Dev’essere come uno scroscio improvviso di pioggia sul villaggio. Questo è uno dei sessanta dettami che un maestro della scuola di Kyudo Heki, nel Giappone di fine Quattrocento e inizio Cinquecento, inserisce in un libro di regole per «lo spirito del tiro con l'arco in guerra»; in particolare è il momento in cui la mano lascia andare la freccia sulla corda verso il suo bersaglio. Sessanta precetti per tirare con l’arco, per armonizzare la distanza tra il gesto e il risultato, ed arrivare, in qualche modo, a un capolavoro. Un regalo all’umanità, al di là del tiro con l’arco in sé, viene da pensare: un regolamento laico per l’armonia, che definisce anche il ruolo dell’estetica, dell’ordine, come elementi di una stretta, vitale, essenzialità, anche in una disciplina che nel tempo in cui venne scritto il libro era pur sempre uno strumento di guerra, a contatto con il sangue e la morte. Al termine del libro il maestro decide di inserire dodici poesie, proprio come a dire: quando hai compreso tutto di una questione c’è l’opera d’arte, c’è, forse, il capolavoro. Deve essere questo quello cui tende Mauro Berruto, nuovo (dal 29 gennaio 2018) direttore tecnico della Federazione Italiana Tiro con l’Arco, quando mi risponde al telefono, tra la presentazione del suo nuovo e ultimo libro, Capolavori. Allenare, allenarsi, guardare altrove, appena passati i cinquant’anni d’età e molte medaglie da allenatore della Nazionale di Pallavolo al collo, comprese Olimpiadi e World League. In uno dei suoi frequenti momenti di riflessione pubblica ha provato a riassumere con l’esattezza di un’operazione matematica la performance sportiva, inserendo come fattori in grado di moltiplicarsi le «capacità tecniche» e le «capacità emozionali» e come denominatore, a dividere il valore della moltiplicazione dei due fattori, «il metodo».

Se i fattori della moltiplicazione sono chiari, laddove le capacità tecniche entrano nei nervi e nell’imprinting dello sportivo, vivono di una curva di apprendimento e allenamento e di una continuità di progresso, le capacità emozionali sono le punte e le depressioni di una certa tendenza a vivere empaticamente il gesto e ad entrare in una zona di confort, come di esaltazione o depressione all’interno dell’evento sportivo, quello della moltiplicazione ha un’aurea di profondissima ulteriore riflessione. Continua Mauro Berruto, qui in uno dei fortunatamente frequenti Ted Talk, «se a divisore scriviamo un numero molto grande, il risultato decresce esponenzialmente. Così, il numero ideale da scrivere lì sotto, è il numero “uno”. Se io divido per “uno” mantengo inalterata la moltiplicazione di cui sopra». C’è quindi da chiedersi che cosa sia questo “metodo uno”, una metodologia semplicissima che, esiziale, traduce la teoria che molti allenatori dispiegano lungo mesi, anni, con i propri atleti, in pura azione. È, in fondo, un momento sublimato, come quello che, continuerà lo stesso Berruto nel medesimo Ted Talk, ha concentrato in quaranta secondi distillati dopo otto anni di preparazione Yuri Chechi, andandosi a prendere la medaglia d’oro ad Atlanta nel 1996, dopo essersi rotto il tendine d’Achille a quindici giorni dalla precedente Olimpiade di Barcellona.

Quel “momento uno” non è però, una pura astrazione, un estemporaneo guizzo di lucente talento, un’acrobazia dal nitore scultoreo. Al contrario, proprio come le poesie al termine del libro di tecnica di tiro con l’arco dell’antico maestro giapponese della scuola Kyudo Heki, quel “metodo uno” di Yuri Chechi è la traduzione del suo mondo interiore, di quelle «capacità tecniche x capacità emozionali», in un esercizio perfetto, al termine di un percorso lunghissimo, esasperante possiamo immaginare, fatto di dolorosi allenamenti, e di estenuante attesa di quell’attimo durato quaranta secondi. Il “metodo uno” è quindi qualcosa che arriva quando di quel dato argomento, del gesto sportivo, si è compreso il tutto, si è arrivati lucidamente a scoprirne ogni piega e ogni diabolico dettaglio. Va poi oltre Mauro Berruto, il “metodo uno” «è la cosa più allenabile che esista, in quanto è proprio lo scaricare a terra i valori che altrimenti rimangono teorie. Ed ha a che fare con l’esemplarità, con l’essere esempi viventi di quello che si fa. Ossia, fare un bel gesto, farlo bene e farlo quando è difficile farlo».

Queste parole, lo si sente anche dalla cornetta del telefono, non sono esclusivamente (o per nulla) un mantra pubblicitario ripetuto, ma, molto oltre, hanno a che fare con il sostrato che dovrebbe esistere, sempre, alla base dello sport, dopo ogni prestazione, al di là di ogni senso economico di lega, che è l’imprinting naturale e millenario che lo sportivo ha sempre avuto dai tempi dell’antica Grecia. Se, come nelle parole di Herriot, «la cultura è quello che rimane quando si è dimenticato tutto», ossia pura impronta umana, definitivo DNA ambientale, come il gesto della scimmia che apre “2001: Odissea nello spazio”, di spaccare la materia con un osso a guisa di utensile, potremmo dire che la cultura dello sportivo è questo: l’esemplarità. Cosa che dovrebbe non solo essere intesa come l’esempio da dare ai più giovani, il rispetto per l’avversario, che altro non è che il rispetto per sé stessi, tutte cose importantissime, ma l’idea, come nel testo di Andrè Daumal, il «Monte analogo», che «quando vai alla ventura, lascia qualche traccia del tuo passaggio, che ti guiderà al ritorno: una pietra messa su un’altra, dell’erba piegata da un colpo di bastone. Ma se arrivi a un punto insuperabile o pericoloso, pensa che la traccia che hai lasciato potrebbe confondere quelli che ti seguissero. Torna dunque sui tuoi passi e cancella la traccia del tuo passaggio. Questo si rivolge a chiunque voglia lasciare in questo mondo tracce del proprio passaggio. E anche senza volerlo, si lasciano sempre delle tracce.[1]» In questo senso Berruto va poi oltre, definendo l’idea che questa esemplarità, imprinting definitivo, sia parte non solo della curva di apprendimento tecnico, ma il prodotto del nostro essere uomini, dei libri letti, delle esperienze vissute, in questo senso ricordando struggentemente quello che, con una dilaniante iperbole che non gli avrebbe risparmiato, e anzi forse aggravato, il severo e svilente iper-controllo del KGB che lo costringerà all’emigrazione, Iosif Brodskij pensando ai campi di prigionia tedeschi e ai lager russi, pronunciò nel suo discorso per il Nobel, Stoccolma, 1987. «Mi limiterò qui a dire che a mio parere – non empiricamente, purtroppo, ma solo in teoria – per chi ha letto molto di Dickens, sparare al suo simile in nome di un’idea è più problematico che per chi non ha letto Dickens». L’atleta è tale, perché (anche) l’uomo lo è. Su questo chassis si regola anche un’altra delle convinzioni del Direttore Tecnico di cui quasi tutti hanno notato uno dei cambiamenti a maggior impatto diretto, l’aver migrato da uno sport tipicamente di squadra, ad uno squisitamente individuale, da uno sport di uomini contro uomini, divisi da una rete, barriera fisica flebile ma mentalmente inoppugnabile, a uno sport in cui l’avversario nemmeno esiste, ed è costituito non tanto dal bersaglio, che quasi goffamente, o per lo meno con granitica indifferenza sta a lato dello strumento teso dell’atleta, quanto da noi stessi, da quella battaglia secolare che in ogni uomo è presente e che nell’atleta all’apice dell’agone di una prestazione si fa talvolta insopportabile. Ancora una volta incontro a Mauro Berruto viene Andrè Daumal con il suo Monte Analogo «Spesso, d’altronde, nei momenti difficili, ti sorprenderai a parlare alla montagna, ora lusingandola, ora insultandola, ora promettendo, ora minacciando; e sembrerà che la montagna risponda, se le hai parlato come dovevi, addolcendosi, sottomettendosi. Non disprezzarti per questo, non aver vergogna di comportarti come quegli uomini che i nostri dotti chiamano dei primitivi e degli animisti. Sappi soltanto, ripensando poi a quei momenti, che il tuo dialogo con la natura non era che l’immagine, fuori di te, di un dialogo che si svolgeva all’interno». Ed è forse questa idea latente di sfida dentro di noi e contro noi stessi, che lo stesso Andrè Agassi descriverà a distanza di ottant’anni dal mescalinico scrittore francese, quando definirà la partita di tennis innanzitutto contro il sé oltre rete prima che contro qualsiasi Sampras o Becker, che ha portato Mauro Berruto a scrivere sulle divise ufficiali degli atleti della nazionale di tiro con l’arco l’epigrafe “it’s you vs. you”. È una partita che ogni uomo affronta nella propria vita, per cui spesso il limite è posto dentro di noi prima che ancora nell’altro che ci fronteggia. Un limite intimo che possiamo superare con le forze della mente e del corpo, così come con le forze della squadra che dietro di noi ci sostiene: d’altronde, come nelle parole sempre di Berruto, «non esistono sport individuali.

Non lo è la pallavolo, ovviamente, ma non lo è nemmeno il tiro con l’arco». È l’affascinante idea, talvolta mitigata o prosaica, ma mai più attuale di oggi in una società di super-atleti (e super-star), di «egoismo di gruppo». Questo ossimoro con cui Berruto definisce una splendida armonia, perfino una condizione verrebbe da definirla, per cui l’atleta viene sostenuto nel superamento del suo limite, del “tu” che deve sfidare per colpire il bersaglio ancora una volta, e un’altra ancora, come elemento di un organismo più esteso fatto di una rete di persone, dal massaggiatore, agli psicologi, agli allenatori, a tutti i suoi collaboratori. È una rete di “intangibles”, di dettagli che talvolta non hanno una forma concreta, che non occupano le pagine dei giornali, ma che concorrono, eccome, alla performance. È la storia di Gary Vitti, storico preparatore dei Los Angeles Lakers, nonché uno dei pochi eletti in grado di parlare a Kobe Bryant in qualsiasi momento della sua carriera, anche quando, a trentacinque anni suonati, in una sonnolenta partita di fine stagione regolare contro i Golden State Warriors, si romperà il tendine d’Achille, salvo poi tornare a distanza di sette mesi in campo a modo suo, con la sua ossessione da vincente. Ed è anche la storia di Gil Reyes, già preparatore di una vincente University of Nevada, nel titolo NCAA 1990, ma soprattutto confidente prima che “strength and conditioning coach” di Andre Agassi. L’uomo che lo ha ripreso dopo la sconfitta al quarto turno degli US Open del 1998, per portarlo sul tetto del mondo già dal 1999 (Roland Garros e US Open) e poi nel 2000, 2001, 2003, gli anni dei fantastici Australia Open. Sono queste le storie di persone che, continua Berruto, «senza darne una visione edulcorata, possono portare l’atleta a colmare un’ultima differenza tra sé stesso e il capolavoro finale, la medaglia, la vittoria, il successo. Quando questo succede è un momento magico e, mi viene da aggiungere, questo succede quando i sogni di tutti si sintonizzano e si sincronizzano in un unico momento, in un unico gesto armonico che porta alla realizzazione di questo obiettivo». Questa visione complessiva è quella che porta alla definizione di quell’ossimoro tra egoismo del singolo e volontà del gruppo, al coincidere di questi due momenti apparentemente antitetici. Perché accada, perché Gary Vitti o Gil Reyes si sintonizzino con Bryant allo Staples Center o Agassi a Flushing Meadows deve accadere che questi due riconoscano a sé stessi il loro ruolo decisivo, e credano profondamente che quel consiglio, quell’esercizio, quel massaggio sia assolutamente e definitivamente “la” cosa dirimente da compiere in quel momento per quell’obiettivo chiamato vittoria. E in effetti, continua Berruto, con una voce che si fa sempre più decisa, «A Muhhamed Ali quando venne chiesto come si costruiscono campioni rispose sicuro: i campioni non si costituiscono in palestra. Si parte da quello che hanno dentro, in quanto dopo la skill, le capacità tecniche anche naturali e connaturate, serve la will, la volontà.».

Ed è sempre questa a guidare, quella che porta, per stare nell’esempio, lo stesso Kobe Bryant a citare il famoso aneddoto sulla devastante giornata dell’11 settembre 2001, nella quale, nel doveroso ricordo di quel mattino, la stella di Los Angeles ammette che al momento dell’impatto del primo aereo era in palestra ad allenarsi. Erano le 08.45 del mattino, ora di New York. A Los Angeles, ora di Bryant, sono le 6.45. La motivazione di KB-24 (quello l’acronimo di quando era in campo per i Lakers) è quell’ossessione che porta il fuoriclasse «a trasformare sé stesso nell’avversario più sfidante», e che, con l’esempio, trascina tutti all’interno di quel meccanismo di sintonizzazione. È questo concetto pragmatico di esemplarità che deve guidare i gesti e gli spostamenti degli atleti in questo mondo, al di là di qualsiasi copione pubblicitario. Nelle parole di Mauro Berruto si rintraccia, a questo proposito, l’esperienza fatta come allenatore di una squadra di un Opg (Ospedale psichiatrico giudiziario) all’interno di un programma di riabilitazione psico-fisica di alcuni dei loro ospiti. Era il 2008 e Berruto allenava allora Montichiari in A1 e l’idea di iniziare un percorso simile deve essere stata ben connaturata in lui se la prima e forse unica richiesta fatta fu proprio quella di accettare l’incarico a condizione che gli allenamenti si svolgessero nel palazzetto di Montichiari, lo stesso in cui atleti professionisti giocavano e si allenavano ogni giorno, in cui il tetto è alto metri e metri sopra le teste, in cui luci professionali lanciano le loro lame crudescenti sul parquet. E poi le magliette, la rete tesa, quell’emozione che tutti quanti, da bambini, provano quando per la prima volta ci si allena nel palasport cittadino dove la domenica giocano i nostri idoli. Quella dimensione deve avere dato forma, costruito a guisa di monumento, l’idea che non fosse “solo” un programma alternativo, ma qualcosa di più. Il fatto stesso che lo sport fosse appunto la pallavolo non era secondario. La pallavolo è l’unico sport in cui la fattispecie del passaggio a un compagno del pallone è obbligatorio: tutti gli altri sport hanno una importantissima e decisiva necessità di una relazione, tramatura tecnica del gioco di squadra, ma solo nella pallavolo questa è sancita per regolamento. «Quella regola in quel contesto era stato uno strumento straordinario. Quella cosa lì da sola. Ed il risultato più clamoroso arrivò in realtà qualche settimana dopo. Un report indicava che le necessità di psicofarmaci di quelle persone, al termine del progetto, erano clamorosamente diminuite. Addirittura, dimezzate. Era un risultato e un feedback oggettivo». Il significato, in poche parole, della restituzione del talento, lo strumento potentissimo in mano agli atleti che abitano oggi il pianeta, di poter incidere davvero nella società, essendone diventati, con la crescita vertiginosa anche economica dell’industria sportiva, un sostrato basilare per le coscienze di ognuno. E poi, cosa rende una squadra in grado di emergere, superare quel limite, diventare vincente? Anche qui Berruto, ripensando forse all’esperienza di Montichiari, pesca nella sua valigia culturale, che sembra un po’ la borsa sgualcita di Mago Merlino in cui entra tutta la casa ivi compreso il gufo Anacleto, citando nuovamente Daumal «quell’equipaggio (ndr. L’equipaggio con cui Daumal alpinista stesso parte alla ventura alla ricerca di un fantomatico “Monte Analogo” la cui scalata li avrebbe portati nell’empireo dell’alpinismo) era una accolita di persone diversissime e lontanissime tra loro, che per me è come dire che dal fare squadra sulle differenze emerge sempre qualcosa di positivo. La diversità è sempre innanzitutto un’opportunità». Le squadre vincono sulle differenze, un monito che in epoca di empatia sociale, tra migrazioni e mutamenti collettivi, ha un valore non solo sportivo.

Ed è anche per questo, forse, che il primo capitolo del suo nuovo libro è proprio intitolato “somiglianze”. Un capitolo che ha un incipit antropologico, nel senso dell’umanista che gira il mondo, sia quello dell’orbe terracqueo che quello interiore, per vedere e conoscere gente lontana, persone diverse, culture distanti, per poi toccare con mano che quella diversità è anche una diversità somigliante – altro ossimoro che potrebbe essere caro allo stesso Berruto – perché è sempre vero che in un altro lontano da te cerchi te stesso. A finire la nostra conversazione non può che arrivare una scontata domanda su quali possono essere gli obiettivi della sua direzione tecnica nel tiro con l’arco. Sembra una domanda che impallidisce di fronte alle parole di tutto quanto prima, come sempre la risposta non è laconica ma carica di energia, a pensare a quel tricolore tutti ci emozioniamo: «sono stato catturato da questa esperienza grazie alla capacità dialettica ed empatica del presidente federale Mario Scarzella. Abbiamo vinto sette, medaglie ma nessuna nell’ultima Olimpiade di Rio. Abbiamo otto forse dieci atleti potenziali e io, come nel volere del presidente, devo essere colui che mette insieme tutti gli aspetti che possono determinare quella performance (gli otto anni per quaranta secondi di Yuri Chechi insomma). Primo qualificarci per Tokyo con sei atleti (ndr. tre uomini e tre donne) e riportare la nostra bandiera su un podio olimpico». È un sogno sul quale è bello immaginare che si sintonizzeranno tutti, con la magia della Storia, questa sì con la “S” maiuscola, che aleggia su ogni Olimpiade, ma anche con la giusta e stessa leggerezza che un grande alpinista come Lionel Terray ha utilizzato per definire quella straordinaria umanità che sono gli esploratori di montagne come i «conquistatori dell’inutile». Perché è incredibile constatare che vincere una medaglia, salire su un ottomila siano imprese apparentemente del tutto personali e intime per gli atleti che le compiono e che invece, come tutti noi incollati alla tv sappiamo, possono cambiare molto di più le nostre vite rispetto alle loro.

 

[1] Da, Il Monte Analogo, Andrè Daumal, Adelphi, 1968 A cura di Claudio Rugafiori