Nell’ufficio di Hertz dell’aeroporto di Lubiana ci sono quattro persone intente ad accogliere e registrare i contratti di coloro che affittano una macchina. Prendono i dati, registrano patenti e carte di credito, cercano di vendere qualche extra, come il navigatore o l’assicurazione «all-risk» e consegnano le chiavi della macchina. Sono tutte persone molto gentili che, al di là dei possibili malumori passeggeri, offrono la propria disponibilità per assistere in operazioni piuttosto semplici il cliente. Detto, questo è improbabile che il loro lavoro resista a lungo o sia ancora una opzione percorribile tra pochi anni. Infatti, in tutti i compiti che zelantemente svolgono potrebbero essere facilmente sostituiti da una macchina, e di quelle nemmeno tanto sofisticate, verrebbe da dire Qualsiasi computer già oggi esistente potrebbe registrare una patente o una carta di credito valida, erogare un contratto siglabile digitalmente, consegnare la chiave di un’autovettura segnalando il parcheggio D-321 dove ritirarla. Questa è una delle componenti che si stanno affacciando e che sicuramente prenderanno un corpo ancora più definito nel prossimo futuro. Sempre a questo proposito, di come evolverà il mondo del lavoro, mi è stato richiesto di fare una riflessione sull’ambiente della fabbrica e su come si modificherà la “percezione del tempo” all’interno della routine aziendale. Impresa ardua, in poche righe a disposizione. Esistono, tuttavia, una serie di indicatori piuttosto eloquenti, come altrettanto indicativi trend che possono illuminare brevemente la via a una riflessione sul futuro del mondo del lavoro. Come sappiamo, in alcuni settori le nuove tecnologie possono automatizzare completamente attività che prima erano manuali. In alcune fabbriche, poi, i “robot collaborativi” possono lavorare insieme alle persone per ridurre semplicemente la loro fatica, ma senza sostituirle del tutto, oppure possono completare l’automazione di residue attività manuali, in questo caso sostituendole del tutto, con esiti organizzativi molto diversi. Un’ulteriore novità riguarda la possibile retroazione dei sistemi sociali sulle innovazioni tecnologiche. Già nel passato, le rivoluzioni industriali avevano prodotto forti “impatti sociali” che avevano richiesto una lunga opera di umanizzazione. Oggi il problema degli impatti si pone in modo diverso: infatti, data la complessità e la varietà delle soluzioni possibili risulta molto più importante rispetto al passato la risposta sociale delle imprese, dei manager, dei sindacati e in generale dell’umanità alle diverse applicazioni per determinarne il successo o l’insuccesso. In breve, oggi sembra essere la società a guidare la rivoluzione tecnica sui luoghi di lavoro e non viceversa, come all’epoca di Ford e della macchina a vapore. Ad esempio, gli smartphone hanno fatto il loro ingresso in azienda solo dopo la loro diffusione nella società e non è in fabbrica ma nella vita quotidiana che le persone hanno imparato a utilizzarli e hanno scoperto come interagire con i social network. Il fatto che le nuove tecnologie possano dar luogo a modelli organizzativi molto diversi non significa però che il loro utilizzo sia alla portata di tutti. A mio avviso è illusorio pensare che aziende tradizionali “fordiste”, basate su una forte gerarchia e sulla routine, come molte delle aziende manifatturiere italiane di media dimensione, possano adattarsi facilmente alle nuove tecnologie con il semplice acquisto di nuovi sistemi. Per arrivare a veri cambiamenti di paradigma sono necessari non solo piani di investimento in macchinari, ma anche progetti di riorganizzazione complessi, piani commerciali e di formazione. Infatti, l’uso efficiente di queste innovazioni richiede intelligenza collettiva, adattabilità organizzativa e flessibilità operativa, tutte caratteristiche di cui le organizzazioni tradizionali non sono in possesso. Il problema non è solo avere dei buoni ingegneri, sono necessarie nuove forme organizzative in grado di apprendere, di fare sperimentazioni collettive, di sbagliare e di correggersi con rapidità e di acquisire facilmente nuove competenze. In questi contesti, così, anche il lavoro cambia profondamente e le distinzioni tradizionali tra lavoro manuale e intellettuale tendono a ridursi o a scomparire.

Gabriele Basilico, Via Barletta, 1978-1980. @Gabriele Basilico. Courtesy Archivio Gabriele Basilico/Photo & Co. 

I lavoratori si trovano di fronte non solo a miglioramenti delle condizioni di lavoro (minore fatica, maggiori strumenti di welfare collettivo a favore della salute individuale, condizioni igieniche adeguate, diminuzione del rumore), ma anche alla richiesta di un maggiore impegno intellettuale, come ad esempio: l’analisi di guasti, errori e anomalie e la risoluzione di problemi. I tecnici, a loro volta, hanno informazioni e strumentazioni avveniristiche ma devono anche operare direttamente. Penso che questo sia il cambiamento più immediato che dovranno fronteggiare i lavoratori nel prossimo futuro, dovendo evolvere da esecutori a lavoratori maggiormente volitivi e più in contatto con il contesto della fabbrica sia inteso come macchine intelligenti o collaborative che come team di lavoro. In questo senso, è interessante notare il dato emerso da un recente studio[1] dove il 70% del campione segnala di essere stato oggetto negli ultimi 5 anni di manovre di riorganizzazione interna all’impresa. . Sempre all’interno della stessa ricerca emerge poi un ulteriore dato a suffragio di quanto espresso sopra circa l’evoluzione dell’operaio in una figura maggiormente connessa con il contesto: il 95% dei lavoratori intervistati ha frequenti relazioni con i colleghi dello stesso reparto, un dato, dunque, ben oltre il 40% di chi in precedenza aveva contemporaneamente affermato di svolgere abitualmente lavori in team. Questo cambiamento ha a che fare con l’esplorazione, sempre più frequente da parte di molte aziende, di modelli organizzativi più collaborativi. È il caso dell’indagine della FIM-CISL intitolata Le persone e la fabbrica. Indagine presentata appunto al Politecnico di Milano, che i metalmeccanici cislini hanno definito non senza orgoglio come «la prima inchiesta operaia di massa» condotta da molti anni a questa parte. Si tratta, per capirsi, di oltre 5.000 questionari raccolti in 30 stabilimenti Fiat (sui 46 della rete italiana del Lingotto, composta anche dalle fabbriche di trattori e di camion della CNH, ex Fiat Industrial). Tutte queste fabbriche -− assieme ad altre circa 500 dell'indotto Fiat − stanno adottando un nuovo modello di organizzazione del lavoro chiamato WCM (World Class Manufacturing). Il WCM, in sintesi, è un sistema di lavoro di stampo toyotista, molto complesso e che richiede anni per essere ”assorbito“ e correttamente applicato. Il sistema ruota intorno a un forte coinvolgimento dei dipendenti e a una organizzazione stringente, curata al centesimo di secondo, che elimina le “perdite di tempo” degli operai lungo le linee di montaggio. Il WCM, insomma, si basa su uno scambio: l'azienda fa lavorare meglio il dipendente ma gli chiede di collaborare anche con la testa. Tra i molti dati raccolti e le numerose tendenze emerse, vale la pena di estrapolarne due: il 64% dei lavoratori Fiat riconosce che il WCM determina una fabbrica più dolce, più interessante e più organizzata perché riduce la fatica fisica, semplifica le mansioni e assicura ordine, pulizia e sicurezza. Circa il 66% delle risposte (in particolare quelle degli operai più anziani) indicano però una vita professionale più spigolosa sul piano psichico, sia per l'aumento dello stress causato dai tempi di montaggio più stretti (l'operaio oggi non perde tempo a passeggiare per andare a prendere i pezzi da montare che invece gli arrivano a portata di mano), sia perché spesso si viene chiamati a ruotare di postazione o invitati da un caposquadra a fornire proposte, il team leader, che non è “imboscato” , il team leader, che non è “imboscato” in qualche ufficio ma sta a due passi tutti i momenti. Questi due dati, a mio avviso, possono indicarci una possibile via: il lavoro di domani sarà certamente più connesso, tra uomini e uomini, per mezzo delle interconnessioni tra uomini e macchine e tra macchine e macchine che, sempre di più, parleranno lingue maggiormente integrate e integrabili. Per questo, se da una parte la specializzazione si fermerà per permettere di avere profili umani in grado di essere più duttili nel problem-solving, dall’altra i tempi verranno sempre più accorciati e scanditi, sia per aumentare produttività e efficienza sia perché le macchine stesse colmeranno i gap e copriranno quei lavori che erano prima in parte svolti manualmente. In pratica, non vedrete più persone camminare per le campate della fabbrica in cerca di un pezzo di ricambio o di una componente per il montaggio. Il robot lo avrà già posizionato al posto giusto, con buona pace di chi avrebbe voluto sgranchirsi le gambe, o di chi considerava quei momenti di decompressione come socialmente utili o anche solo accettabili.

[1] Fonte:Ricerca del Centro Studi Cisl – 2016/2018, di Elisabetta Biliotti

Per le foto si ringrazia, Courtesy Archivio Gabriele Basilico/Photo & Co - @Gabriele Basilico.