La moda non è un mestiere per donne, e questo non solo perché il Bloomberg Gender Equality Index ci dice che solo quattro aziende legate al mondo della moda, negli Stati Uniti, e cioè Adidas, Gap, Lululemon e il gruppo Kering (che però è francese ed è, come noto, la holding di Gucci, Balenciaga, Alexander McQueen, Pomellato, Stella McCartney e un lungo numero di altri brand), rispettano l’inclusività e la parità di genere.

Basta elencare il nome dei creativi e degli amministratori delegati ai vertici delle aziende di moda più quotate del mondo per essere costretti a rivolgersi a Google una volta arrivati al numero sette.

Tolte Maria Grazia Chiuri e Claire Waight Keller, rispettivamente a capo della creatività di Dior e di Givenchy (con la seconda che è salita agli onori delle cronache extra-modaiole solo dopo aver vestito Meghan Markle), tolta du Cerf de Dudzeel, le donne che hanno fatto carriera nella moda sono imprenditrici, raramente manager. Si perdono ormai nella memoria la storica Concetta Lanciaux, a lungo capo delle risorse umane del gruppo di Bernard Arnault, LVMH (fu lei ad assumere Antonio Marras da Kenzo e Riccardo Tisci da Givenchy), per non dire Rose Marie Bravo, la donna che per prima riportò Burberry agli onori delle cronache dopo un ventennio di oblio. Nessuna delle nouvelle vague di modaioli ricorda chi siano, e potremmo citare molti altri nomi. Ma per una Jenny Galimberti che lascia la direzione comunicazione ed eventi di Vuitton e prende le redini di JW Anderson, brand stilistico inglese di fama ormai consolidata, tante altre signore alla direzione comunicazione restano; per anni, talvolta per decenni. Le donne parlano, gli uomini suggeriscono loro che cosa dire. Mentre scrivo, vedo un post di Federico Marchetti, fondatore e ora ceo di YNAP, che si inorgoglisce per l’inclusione di Francesca Tranquilli, online flagship store president del gruppo, nella classifica delle “Inspiring fifty”, le donne più rilevanti nell’high tech cita altri due casi aziendali rilevanti e commenta

«stiamo mettendo in pratica il #womenempowerment”» ma, pur nell’indiscutibile merito, noterete certamente che è un uomo a scriverlo, e che lo faccia dalla poltrona di numero uno.

Sì, d’accordo, l’azienda l’ha fondata lui e pur avendola venduta a Richemont continua a guidarla, dunque è giusto che ne parli da capitano; è questo, però, il punto anche per quanto riguarda la presenza femminile nella moda, in particolare in Italia: donne che occupano posizioni di vertice e che guidano il processo di sviluppo del settore ci sono, naturalmente, ma non sono dei manager e in nessun caso occupano la posizione di amministratore delegato. Spesso, nemmeno quando hanno fondato l’azienda. Basta che si distraggano un momento e zac, ecco che arriva il fondo di investimento che, con il 30 o quaranta per cento delle azioni, inserisce anche il manager “per guidare la crescita”.

E se poi crescita non sarà, ma cessione a stretto giro, pazienza. Dunque, manager poche o nulla. Ci sono invece imprenditrici, eredi di aziende, celebrities. Partiamo dall’ultimo caso, che ne accorpa due, e cioè Chiara Ferragni. In pochi secondi, lunedì 21 gennaio, il sito alla linea di merchandising del nuovo album di Fedez “Paranoia airlines” è collassato per i troppi accessi ma, mentre i fan smaniavano dalla voglia di assicurarsi biglietti, tazze e t-short, lei era a Parigi ad assistere alla sfilata di Giambattista Valli, una e bina e inarrestabile. Nel settore si dice che potrebbe lasciare presto il business della moda per occuparsi d’altro, addirittura di finanza e si presume con un partner adeguato, ma per il momento il suo brand vale 36,2 milioni di euro (a dati 2018, adesso potrebbe essere aumentato), e continua a macinare utili e ad attrarre nuovi collaboratori.

Tolte Miuccia Prada o Angela Missoni che, pur nella loro straordinaria abilità, avevano un nome e un brand importanti alle spalle e fin dalla nascita, nell’empireo della moda femminile italiana l’aria è davvero rarefatta e sottile.

Lo è anche fra le imprenditrici pure, partite dal nulla con un’idea, pochi soldi e tanta voglia di fare: ci sono piccoli imperi in crescita come quello di Elisabetta Franchi, la cui parabola ricorda abbastanza da vicino la storia di Luisa Spagnoli (eccezion fatta per il cioccolato Perugina), c’è Patrizia Pepe, c’è Consuelo Castiglioni di Marni che però ha sempre avuto al fianco il marito Gianni, così com’è stato a lungo per Laura Biagiotti con Gianni Cigna. Nella comunicazione, c’è l’impero di Karla Otto, da un paio d’anni fuso con quello di Isabelle Chouvet, fondatrice di K2. Nel design, giovani in gambissima ne esistono molte, anche qui, nella terra delle opportunità difficili e nel settore dove le difficoltà sono alte come montagne, ma dovessi citarvi i nomi delle tante piccole realtà femminili meritevoli ed emergenti nonostante le difficoltà, ancora una volta probabilmente non ne conoscereste uno: sapreste evocare il volto e i caratteri distintivi della linea di borse di Benedetta Bruzziches? Eppure, vende anche negli Stati Uniti.

Non trovate che Stella Jean sia bella e la sua linea culturalmente inclusiva, come lei, sempre interessante nonostante le molte stagioni da quando ha debuttato? Siete anche voi dei fan dei pantaloni scampanati in tessuti preziosi di Silvia Bisconti, alias Raptus and Rose? E che ne dite di Vivetta Ponti, che pure sfila alla Fashion Week da anni e vi ha debuttato nel teatro di Giorgio Armani, messo gentilmente a disposizione della sua creatività eclettica e divertita? Eppure conoscete Alessandro Michele di Gucci e Virgil Abloh, l’astro nascente di Vuitton, e magari perfino sapete che anni fa ha lanciato con grande successo la sua linea, Off White. E’ possibile che conosciate perfino lo stilista belga Glenn Martens, anima di Y/Project presentato all’edizione 95 di Pitti Uomo davanti a una platea intirizzita dal freddo perché costretta a sedere per quasi un’ora nel chiostro della chiesa di santa Maria Novella, cioè all’aperto e ai quattro venti, in una sera di gennaio, provvisto solo di uno scaldino per le mani gentilmente offerto dall’organizzazione e di una pila per non rovinare giù dai gradini. Li conoscete perché hanno il sostegno del “sistema”, quando non direttamente.

E il “sistema della moda”, oggi come ieri ma in oggi in misura più evidente, premia i maschi. Quelle che si sono ribellate, come Elsa Schiaparelli, madame Grès, Jeanne Lanvin o, ça va sans dire, Coco Chanel, avevano un’altra tempra.

Ma, soprattutto, vivevano in un’altra epoca, dove la pubblicità e i social media erano inesistenti e la moda era appannaggio di un élite. In anni di dominio di Instagram, sono quasi più imprenditrici della moda le influencer che la indossano rispetto alle brave artigiane e designer che la fanno. L’ultimo esempio è Rihanna. Con la sua linea Fenty Beauty by Rihanna e Savage (lingerie) aveva già ottenuto un grande successo (e 6,3 milioni di follower). Adesso, scrive il New York Times, le sue idee potrebbero trasformarsi in un brand ex novo sviluppato dal gruppo del lusso più potente del mondo, LVMH.