi e morire. La corsa è un po’ così…….inizi a correre facendo pochi passi, poi devi migliorare e ti evolvi. La riproduzione è il trasferire ad altri la tua conoscenza e il tuo sapere, quello che faccio con i giovani atleti del Centro Giovanile delle Fiamme Oro che seguo. E poi c’è la morte, la fine, quando smetti. Bisogna accettare anche questo.

Tu sei ancora nella fase dello “sviluppo” o ti senti già proiettato nella “riproduzione”…?

Molti sostengono che a 51 anni inizio ad essere anziano per certi tipi di performance, ma io fisicamente non mi sto accorgendo di questo invecchiamento. Sono consapevole che quello che facevo a 20 anni oggi non lo posso fare. Ma a 20 anni non sarei stato in grado di fare quello che faccio oggi. Le grandi sofferenze per coprire grandissime distanze o l’equilibrio mentale per affrontare sfide importanti come la Siberia e l’Iran. A 20 anni non avrei avuto la capacità di gestire queste tipologie di tensioni, che vanno da quella fisica a quella mentale. Non è solo Paolo Venturini che parte. C’è il coinvolgimento della Polizia e quello mediatico, che amplifica tutto. In Siberia, ad esempio, il posto dove ho corso è difficilissimo da raggiungere. Definirlo molto complicato è poco. Sono oltre 1000 km dalla capitale. Ma alla mia partenza c’erano 3 troupe televisive nazionali: russa, giapponese e italiana. Parti a -52 gradi correndo…. e può succedere che dopo qualche centinaio di metri, magari un banale danno a un tendine, manda a monte tutto. Un progetto del genere coinvolge aziende e persone, dai medici ai giornalisti alla logistica. Ti rendi conto che hai messo in moto un meccanismo importante, anche economicamente parlando. E che tutto dipende da te e non puoi sbagliare.

Questi pensieri quanto ti condizionano nel momento in cui ti appresti ad iniziare una sfida?

Non mi condizionano quando inizio a correre, mi condizionano in maniera positiva durante la corsa. Perché quando i segnali provenienti dal fisico e dalla mente, ti dicono che hai finito tutto, sia l’energia fisica prima, che quella mentale poi, devi andare a scavare e trovare quello che hai nel fondo del barile per recuperare le energie che ti aiutano a fare un passo dopo l’altro. E tra queste cose ci sono le responsabilità, i sacrifici, le persone che stanno lavorando e soffrendo per te e gli investimenti fatti. Più grande è la sofferenza che stai affrontando, più importante è quello che stai facendo. Provare e sopportare un grande dolore, solitamente porta a raggiungere un grande risultato.

Cos’altro c’è in fondo a questo barile?

In fondo al barile ci sono oltre 40 anni di esperienza fatti di molte sconfitte, molte delusioni a volte qualche umiliazione e per fortuna anche molti successi. Devi essere consapevole di questo e nei momenti di massima crisi devi andare a trovare la forza attingendo da queste cose.

Si afferma che l'uomo non esiste se non nella lotta contro i propri limiti. Quali sono i limiti umani più significativi per te?

Io sono ancora alla ricerca dei miei….Non sappiamo fino a dove possono arrivare il corpo umano e la mente. E’ una continua scoperta perché è difficile superare certi limiti. Come correre a - 52.6 gradi. Questa temperatura c’è da tanti anni, tutti gli inverni, ma nessuno ha mai provato a correre a quelle temperature, tanto che la medicina e la scienza fino al 20 gennaio 2019 non sapevano se un uomo potesse o meno sopportare quelle temperature correndo. Dico correndo perché le persone ci abitano e vivono a – 52 gradi. Ma diventa difficile correre, perché correndo sudi, il sudore è acqua, l’acqua gela. E nei tuoi polmoni, nei tuoi occhi….c’è acqua…

 

 

Tu dici che trovare il proprio limite è difficile, solo avvicinarsi potrebbe non farti tornare indietro. Cosa intendi?

Ci sono limiti che possono essere controllati. Un esempio è l’apnea fatta in una vasca, quando non ce la fai più lasci e finisce lì. In altre situazioni devi mettere in preventivo il pericolo ed essere consapevole che c’è il rischio di non tornare più a casa. Il che non significa non avere rispetto della vita, ma semplicemente accogliere dentro di te la consapevolezza che potrebbe finire tutto. E poi c’è l’alibi dell’atleta…

Ovvero…..?

C’era vento, c’era tropo caldo, l’arbitro ha sbagliato ….. c’è sempre un pretesto per giustificare che, se qualcosa va storto,  non è per colpa tua…. Ma questo non significa essere consapevoli dei limiti. Quando ho attraversato il Chott el Jerid in Tunisia, avevo l’alibi perfetto: stavo correndo, un problema logistico ha fatto sì che i mezzi che mi seguivano non potessero più percorrere quel terreno, perché sprofondavano. E il capo delle guide ha deciso di cambiare itinerario perché rischiavano di non sopravvivere. E ti dice “noi ti lasciamo...ci vediamo tra 10 km”. Ma a 10 non c’era nessuno, a 20 non c’era nessuno e a 25 non c’era nessuno. La temperatura sfiorava i 55 gradi, non ho bevuto nulla per oltre 2 ore, perdendo 8kg di peso. A un certo punto ho sentito che il mio corpo mi stava abbandonando. Ho dovuto gestire quella situazione, scegliere di prendere una direzione, sperando che fosse quella giusta e passo dopo passo sono andato avanti. Finché mi hanno trovato e salvato. E lì potevo dire “ho fatto il mio, mi avete perso, ora mi avete ritrovato e sono completamente disidratato con crampi ovunque, andiamo a casa”. Stavo malissimo, non avevo più equilibrio, senso di vomito, la pelle crepata dal sole, perché quando ti disidrati così tanto, il corpo va in crisi. Abbiamo rilevato una temperatura corporea di 42.6°C, con il rischio di un collasso. Dopo la reidratazione avrei potuto dire “basta”. E invece mi sono rialzato e ho detto “andiamo avanti fino in fondo”. E ho continuato a correre, arrivando ad essere il primo uomo ad aver attraversato di corsa il più grande lago salato del nord africa in piena estate. Questa è stata la vera sfida. Ma ero perfettamente consapevole che poteva essere anche l’ultima.

In questi momenti qual è la cosa che più di tutte ti spinge ad andare avanti?

Un mix di cose, tra le quali la fatica e il lavoro fatto. I grandi risultati li costruisci un po’ alla volta, minuto per minuto, mentre stai raggiungendo o provando a raggiungere quell’obiettivo. E questo è un po’ il segreto dell’endurance. Quando parti per fare una maratona l’inizio è facile. Nei primi 10/15 km non ti accorgi della fatica. Diventa difficile quando inizi ad arrivare al 35esimo…anche se dicono che è quasi finita, è lì che non ne hai più. In Siberia ho avuto la crisi al 33 esimo chilometro, ero completamente congelato internamente. Non c’era nulla che potesse aiutarmi, potevo solo fermarmi e andare a casa. Lì ha giocato a mio favore l’esperienza e l’escamotage di dire “se corro più forte sento più freddo, se corro troppo piano non ho la capacità di andare avanti”. Quindi a parità di andatura, aumentando la frequenza dei passi e accorciando la falcata, sono riuscito ad aumentare la temperatura corporea a e finire la corsa di 39 km.

Cos’è per te la paura?

Domanda impegnativa, perché qualcuno non approverà quello che dico…..ovvero che non ho paura di nulla. Per me la paura è affrontare qualcosa che non consoci. L’uomo ha una paura atavica per l’ignoto, il buio, la diversità. La chiave delle mie sfide è affrontare qualcosa che non conosco: il grande freddo, il grande caldo, la grande quota. E quindi mi alleno e mi preparo per affrontare situazioni paurose. Come le affronto? Cercando di preparami al massimo e di attivare al 100 per cento tutti i miei sensi. Ho dovuto prendere decisioni di vita o di morte in pochissimi secondi perché non c’è tempo per prenderle. Negli anni l’allenamento a queste situazioni e sicuramente la formazione da operatore di polizia - che ti prepara ad affrontare imprevisti -, hanno fatto sì che anche di fronte a cose molto paurose la mia reazione sia sempre stata razionale. Sono stato sottoposto dai medici a test neurologici e psichiatrici ed è emerso questo risultato: nel momento di massima tensione, la mia reazione è ragionata, pacata e calcolata. Per questo non mi sento di dire cosa mi fa paura, perché sono consapevole che quello che sto facendo è ad alto rischio. Non c’è tempo per aver paura.

Neanche di morire?

No, perché se ci fosse questa paura non andrei a fare certe cose. E’ illogico pensare di non poter morire in certe situazioni, come è illogico non pensare che un giorno dovremo andarcene.

Hai corso questo rischio?

Si, alcune volte...in particolare in tutte e tre le ultime sfide. Dicembre 2014, Ecuador “Maximum Quota”. Sono partito a livello del mare dalla città di Guayaquil, con 38 gradi e il 70% di umidità. In tre giorni di corsa estrema, ho coperto 231 km in condizioni climatiche al limite. La notte del terzo giorno, scalando il vulcano Chimborazo, ho raggiunto 5.580 mt. di quota, il punto più distante dal centro del pianeta terra, senza acclimatazione all’altura, senza assumere medicinali contro il mal di montagna e senza far uso di ossigeno artificiale. Avevo due poliziotti dei corpi speciali dell’Ecuador che mi facevano da guida nella parte di montagna. Mi sono trovato con neve e vento a -25 gradi, nel buio completo, senza energie. E due persone delle quali avevo fiducia massima che mi dicono, con le lacrime agli occhi, perché ci tenevano quanto me ad arrivare in cima: “Paolo, se vuoi continuiamo, possiamo arrivare in cima, ma sappi che non torneremo più a casa”. Mi sono trovato di fonte a un bivio dove il mio corpo diceva “ascoltali”, la mente “andiamo avanti, perché altrimenti non raggiungiamo l’obiettivo che ci siamo prefissati”, ovvero arrivare in cima al vulcano  più alto al mondo a 6300 metri. Ha vinto la razionalità. Siamo rimasti 20 minuti a guardarci. Alla fine la ragione ha avuto la meglio sullo spirito di competizione. Siamo rientrati, salvaguardando la mia e la vita degli altri colleghi. Scendendo l'alito della morte sussurrava che mi avrebbe preso. Dopo oltre 5 ore, con difficoltà estrema, siamo riusciti a rientrare. In quel momento ho sentito il dolore della disfatta, mi è sembrato di aver perso tutto. Chi mi ha fatto capire che era stata una impresa record è stato uno degli alpinisti più forti al mondo, Ivan Vallejo, uno dei pochi che ha scalato tutti gli 8000 senza ossigeno, e che due giorni dopo, durante la conferenza stampa ha detto: “Non so come abbia fatto quest'uomo in 3 giorni, partendo dal mare, ad arrivare dove è arrivato, con quelle condizioni climatiche, quando noi alpinisti restiamo 20 gg per acclimatarci in quota e spesso non ce la facciamo ad arrivare su”. E’ stata una impresa pazzesca, un record che nessuno al mondo è ancora riuscito a realizzare.

E questa è stata una delle volte in cui hai visto la morte da vicino….. la seconda?

In Iran, dove avevo dichiarato che avrei tentato di raggiungere la distanza di maratona. Stiamo parlando del luogo più caldo al mondo, nel periodo più caldo dell’anno, scelto statisticamente. Era il 19 luglio 2017. Stavo benissimo, ero stato graziato dalla fortuna di un’ottima preparazione. Ma abbiamo trovato una giornata sfortunata, con 60km all’ora di vento spesso contro. Un cameraman del team è andato in arresto cardiaco, è stato intubato e fatto rientrare. E lui era in macchina con l’aria condizionata…. A un certo punto ho cominciato ad esser disidratato e quando arrivano queste situazioni la sensazione di dire che ti senti morire è poco, perché perdi completamente il controllo del tuo corpo: se dici ad una gamba alzati o a un braccio muoviti, non funziona, hai una sensazione di nausea vomito e mal di testa, un malessere importante. La cosa che ti fa più paura è la perdita di equilibrio perché anche se ti imponi di andare diritto, non ci vai. Il labirinto dell'orecchio, uno degli organi che ci fa' mantenere in equilibrio, cambiando seppur di poco le sue dimensioni a causa della perdita di liquidi, non permette più di rimanere eretti e di avanzare. In queste situazioni possono solo intervenire i medici con una idratazione supplementare endovenosa. La sensazione di morire ha un picco, ed è li che ti rendi conto che se sei forte mentalmente e se sopporti queste sofferenze e vai avanti poi arriva il momento in cui passa. Se ti fermi non saprai mai se era una cosa definitiva o passeggera. Ero arroventato, c’erano 67 gradi nell'aria, molti crampi, 81 gradi il terreno, avvolto dal caldo. In quel momento è solo la testa che ti parla. E ti dice “non ascoltarlo questo caldo, o meglio sentilo per quello che è ed accettalo”. Le alte temperature e le basse influenzano il nostro copro, ma il grande caldo e il grande freddo li sopporti meglio se mentalmente li accetti.

Infine la Russia….

Qui la paura di morire non l’ho avuta durante la sfida, perché sapevo di essere seguito da uno staff preparato ed una organizzazione pronta a tutto. Ero cosciente che forse avrei potuto perdere un dito o un arto per congelamento, ma non sarei morto di freddo. L’unico dubbio dei dottori era che non sapevano cosa sarebbe potuto succedere ai miei polmoni che continuavano a congelarsi respirando l’aria ghiacciata. Dove ho avuto la sensazione di dire “non torno a casa” è stato mentre mi allenavo. Mi sono recato in Jakutia un mese prima, per provare i materiali tecnici e per conoscere meglio le temperature. Andavo a correre per allenarmi, nel paese di Ojmjakon. All’inizio correvo sempre intorno alla casa dove abitavo perché potevo entrare velocemente in caso di problemi. Poi ho iniziato ad allontanarmi sempre di più, fino a 7 km di distanza, ovvero mezzora da casa. Con i medici avevamo fatto un calcolo: da sudato, fermandomi e non correndo più, avrei avuto dai 6 agli 8 minuti di sopravvivenza prima di congelarmi completamente. La sensazione è la stessa di quando vai al mare, nuoti e ti allontani dalla riva. Poi ad un certo punto ti fermi e ti volti indietro e vedi che sei molto lontano. Se lì ti fai prendere dal panico nuoti come un pazzo con la paura di non farcela a tornare ed esaurisci le tue energie, rischiando di annegare. Questa è la sensazione che avevo. Andavo lontano, mi voltavo indietro e poi mi dicevo: se mi viene una contrattura, qualcosa che mi costringe a bloccarmi, ho 8 minuti di sopravvivenza e sono solo. E il fatto di morire di freddo, congelato, è una cosa difficile da pensare e da accettare. In queste situazioni capisci veramente che il passo tra la vita e la morte è minimo e molto vicino.

Dall’ Africa nel 1992 alla Siberia nel 2019. Cosa ti porti dentro di queste sfide?

Sono tutte emozioni a 360 gradi, perché al di là della performance sportiva e dei risultati medico scientifici che portiamo a casa, si instaurano rapporti unici con le persone del posto, con il team. L’amicizia è quella di chi è sopravvissuto ad una brutta avventura o ha condiviso momenti di sofferenza. E anche se queste persone non parlano la tua lingua, hanno una cultura diversa, un diverso colore della pelle, condividono le stesse emozioni, le stesse paure, le stesse tensioni. Forse non li rivedrai mai più, ma ti resta moltissimo. E poi vedo luoghi naturalisticamente unici, da un punto di vista forse più scomodo ma molto privilegiato. Io sento odori, sapori, rumori di tutto quello che mi circonda, perché correndo a piedi i luoghi li vivi intensamente. 

Qual’è l’ultima cosa o persona a cui pensi prima di iniziare e fare il primo passo? Hai un tuo rituale?

Abbiamo studiato con i medici anche questo, ovvero cosa succede nella mia testa in quei momenti. Ed è una cosa che fa un po’ impressione, forse derivata dall’esperienza. In realtà sono quello che, più di tutti  controlla il team e quello che succede nelle fasi preparatorie. Perché se solo una persona del team fa un errore, quell’errore potrebbe costare la vita a me o ad altri. C’è una frase che ripeto sempre prima della partenza: “L’incolumità di ognuno di voi è l’incolumità del gruppo. Ognuno deve essere concentrato su quello che deve fare”.

Come vivono i tuoi cari queste sfide continue?

I miei genitori hanno visto l’evoluzione di quello che ho fatto nel corso degli anni e un po’ di tranquillità in più l’hanno acquisita, grazie anche al fatto che oggi sono molto più controllato e seguito e anche dal punto di vista della comunicazione la situazione è migliorata. Era diverso quando partivo in solitaria per attraversare l’Africa in mountain bike e non esisteva né il cellulare né il satellitare. Quando partivo dicevo “se entro la tal data di quel tal mese non sentite nulla, cominciate a preoccuparvi”. I primi viaggi erano così, non c’era modo di comunicare.

La mia compagna è diventata una delle colonne portanti della logistica e ha una mansione specifica. Preferisce vivere le sfide accompagnandomi, anche se a volte assiste a situazioni drammatiche. Ma dice che non sopporterebbe stare a casa ad attendere le notizie.

Ti sei mai detto “sto esagerando”?

Fino ad ora no. Sono convinto che ogni tanto, osare un po' bisogna…

Di recente hai portato a termine una impresa speciale, dedicata alle zone dell’Abruzzo colpite dal terremoto.

Per me è doveroso, come poliziotto e come sportivo, mettermi a disposizione di chi ha bisogno e dare il mio  contributo per fini benefici. E credo dovrebbero farlo tutti gli sportivi visto che abbiamo un regalo della natura e possibilità che altri non hanno.

Qualche tempo fa alcuni colleghi de l’Aquila mi hanno contattano per chiedermi di organizzare un evento per tenere alta l’attenzione sulle zone terremotate, perché anche se non ce ne rendiamo conto la situazione non è delle migliori. In questi posti, come ad Amatrice e dintorni, non ci sono ancora appartamenti ma casette di legno, fatte per durare al massimo un anno… ne sono passati tre, e non si vede ancora un mattone. Grazie all’aiuto di alcune aziende che non hanno neppure chiesto visibilità in cambio, abbiamo fatto una piccola produzione televisiva e realizzato #Runspect  “Run For Respect” il racconto di un viaggio di corsa, nelle zone del centro Italia colpite dai grandi eventi sismici del 2009 e del 2016.

Il progetto nasce dalla volontà di ricordare i territori martoriati dalla potenza distruttiva del terremoto, dei quali non si parla mai abbastanza.

Ti ritieni una persona positiva?

Positivo sempre. Ed ottimista al massimo.

Che rapporto hai con la natura?

La natura è la madre di tutto. Quando non sai darti una risposta, se la vai a cercare nella natura la trovi. La natura ha avuto molti più anni di evoluzione dell’essere umano, di cui lui è parte e frutto. Quello che non conosciamo a fondo, o non vogliamo accettare veramente, è la forza e la potenza della natura. Ce ne ricordiamo con alluvioni, terremoti, siccità, ma ce ne dimentichiamo facilmente finché non tocca qualcuno di noi.

Viviamo in un posto dove i disagi possono essere la grande acqua alta a Venezia, le frane in Liguria, le esondazioni dei fiumi, ma pensiamo sempre che sia qualcosa di circoscritto e risolvibile. Ci sono invece aspetti della natura che non possiamo modificare e pilotare, nonostante l’uomo abbia capacità incredibili e lo sviluppo tecnologico fornisca un sostegno importantissimo. Ci lamentiamo del processo di surriscaldamento globale. Sicuramente l’uomo lo ha accelerato, ma viviamo comunque in un periodo post glaciale e comunque saremmo andati incontro ad alte temperature. Se la natura avesse avuto il suo corso normale, il grande caldo, lo scioglimento dei ghiacciai, l’evaporazione dei mari, sono fenomeni che si sarebbero comunque compiuti. Ed altri se ne compiranno. Tutto va salvato è va protetto, è vero e giusto. Ma dobbiamo anche metterci in testa che certe cose succedono a prescindere dalla nostra volontà, perché è così che funziona il nostro pianeta.  E non possiamo governarlo.

Che idea ti sei fatto di Greta e della sua campagna ambientalista?

Ha dato sicuramente una accelerata alla consapevolezza che abbiamo esagerato nel provocare cambiamenti climatici e nella deturpazione del territorio. E’ anche vero che ormai parlare di ambiente e salvaguardia del pianeta è una moda, ma tre quarti di quello che si dice sono solo parole che non hanno un seguito, pochi purtroppo i passaggi concreti, basti vedere i continui nulla di fatto, delle conferenze internazionali sul clima. Bisogna far di più sotto il profilo della formazione culturale, perché siamo veramente ancora molto indietro. E’ nei piccoli gesti quotidiani, come differenziare con cura l’immondizia o non gettare rifiuti nei boschi e nelle acque, dove ognuno di noi può fare qualcosa di concreto. Si affrontano grandi discorsi e poi vado a correre nei sentieri dei miei colli e trovo gli involucri degli integratori sportivi. Chi corre sa che quell’involucro è inquinante ma lo getta ancora per terra. Perché? Già gli antichi greci dicevano “Se l'uscio della tua porta è pulito, tutta la città sarà pulita”...,ma spesso le cose sagge, non vengono ascoltate.

Cosa ne pensi della lotta alla plastica?

Qui ancor di più il problema è la scarsa educazione e la pessima informazione. La plastica è stata una invenzione incredibile che ha fatto evolvere l’uomo perché ha creato oggetti alleggeriti, adattati e plasmati come nessun altro materiale poteva fare. Se la prendi, la ricicli, la smaltisci come si deve, è un materiale fantastico. Se la butti per terra o nel mare, diventa un pericolo. Ma se anche parlassimo di sostituire tutta la plastica che c’è in commercio con la carta, avremmo lo stesso un mondo sporco e isole galleggianti in mezzo all’oceano. La carta si dissolve più velocemente, ma anche la carta gettata laddove non deve essere gettata diventa un inquinante. Quindi prima c’è l’aspetto culturale e poi quello della qualità del materiale.

Che messaggio vorresti dare ai giovani che vogliono intraprendere una carriera sportiva?

Lo sport va fatto sempre, per il benessere personale e perché ti educa a stare bene con te stesso, con gli altri e con l’ambiente. Lo sport aiuta a porsi degli obiettivi e a lavorare su questi, facendoti conoscere il tuo corpo, rafforzando la mente. Si parte da piccoli step facilmente raggiungibili, per poi puntare ad obiettivi sempre più importanti. Lo sport è uno strumento educativo incredibile, se ne dovrebbe fare di più nelle scuole o in giovane età. Come Polizia abbiamo verificato che, chi ha avuto una educazione sportiva, ha molte più possibilità di diventare un bravo cittadino di chi non l’ha avuta.

Ci anticipi qualcosa della prossima sfida?

E’ ancora prematuro, siamo al lavoro con il team. Ma posso dirvi che sarà una sfida contro l’elemento quota estrema e la rarefazione dell’aria.

Come lo vedi il tuo futuro? Quando smetterai di correre ….

Per ora credo di poter fare ancora dei buoni risultati. Ho superato anche l’ultimo infortunio che sembrava essere molto grave, ovvero un'estesa lesione tendinea al tendine d’Achille, iniziata correndo in Siberia a causa del grande freddo e per l’irregolarità della superficie ghiacciata. Ora si è chiusa completamente e mi permette di correre anche se non sto ancora caricando eccessivamente. Diciamo che con il 2020 aumenterò il chilometraggio e la preparazione.

La certezza è che per tutto c’è una fine. La speranza e l’impegno sono di spostarla il più avanti possibile. Poi si possono cambiare gli obiettivi, magari praticando altre attività meno traumatiche della corsa.

Il futuro lo vivo giorno per giorno, programmando ma anche vivendo quotidianamente la mia vita. Ho un progetto, sul quale sto investendo molto in termini economici e di impegno fisico personale che riguarda la mia abitazione attuale. Sto cercando di trasformarla in un bed & breakfast…per integrare la pensione …

A proposito, una domanda un po’ personale…. quanto guadagni dalle tue imprese?

Guadagno la soddisfazione di dire “ce l’ho fatta”, o il dolore di pensare “questa volta non ci sono riuscito”. Pochi benefici economici, anche se devo riconoscere di aver avuto l'opportunità di viaggiare quasi in tutto il mondo e credo che questo sia già una grande ricchezza. Vivo col mio stipendio da Sovrintendente Capo della Polizia di Stato, che onestamente non è così male. Come molti, pago il mio mutuo, che spero un giorno finirà…