Il regno della signora d’oro dell’industria italiana sorge nella periferia di Torino. Benvenuti nella vecchia fabbrica del Lanificio, rimessa a nuovo come sede di piccole e medie imprese tra cui, protetta da una porta dorata, si schiude lo scrigno dei gioielli. «E’ la mia Torino che si rinnova», sorride con una punta d’orgoglio Licia Mattioli, amministratore delegato della maison di gioielli omonima, una delle punte di diamante dei successi del made in Italy sui mercati dell’economia globale ma anche un simbolo di un sistema industriale in profondo cambiamento che ha lasciato alle spalle gli schemi del Novecento. Correva il 1995 quando Luciano Mattioli, dirigente della Pirelli in vista della pensione, mise gli occhi sulla Antica Ditta Marchisio, una storica azienda orafa torinese guidata da titolari in età avanzata.  Un’occasione, soprattutto perché l’ingegner Luciano, ancora attivo nella Pirelli brasiliana, sapeva di poter contare su un jolly prezioso: Licia, all’epoca solo 28 anni, ma già avvocato dopo aver superato l’esame di Stato, ma con un vizio: la “voglia” di cimentarsi nel mestiere di imprenditore che così tanto l’affascina che ancor oggi, oltre ai gialli, la sua lettura preferita sono le storie aziendali, come “Volevo fare il pasticciere”, la biografia di Alberto Balocco.  «Sono arrivata per prima io in azienda, mio padre viaggiava ancora molto per il suo lavoro, ricordo che ci sentivamo dal Brasile. A Torino c'era l'ex socio, Yves Varalli, amministratore delegato prima di me per venti anni. Da lui ho imparato la parte più legata alla componente orafa del mestiere, sono stata a lungo in reparto per apprendere i metodi di fusione e poi della produzione. Mi sono studiata i vecchi archivi per capire la storia della azienda e l'ho conosciuta anima e corpo. È stato un innamoramento totale». Ma la tradizione non è tutto, soprattutto in un mondo votato al cambiamento.

«Quando entrammo in azienda – l’idea era di portare nel mondo artigianale criteri di gestione all’avanguardia, in linea con il cambiamento che stava investendo l’industria. All’epoca sembrava una follia, ma nel tempo ci hanno imitati tutti. È stata la chiave di volta del nostro successo, perché la capacità di innovare processo e prodotto ci ha permesso di non emigrare in Asia, come molti hanno fatto all’epoca. Merito di papà che si era fatto in Pirelli una grande esperienza nei processi».

Chi l’avrebbe detto che i gioielli nascono ormai con le tecniche di lavoro messe a punto per le fabbriche di auto? Ma è quello che capita ogni giorno in questo singolare opificio ove coabitano il Toyota System, i disegni 3D e l’abilità manuale di artigiani di grande scuola: un mix che non sarebbe dispiaciuto a Benvenuto Cellini, genio artistico ma anche, ai suoi tempi, straordinario talento tecnico.

«Nel caso specifico dei gioielli - concorda l’imprenditrice – disponiamo di un saper fare che deriva da Cellini, si va indietro di 500 anni. Dici Italia e si pensa subito ad un valore unico, spesso più riconosciuto ed apprezzato dagli stranieri che da noi stessi. Regaliamo un pezzo d’Italia quando vendiamo un gioiello: il consumatore sa che quel prodotto è stato fatto da mani che hanno una tradizione e da occhi che hanno visto bellezza».

Quanto conta in questa cornice il punto divista femminile? “Io credo che, in azienda come in famiglia, ci voglia sia la presenza maschile che quella femminile. All'inizio ero un uomo, lavoravo soprattutto in reparto, ma poi ho portato nella società la maturazione e la capacità di mediazione tipica delle donne perché la esercitano anzitutto in ambito familiare". “Penso che l’ideale stia nel coniugare presenza femminile e maschile. Marte e Venere. Credo nella complementarietà”. Chissà dove trova tutta l’energia che sprigiona in casa, sul lavoro e nelle varie attività pubbliche, dal ruolo svolto in Confindustria per promuovere l’export, all’impegno nella nuova Compagnia di San Paolo, con un occhio particolare alla missione di attrarre in Piemonte nuovi investimenti. Non c’è giornata senza un’agenda piena di impegni che lei sa adempiere senza sacrificare le attenzioni per i due figli, Gregorio e Gea, ormai universitaria. O al marito medico, cuneese, che deve ogni giorno fare i conti con l’esplosiva Licia: nata a Napoli nel 1967 da padre napoletano, allievo della Nunziatella e dell'Accademia di Livorno, ingegnere e manager della Pirelli, e da madre umbro-pugliese, Flavia Pesce, notaio in pensione. Una “vera italiana” come definisce, visceralmente innamorata della sua città, Torino, della sua attività culturale e dei giovani artisti che trova il tempo di promuovere. «Ma c’è del vero – concede – nello stereotipo: in Italia si fa troppo poco per aiutare le mamme a dedicarsi alla professione, dal sistema degli asili in poi».

Resta il segreto di tanta energia. Per cercare di scoprirlo bisogna seguirla in fabbrica e così prendere una boccata d’ossigeno utile a ritrovare fiducia nel Bel Paese, afflitto dai freni alla crescita e dalla paura per la disruption digitale, oltre che spaventato dall’incertezza politica. Basta una visita in questa periferia operosa dove nasconde i prodotti della   Mattioli spa, il marchio di casa dopo la cessione al gigante Richemont della Ditta Marchisio. per farsi contagiare dall’energia di Licia Mattioli, avvocato per formazione, imprenditrice per vocazione, responsabile per conto di Confindustria dell’internazionalizzazione delle nostre imprese. Qui prendono vita le creazioni che spesso nascono dalle intuizioni di Licia (“non so disegnare ma sono piena di idee”) - vedi l’introduzione della madreperla -, per essere poi vendute all’85% sui mercati globali per un fatturato di 43 milioni (dati a fine 2017) grazie alla crescita di una start-up che, nel 2013 contava una ventina di addetti e oggi li ha moltiplicati per dieci.  Chissà, forse saranno l’economia del bello e la creatività le armi vincenti delle nostre imprese per uscire dal clima di stagnazione che viene riconosciuto anche dal ministro Tria.

«La creatività è importante - frena lei – ma da sola non basta ad assicurare la leadership della manifattura italiana nemmeno in campi che un tempo erano per noi una riserva di caccia quasi esclusiva. Oggi la concorrenza di Cina, India o in altre economie emergenti, sa essere altrettanto creativa. È un plus che si è diffuso un po’ ovunque. Per conquistare nuovi primati o difendere quelli esistenti, ormai ci vuole qualcosa di più».

Che cosa, in particolare? «Basta fare quel che abbiamo dimostrato di saper fare. Nel 2017 abbiamo messo a segno la performance migliore del mondo nel commercio estero, con un balzo in avanti del 7,5 per cento, più della Germania e della Francia, con un giro d’affari complessivo di 450 miliardi. Nessuno ha saputo fare meglio di noi, a conferma della nostra capacità di fare. Ma non si è trattato di un primato casuale o del semplice frutto di una congiuntura favorevole. Nel corso del 2017 il made in Italy ha dimostrato di saper fare squadra. Basta guardare a quante iniziative e a quante missioni sono state organizzate dal governo e dalle associazioni imprenditoriali». 

Lei, in quanto vicepresidente di Confindustria con delega all’internazionalizzazione, ne sa qualcosa… «Ma ora vorrei sapere qualcosa in più sul futuro. Prima avevo un contatto costante con il ministero per lo sviluppo economico. Oggi, su quel fronte, non vedo arrivare segnali. Ho incrociato il ministro Luigi Di Maio solo a novembre. Mi raccomando, mi ha detto, dobbiamo vederci al più presto perché ho molte cose da dirle. Ma a fine gennaio sto ancora aspettando la chiamata. Speriamo di non buttar via i risultati ottenuti in questi anni, da quando cioè abbiamo iniziato a muoverci come sistema Paese, creando un asse tra il governo ed enti pubblici come Sace, Ice, Simest e Confindustria: da soli si va veloci ma tutti insieme si va molto più lontano». E tutto il made in Italy ha bisogno di un gioco di squadra mi viene subito da dirle. «Cosa vera  soprattutto per quella che possiamo chiamare definire l’area grigia dell’economia italiana. Il 20 per cento delle nostre imprese va senz’altro bene, se non in maniera eccellente, grazie alla forza sui mercati garantita dalla solida struttura tecnologica. Un altro 20 per cento naviga in cattive acque, con gravi problemi strutturali. Ma c’è un 60 per cento, cioè la maggioranza, che è a metà strada. Potrebbe bastare una spinta all’export per farle risalire in una fascia di sicurezza al riparo dalle turbolenze dei mercati che si annunciano particolarmente forti. L’inazione in un frangente così delicato è davvero colpevole». Vogliamo parlare di infrastrutture?

«Sa che cosa ho scoperto? In Germania già circolano piantine geografiche che escludono l’Italia dalla mappa delle infrastrutture europee. Ci sono cartine che prevedono collegamenti da Lione verso Est passando a Nord delle Alpi, tagliando fuori il nostro Paese. Insomma, gli altri non ci aspettano e così corriamo il rischio di perdere per davvero il treno della crescita perché saremmo come tagliati fuori dal resto del mondo. La, perciò, deve essere fatta a tutti i costi.»

«Non ci sono solo in ballo nove miliardi di investimenti e migliaia di posti di lavoro, ma anche la credibilità del nostro Paese. Pensi che negli anni 50 c’era chi non voleva le autostrade e oggi noi viviamo di autostrade. Tra cinquant’anni chi oggi non vuole la Tav che cosa dirà? senza la Tav di fatto saremmo come tagliati fuori dal resto del mondo, persino dalla via della Seta. E il dramma è che qualcuno lo dà già per scontato. Ma spero, anzi credo che abbia sbagliato i conti.» A partire dalla reazione di Torino. «In città si è visto in piazza qualcosa di grande, di importante. Un popolo, fatto di imprese, studenti e pensionati, senza simboli politici, bandiere ma con tanta voglia di sviluppo. Tutti a chiedere quel futuro che qualcuno non vuole darci. Né al Piemonte né all’Italia. Torino ha sempre avuto un fortissimo senso dello Stato e lo ha dimostrato. Noi chiediamo che i nostri bisogni, quelli della città che poi sarebbero quelli dell’Italia tutta, vengano soddisfatti. A cominciare dalle infrastrutture, che sono e rappresentano il vero punto di partenza. Non solo per noi. La fame di infrastrutture non è un problema solo italiano, ma è un qualcosa che riguarda l’Europa tutta. Non è davvero un caso se allora la Confindustria italiana stia portando avanti grandi progetti con le altre associazioni europee».

Ad ascoltarla si può capire perché gli associati di Federorafi l’abbiano definita all’epoca del suo mandato, “la presidente soldato”. “Quando me ne sono andata - ricorda sorridendo - mi hanno regalato una spada”. Ma quel che colpisce in Licia Mattioli è soprattutto l’energia contagiosa che sa trasmettere. «Un imprenditore tende naturalmente all’ottimismo – commenta – c’è sempre una luce in fondo al tunnel». E poi, «Non esiste l'impossibile, qualsiasi tipo di problema deve essere affrontato, la soluzione si trova sempre». E nei momenti più difficili c’è una terapia antistress quasi infallibile: «Mi piace fare torte». Speriamo, per la sua linea e per la nostra salute, che il futuro non ci riservi troppe sorprese sgradite.