Si definisce un Caterpillar perché «quando sono convinta di aver ragione non mi ferma nessuno». Nel tempo libero, poco, monta e smonta assieme ai ragazzi una vecchia Jeep. E ha rinunciato ai libri gialli perché, assorbita dallo studio per il master in finanza della London School of Economics, il terzo dopo quelli seguiti alla laurea in Ingegneria dell’automazione a Bologna, presso la facoltà che l’anno prossimo accoglierà il primo dei suoi due figli. «Che emozione – confessa – il mio ragazzo nelle stesse aule dove sono cresciuta io». Anche così, in una dimensione a mezza via tra le sfide dell’economia globale e l’allegria operosa dell’Italia felice quando è felice, si può cominciare il ritratto di uno dei leader in rosa più importanti  dell’industria italiana: Sonia Bonfiglioli, 55 anni, sposata con un medico, due figli, presidente della Bonfiglioli riduttori, fondata da suo papà Clementino nel 1956, oggi una multinazionale che si occupa di controllo e di trasmissione di potenza nell’industria e nelle macchine semoventi con stabilimenti, oltre che in Italia, in India, Repubblica Slovacca, Germania, Vietnam, Cina, Stati Uniti e Brasile . Uno dei leader mondiali nella produzione dei riduttori, cioè quegli ingranaggi che hanno lo scopo di ridurre la velocità di un motore portandola al livello voluto.

«Per spiegare agli ospiti a cosa serve quel che facciamo – spiega l’imprenditrice – ricorro sempre all’esempio dell’aeroporto. In uno scalo noi ci occupiamo delle scale mobili, dei finger, dei radar e di tante altre applicazioni, tipo le pale eoliche».

Un esempio quasi scontato perché il quartier generale dell’azienda, a Lippo di Calderara, si trova a metà strada tra Bologna e l’aeroporto della città che era (e in parte resta ancora oggi) la capitale delle due ruote. «Papà cominciò a fare ingranaggi per le moto. Poi ci costruì attorno una scatola e costruì il primo dei tanti riduttori che ha progettato» grazie al suo talento, all’impegno profuso fino all’ultimo («veniva in fabbrica anche la domenica – ricorda la proprietaria dell’emporio davanti alla fabbrica – non ti stanchi mai? Gli domandavo, e lui allargava le braccia») ed alla competenza acquisita nelle scuole tecniche. Tanta acqua è passata sulle rive del Reno da quel 1956 quando Clementino Bonfiglioli, orfano di guerra diplomato all’istituto tecnico Aldini Valeriani, diede vita alla “Costruzioni Meccaniche Bonfiglioli”. Una storia comune ai tanti imprenditori cui l’Italia deve quel miracolo economico che trasformò un Paese agricolo privo di risorse in una grande potenza industriale di cui l’azienda guidata da Sonia Bonfiglioli, vincitrice del premio EY 2018 quale imprenditore dell’anno, è senz’altro un simbolo vincente. E in ottima salute.

Bonfiglioli, al quinto posto nel mondo in un settore ove operano giganti come Siemens, ha chiuso il 2018 con un giro d’affari di 913 milioni di euro, in forte aumento rispetto a 808 milioni dell’anno precedente, per quasi l’80% indirizzato sui mercati internazionali.

La quota di fatturato italiana, infatti, si aggira sui 100 milioni, dietro alle vendite in Usa e Cina, alla pari con l’India dove, tra l’altro, il gruppo vanta una seconda unità dedicata a Ricerca e Sviluppo facendo leva «sull’ottima preparazione degli ingegneri del posto», come ben sa il CEO che ha guidato sul posto fin dall’inizio le attività di India e Vietnam. Un andamento a tutto sprint, insomma, che senz’altro si è giovato della forte spinta degli acquisti legati agli incentivi del piano 4.0, ma che comunque sembra non patire il rischio recessione che aleggia sugli spiriti dell’economia di casa nostra nel 2019, tra inquietudini politiche e crisi di sfiducia sul futuro del commercio. «Si può prevedere – concede -un certo rallentamento della crescita, che però non sta ad indicare una crisi. Anzi, un minor incremento della domanda di permette di contenere la richiesta di nuovo capitale di funzionamento. Comunque, anche a gennaio siamo cresciuti a doppia cifra e siamo molto ben posizionati per sfruttare la domanda internazionale». Vietato lamentarsi in casa Bonfiglioli. Tantomeno scaricare la responsabilità sull’ambiente esterno, politica compresa. «La crescita di un’azienda – dice – è una conseguenza, non un fine in sé. Se fai le cose giuste la crescita viene. Altrimenti non ha senso prendersela con gli altri». Parole sagge da girare alla politica visti gli errori che si ostina a commettere l’azienda Italia. «Non ho la presunzione di occuparmi di temi generali, ma penso di poter sottolineare un nostro punto debole: siamo troppo lenti nel tenerci al passo delle esigenze dell’economia che oggi richiede competenza ma offre anche straordinarie opportunità di crescita grazie all’utilizzo della tecnologia». In che senso?

«ll digitale consente un accesso più rapido al sapere ed all’innovazione per chi è capace di sfruttare l’accesso alla conoscenza garantito da un network sempre più esteso fatto da università, centri ricerche e tante altre occasioni di incontro che stimolano la diffusione della tecnologia, come ho constatato all’ultimo Ces di Las Vegas, un vero e proprio bacino di competenze. Ecco, il rischio è di non coltivare all’interno del Paese le competenze giuste e così di venir messi ai margini dei mega-trend che passano dal digitale e dalle altre tecnologie emergenti».

È un gap, sottolinea l’ingegnere, che nasce nelle aule scolastiche scuola. «Si dice sempre che in Italia abbiamo pochi laureati. In realtà abbiamo pochi laureati dove servono. Capisco che sia assai più difficile Ingegneria di altri corsi di studio. Ma è assurdo vedere tante intelligenze, specie delle donne, indirizzate a corsi di studio che non garantiscono un futuro professionale». Neanche in Bonfiglioli? «Non mancano le donne da noi. Ma, purtroppo le donne ingegneri in Italia non sono numerose e, per lo più, sono concentrate nel campo dell’ingegneria gestionale. Sono davvero poche quelle che hanno studiano ingegneria dell’automazione». E non ci sono solo gli anni di scuola. «Il problema della formazione oggi, non si esaurisce con un ciclo di studi o tantomeno con un pezzo di carta, ma deve durare per tutto l’arco della vita professionale. Oggi la fabbrica è un mondo in continuo cambiamento, perciò non ti puoi fermare mai. E non sempre le donne si rendono conto che se non ti muovi viene superata. Nessuno ti aspetta, anche perché non sei insostituibile: in giro per il mondo le competenze si trovano. Non  ha senso pretendere un posto per motivi di genere o per l’età».

Vale per le persone, ma anche per le aziende. «In Bonfiglioli ne siamo consapevoli. Certo, le nostre dimensioni sono limitate, perciò non essere un driver del cambiamento, ma possiamo inserirci nel flusso praticando la formazione continua. il nostro programma di Digital Re-Training è il primo esempio concreto in Italia di approccio olistico allo sviluppo delle competenze 4.0 attraverso un percorso di riqualificazione che si articola in contenuti tecnici e culturali. I nostri dipendenti, ad esempio, devono essere in grado di padroneggiare l’uso dell’iPad, che siano tecnici o operai». La distinzione tra colletti bianche e colletti blu, del resto. è sempre più labile… «Per fortuna sta cambiando la percezione del lavoro di fabbrica. Non è più la situazione di qualche anno fa, quando il lavoro in officina veniva considerato inferiore ad altri. Nel duemila mi era capitato di discuterne con un rappresentante sindacale: nessuna ragazza, mi diceva, si sente attratta da un operaio. Fa molto più figo presentarsi come impiegato di un call center che come addetto ad un’officina. La crisi, per fortuna, ha cambiato la scala dei valori: il posto in fabbrica può essere assai più sicuro, se si accompagna alla preparazione che richiede il lavoro in una fabbrica di oggi, che non ha più molto da spartire con le caratteristiche della vecchia officina».

La fase di transizione ha coinciso, almeno temporalmente, con il vostro momento più difficile, quello della crisi del 2009. Ora il problema si ripete? «No, non vedo niente del genere. Dopo lo scoppio della crisi di Lehman Brothers c’è stata una crisi di identità profonda che ha investito l’intera economia globale. Ora gli Stati Uniti stanno cercando di recuperare il terreno perduto sul fronte del manufacturing. Ma non sarà né semplice né rapido visto che sono scomparse le fonderie e le competenze a molte attività manifatturiere. Da questo punto di vista noi siamo messi molto meglio».

Possiamo essere ottimisti? «Ma certo: un imprenditore deve essere ottimista».  A sentirla parlare, ingegnere, si ha la sensazione che la sua vera casa, in un certo senso il primo amore, sia stato la fabbrica. Non ha mi pensato di fare altro?

«Ero molto portata per il disegno e da ragazza ho accarezzato l’idea di fare il liceo artistico. Ma a farmi passare l’idea è stata mamma dicendomi: che ruolo pensi di poter avere in fabbrica con un diploma di quel tipo». È rimasta la passione per il disegno? «No, ma sento ancora il richiamo della creatività. Mi piace lavorare con gli oggetti, a partire dalle vecchie auto che mi piace rimettere in sesto assieme ai miei due ragazzi». Età? «Il più giovane ha 16 anni, il maggiore che ne ha 17 l’anno prossimo entrerà ad Ingegneria se, come spero, supererà le prove d’accesso. Non dovrebbe avere problemi perché è molto bravo nelle materie scientifiche, specie in fisica mentre zoppica in quelle letterarie. Sì, l’università la farà a Bologna, non all’estero. Una sua scelta, del resto abbiamo ottimi docenti. E l’inglese l’anno imparato entrambi alla perfezione. Sono ottimi sportivi, entrambi hanno vinto competizioni di vela e partecipato alle regate di Newport.  Io credo che lo sport sia fondamentale nella formazione di un giovane Sa perché?». «Così impari che nella vita un posto non resta mai vuoto. Se ti fermi, ci sarà sempre qualcuno in grado di occuparlo». Non è facile conciliare il ruolo di mamma e di imprenditrice.

«Ho la fortuna di avere un marito, che fa il dentista, molto presente in famiglia. Ma anch’io faccio la mia parte: più di una volta ho passato le serate a ripassare filosofia». Anche questo tocca ad una mamma Caterpillar che nel poco tempo libero ama riparare le Jeep.