Il 2 giugno 1989 usciva nei cinema americani L’attimo fuggente, il film di culto di Hollywood che ha segnato il risveglio di una generazione, sull'onda di battute ormai proverbiali e sequenze indimenticabili come quella degli studenti in piedi sui banchi per salutare il professore ingiustamente allontanato dalla scuola con i versi di Whitman «O Capitano! Mio Capitano!».Alla sua uscita, il film di Peter Weir fu accolto con  un successo inatteso, tributato a un racconto morale che parla del risveglio dell’individualità in una società conformista, ma anche dai fermenti di quel decennio che, archiviata la Guerra Fredda, avrebbe cambiato per sempre i costumi della società, favorendo l’affermazione di il sentire comune dei ragazzi della Generazione X. Un fenomeno sovranazionale e pacifico, da sostenere sotto i cieli di un inquietante ritorno delle frontiere (culturali, non solo politiche) che attraversa i tempi presenti. Per questo, tanto per celebrare l’anniversario della pellicola di Weir, inno alla libertà di pensiero di una generazione, abbiamo deciso di dedicare l’apertura della rivista a due straordinari campioni dello sport, Alessandro Del Piero e Rafael Nadal, alle prese con il loro “attimo fuggente”.

Basta la parola, anzi il cognome: Del Piero. E subito pensi al numero 10 e capitano della Juventus, un campione in campo per tanti anni e un campione fuori per sempre. Perché Del Piero è uno dei pochi grandi calciatori capaci di vincere anche nella vita di tutti i giorni dopo aver lasciato ad altri, meno bravi di lui, il pallone. Questione di stile ma anche di volontà, quella che gli ha consentito di abbandonare l’idea di fare il camionista per trasformare in realtà il sogno di diventare un giocatore. Senza mai dimenticare l’importanza della famiglia, prima come figlio del signor Gino e oggi come padre di tre figli. Da San Vendemiano a Los Angeles, via Torino, in un affascinante viaggio che ci racconta attraverso i ricordi del passato e le speranze per il futuro.

Del Piero, come si definirebbe con tre aggettivi?

«Appassionato, determinato, sereno».

Ricorda il primo pallone della sua vita?

«Non potrei dimenticarlo, perché è stato immortalato in una foto scattata dai miei genitori, che forse avevano letto il futuro. Ero talmente piccolo che quel pallone di cuoio anni Settanta, che tentavo di tenere tra le mani, era più grande di me».

Per diventare un campione che cosa è stato più importante: la passione, l’impegno o il talento?

«Il talento è la base, senza quello non si va da nessuna parte. Ma senza impegno e sacrificio, che derivano anche e soprattutto dalla passione, il talento rimane sterile, fine a se stesso, e non genera nulla di buono».  

Quando ha capito che era diventato un campione?

«Me lo sono sempre guadagnato, partita dopo partita, volendo dimostrare qualcosa a me stesso fino all’ultimo minuto che ho giocato. Certo, quando sono arrivato alla Juve, in mezzo a tutti quei campioni, ho capito che qualcosa stava davvero cambiando». 

Alessandro Del Piero e Giampiero Boniperti. @ Juventus FC

È stato più difficile diventare un campione o incominciare una seconda vita?

«Incominciare una seconda vita, ma è una questione di età, non di nostalgia. Adesso sono più consapevole, affronto tutto pensandoci molto di più. Sono sempre stato un razionale, o almeno mi sono sempre sforzato di esserlo, ma l’incoscienza dei primi anni di carriera, che poi è quella dei vent’anni, non te la restituisce nessuno».

Zico dice che soltanto i calciatori muoiono due volte: quando lasciano il calcio e poi la terra: condivide?

«Detta così mi pare abbastanza brutale, ma come si fa a dare torto al mitico Zico?»

Se non fosse diventato un calciatore che cosa le sarebbe piaciuto fare?

«Da piccolo dicevo il camionista, forse perché lo collegavo alla dimensione del viaggio, che mi ha sempre affascinato, e dei motori. Ma in realtà ho sempre voluto fare il calciatore, e per fortuna ce l’ho fatta».

Qual è stato l’attimo più bello della sua carriera?

«Quasi impossibile trovarne uno soltanto, ma se lo individuo tra qualcosa che è accaduto tra Dortmund e Berlino, nel mondiale del 2006, sono sicuro di non sbagliarmi».

E della sua vita fuori dal calcio?

«Questo è più facile: la nascita dei miei figli».

Lei ha vinto tanto e perso poco: ha goduto di più per le vittorie o si è arrabbiato di più per le sconfitte?

«Sono due sensazioni opposte e necessarie. Direi che spesso è accaduto che per godere di una grande vittoria sono dovuto passare da una dolorosa sconfitta. A questo proposito, mi viene in mente che uno dei molti motivi per i quali è importante che i ragazzi facciano sport è proprio imparare anche il senso della sconfitta: da spettatori, questo cambierà per sempre l’approccio alla partita, e diventerebbero tifosi più maturi e consapevoli. Sportivi, insomma».

C’è una partita vinta che vorrebbe rigiocare?

«È come chiedere a un bambino se vuole più bene alla mamma o al papà: tutti e due. Allora dico la finale di Champions vinta a Roma con la Juventus e quella mondiale vinta a Berlino con l’Italia».

E tra quelle perse quale vorrebbe rigiocare?

«Una delle due finali di Champions perse, una a caso tra quella con il Borussia e quella con il Real Madrid».

Che cosa è stata la Juventus per lei?

«La squadra della mia vita. E metà della mia vita. Ho avuto la grande fortuna di giocare nella mia squadra del cuore, di diventarne il capitano, di battere grandi record, e di vincere con quella maglia. Sarò per sempre legato a quei colori e a quella gente».

Le capita di sognare episodi della sua carriera?

«Non mi è mai capitato».

Che cosa le manca del calcio giocato?

«Il piacere del gioco e il senso della sfida. Ha presente come quando uno ripensa a una sensazione piacevole della sua giovinezza, un meraviglioso ricordo? Ecco, si prova questo quando penso a che cosa mi manca».

Qual è il complimento che le ha fatto più piacere?

«Le dimostrazioni di rispetto per l’uomo prima che per il calciatore. Le persone, tante, che ancora mi fermano e mi dicono che sono importante per loro. È il vero privilegio, il grande dono che la mia carriera mi ha lasciato».

Qual è stato l’allenatore più importante per lei?

«Dal punto di vista personale, per quello che mi hanno lasciato, ne dovrei citare tanti. Se penso alle grandi vittorie della mia carriera, il mio pensiero ovviamente non può che andare a Marcello Lippi».

Qual è il campione che ammira di più al di fuori del calcio?

«Sono sempre stato un grande appassionato di sport, non soltanto di calcio, un vorace telespettatore, e quando possibile spettatore. Negli ultimi anni, poi, con un po’ più di tempo a disposizione ho visto da vicino campioni ed ex campioni. Scegliere è quasi impossibile, mi rifugio su Michael Jordan, che resta un mito inarrivabile».

Come si rilassa nel tempo libero?

«Ho la fortuna di avere tante passioni e spesso le associo al mio lavoro, alle mie attività, dunque di tempo libero ne ho poco. Ma siccome mi piace quello che faccio, spesso riesco a considerarlo poco stressante. Mi piace molto giocare a golf e fare sport e soprattutto mi piace stare con i miei bambini».

Qualche settimana fa ha raccolto applausi anche come ballerino a “Ballando con le stelle” in tv: è uno dei suoi hobby segreti?

«Assolutamente no. Non mettiamo in giro strane idee, altrimenti mi chiedono di rifarlo!».

Perché ha deciso di vivere in America?

«Perché era uno dei miei sogni, perché mi piace Los Angeles e mi piace vivere nel mondo americano, lo trovo stimolante e utile anche per farmi crescere da tutti i punti di vista. E poi apprezzo molto che i miei figli possano crescere in un posto così, con maggiore tranquillità, e senza le eventuali pressioni legate al cognome che portano».

Da San Vendemiano in provincia di Treviso, dove è nato, a Los Angeles dove vive: che cosa direbbe suo papà Gino?

«Facile: quando torni a casa?»

Che cosa le manca dell’Italia?

«Per fortuna poco o nulla, perché per gli impegni lavorativi, in particolare con Sky Sport, torno molto spesso. Diciamo che faccio il pendolare, anche se a migliaia di chilometri di distanza».

Che cosa dovrebbero imparare gli italiani dagli americani?

«La consapevolezza di quell’opportunità che, con il merito, puoi arrivare a cogliere. La tensione verso il miglioramento, e quella straordinaria sensazione che tutto sia possibile. Lo so, è un po’ da “sogno americano”, ma davvero certe volte questa sorta di ottimismo può far raggiungere qualsiasi obiettivo.»

 

Del Piero alza la Coppa Intercontientale, Tokyo 26 novembre 1996. 

Lei ha giocato anche in India: che cosa le ha lasciato quella esperienza?

«Ho avuto l’opportunità di vedere cose che nemmeno potevo immaginare, in un Paese che non può essere paragonato a nessun altro. Ho imparato a rimettermi in gioco, e a tornare in una dimensione di normalità che il nostro mondo a volte ti toglie».

Sua figlia Dorotea gioca a calcio e anche i due fratelli Tobias e Sasha si divertono con il pallone: vedremo un giorno un Del Piero o una Del Piero con il numero 10 e la fascia di capitano? O Lei preferirebbe che facessero altri sport?

«Mi piacerebbe che facessero quello che piace a loro, e soltanto perché si divertono, non per emulazione».

Lei ha una scuola calcio a Los Angeles: è la prova che il suo futuro è lì?

«Sicuramente qui resteranno dei legami forti, anche se in futuro non dovessi più viverci. La scuola calcio mi entusiasma perché mi riporta a una dimensione del calcio che oggi è quella che mi affascina forse di più, una sorta di ritorno alle origini, anche le mie».

A Milano sta per aprire il suo nuovo ristorante “N.10”: soltanto business o un modo per rimanere legato all’Italia?

«Entrambe le cose, ma soprattutto un modo per portare avanti un’attività imprenditoriale che mi vede al fianco di professionisti, con i quali – come in altri  ambiti – ho scelto di fare un pezzo di strada assieme, con grande voglia di fare e di imparare».

Del Piero e Cristiano Ronaldo. Il passaggio di testimone.

Perché a Milano e non a Torino?

«È capitata lì l’occasione, Milano è davvero una grande città europea, ed è stato naturale. Ma mai dire mai, anche per Torino».

A novembre taglierà il traguardo numero 45: dove le piacerebbe essere tra altri 45 anni?

«Dovunque, in salute, e con le persone alle quali voglio bene».

 

 

Un campione normale, speciale soltanto quando gioca e quasi sempre vince. Ecco chi è Rafa Nadal, il tennista amato da tutti per il suo talento e la sua semplicità. Da Roma a Parigi, da Londra a Melbourne, ha vissuto e continuerà a vivere attimi intensi, come la sua vita e la sua carriera. Attimi indimenticabili raccontati direttamente da lui.   

Nadal, come si descriverebbe a chi non la conosce?

«Una persona normale, che ha avuto la fortuna di trasformare un hobby in lavoro».

È più importante l'impegno o la passione per diventare un campione?

«Credo che le due cose siano inseparabili. La passione è fondamentale per diventare un campione, ma senza sacrifici e impegni non si va da nessuna parte».

Ricorda la sua prima racchetta?

«Impossibile dimenticarla. Era un regalo di mio padre».

Qual è stato l’attimo in cui ha capito che poteva diventare uno dei più grandi giocatori?

«Penso che non si sappia mai quale sia quel momento. Il tempo passa,  giorno dopo giorno cerchi di fissare gli obiettivi nella vita. Un po’ alla volta si migliora, giocando partite e tornei. Il primo obiettivo sembra quasi impossibile: diventare un tennista professionista, vincere un torneo, poi un altro sempre più importante e così via».

E l’attimo più bello come tennista?

«Penso di essere stato abbastanza fortunato, perché ho vinto tante partite importanti e fatico sempre a dire quale sia stata la più importante. Ma evidentemente se tutti, proprio tutti, ripetono che la mia partita migliore è stata quella contro Federer, nella finale del 2008 a Wimbledon, alla fine dico anch’io che quella è stata la migliore, l’attimo più bello e più intenso della mia carriera».

Nadal Us Open 2012 @Ciamillo/Castoria

Qual è stato l’attimo più importante della sua vita al di fuori del tennis?

«Tutti quelli che passo con la mia famiglia, con i miei amici di Maiorca. La cosa più bella è stare sereni, ridere e scherzare con chi ti sta vicino».

C’'è stato un attimo brutto in cui ha avuto paura?

«Sì, nel 2006 quando ho avuto un problema al piede e in casa abbiamo avuto tutti paura, perché non sapevamo se potevo continuare a giocare. Sono stati attimi davvero brutti, poi per fortuna i medici mi hanno rassicurato e ho potuto continuare a giocare».

Da bambino, quale tennista sognava di imitare?

«Per la verità, non ho mai sognato di essere come qualche altro tennista. Mi piaceva guardare il tennis, ma ho anche giocato a calcio perché mio zio Miguel Angel era un giocatore di calcio di successo».

Se non avesse sfondato nel tennis, che cosa le sarebbe piaciuto fare?

«Sicuramente qualcosa nel mondo dello sport, perché fin da bambino lo sport era la mia passione. Penso che forse sarebbe stato facile per me diventare un calciatore. Ma in ogni caso capivo che dovevo scegliere tra uno sport o un altro, perché a scuola facevamo molto sport".

Lei ha vinto molto e ha perso poco: ha goduto di più per i successi o si è arrabbiato di più per le sconfitte?

«Il tennis è uno sport in cui alla fine vince soltanto uno e quindi sono molti di più quelli che perdono. Io per carattere non esagero mai, né quando vinco, né quando perdo».

Quale partita vorrebbe rigiocare tra quelle che ha perso?

«Dico la verità, sono molto realistico e non ne rigiocherei nemmeno una. Ormai quello che è successo, è successo, non si può più tornare indietro e quindi meglio lasciar stare e non pensarci più».

Rafa Nadal, campione Roland Garros 2017 @TenisWeb

Come mai lei che è destro gioca con la mano sinistra?

«Sono destrorso per la maggior parte delle cose, per esempio scrivo con la mano destra, ma stranamente sia nel tennis sia nel calcio sono sempre stato mancino, anche se quando lancio una pallina lo faccio con la mano destra».

Lei ha anche giocato a calcio, ha sognato di diventare calciatore?

«Sognato no, ma avrei fatto volentieri il calciatore perché il calcio mi è sempre piaciuto molto e continuo a seguirlo con interesse».

Aveva un idolo calcistico?

«Un idolo vero e proprio no anche perché, come dicevo prima, avevo già in casa un campione. Mio zio Miguel Angel ha giocato nel Barcellona che ha vinto la prima coppa dei Campioni nel 1992 contro la Sampdoria, e ha partecipato a quattro mondiali con la nazionale spagnola, anche se tutta la mia famiglia è sempre stata del Real Madrid, soprattutto mio nonno, e anch’io sono socio del Real».

A proposito, Cristiano Ronaldo ha fatto bene o male a lasciare il Real Madrid?

«Sono sicuro che ha fatto bene. È chiaro che il Real Madrid ha risentito della sua partenza, perché è un grandissimo giocatore».

La rivalità tra lei e Federer è stata paragonata a quella tra Messi e Cristiano Ronaldo: è d’accordo?

«No, non penso che si possano fare paragoni di questo genere».

A parte Federer, quale rivale ammira di più?

«Federer è il giocatore che ha influenzato di più la mia carriera. La nostra rivalità è stata una sana rivalità sportiva, con reciproco rispetto e con grande stima. Federer è stato ed è ancora una persona importante per la mia carriera e la mia vita. Ma io non dimentico Djokovic, perché noi tre siamo ancora protagonisti».

Ha amici nel mondo del tennis?

«Il tennis è uno sport molto individuale, ma anche una grande famiglia sportiva. Ci conosciamo tutti e insieme viaggiamo ogni settimana in tutto il mondo. Ma l’amicizia è qualcosa di più profondo e che viene dall’infanzia, nel mio caso. I miei veri amici, quindi, sono al di fuori del mondo del tennis».

Le piace la popolarità o è una seccatura?

«Mi piace la mia vita e confesso che la popolarità che mi dà molti vantaggi, anche se qualche volta mi toglie un po’ di privacy».

Come si rilassa quando è in vacanza?

«Sul mare, su una barca, oppure giocando a golf. Maiorca è un posto splendido con il vantaggio di avere il relax incorporato».

Ha pensato a che cosa farà quando smetterà di giocare?

«Sì, ho già un progetto importante che è la mia Accademia Rafa Nadal, attiva da più di due anni. Sono sicuro che quando smetterò di giocare dedicherò moltissimo tempo a questa iniziativa. Attraverso lo sport e l’educazione questa accademia mira a rafforzare l’integrazione, l’educazione, lo  sviluppo personale e sociale dei bambini e dei giovani, in Spagna e in India, con disabilità intellettuale. Lavoriamo affinché tutti abbiano la possibilità di sviluppare al massimo le proprie capacità, a prescindere dalle loro condizioni personali e sociali».

Le piacerebbe avere un figlio che gioca a tennis o sarebbe troppo pesante per lui chiamarsi Nadal?

«Se è questo che gli piace, naturalmente sì. Lo sport senza dubbio è un grande aiuto in particolare per l’istruzione».

Per concludere, qual è l’attimo che sogna di vivere prima di andare in pensione?

«Come ripeto sempre, vivo con i piedi per terra, sono un pragmatico e non un sognatore».