Una cattedra in finanza ad Harvard dove, tiene anche un corso di Business, Government and International Economy. Ma prima, per vent’anni, banchiere d’affari in costante movimento tra Vecchio e Nuovo Continente. E, andando a ritroso nel tempo, ingegnere nucleare laureato alla Sapienza. Dante Roscini è tante cose: un intellettuale a tutto tondo, attento e sensibile alle novità, ma anche un osservatore rigoroso, concentrato sui numeri, come può e deve essere un uomo di scienza. Dopo una lunga carriera nelle banche d’affari da Goldman Sachs a Merrill Lynch e Morgan Stanley, una dozzina d’anni fa ha commesso quello che gli amici americani giudicarono un «financial suicide», lasciando i colossi di Wall Street per diventare docente alla Harvard Business School. «Credo di aver avuto sempre un professore dentro di me ma mi sono voluti 25 anni per farlo venir fuori». Un professore d’eccezione che è la persona giusta per concretezza ed orizzonti intellettuali per introdurci all’evento più importante di questo 2020, un evento che ha già travolto molti luoghi comuni e che costringerà tutti noi osservatori a rivalutare molti elementi della realtà e del futuro prossimo delle economie mondiali: le elezioni americane, su cui Roscini, romano, 58 anni, ha un’opinione ben precisa.

Le distanze tra Ue e Stati Uniti sono aumentate in maniera esponenziale con Trump. È possibile tornare indietro in caso di vittoria democratica? O i cambiamenti indotti dalla crisi sono destinati a pesare comunque?

I rapporti Usa e blocco Europeo sono ai minimi storici, peggio di quanto abbia fatto Trump non è possibile fare. La sua amministrazione ha perseguito una politica estera becera ed isolazionista trattando l’Europa come un nemico più che un alleato. Le polemiche riguardo ai contributi al finanziamento della Nato, l’uscita dall’accordo di Parigi sul clima, la guerra commerciale ingiustificata, Il disdegno per le istituzioni multilaterali, la chiusura senza preavviso dei voli dall’unione, sono solo alcuni esempi di questo atteggiamento conflittuale nei confronti degli alleati europei. Tornare completamente al passato è improbabile. Il mondo sta cambiando. Le profonde conseguenze della crisi e la crescente importanza economica, tecnologica e militare della Cina determineranno nuovi equilibri geopolitici, ma una vittoria di Biden porterebbe senza dubbio ad un rapido riavvicinamento tra i due blocchi USA e UE. Benché alcuni commentatori politici abbiano espresso scetticismo su questa ipotesi, dovuto principalmente agli istinti protezionisti ed isolazionisti di una parte del pubblico americano, va ricordato che Biden da sempre è un fautore del Transatlanticismo, e nella sua lunga carriera politica ha costruito forti rapporti con i leader europei. Biden riporterebbe l’America sui tavoli diplomatici ristabilendo un clima di fiducia reciproca e l’impegno ad una leadership responsabile rispetto ai vari scenari mondiali. Una leadership che è mancata sotto Trump con conseguenze particolarmente negative su problematiche cruciali quali diritti umani, energie pulite o sviluppi tecnologici nelle telecomunicazioni. Un’amministrazione Biden perseguirebbe il rinnovo dei trattati nucleari con la Russia in scadenza il prossimo anno e altre forme di controllo della corsa agli armamenti nell’interesse della sicurezza degli Stati Uniti e dell’Europa. Sicuramente aumenterebbe la cooperazione internazionale su tutti i fronti, cosa assolutamente necessaria come dimostrato dalla pandemia, una crisi globale che richiedeva soluzioni globali che non ci sono state con Trump che ha addirittura portato l’America fuori dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Ritiene che lo “tsunami populista” sia destinato a perdere spinta in Usa ed in Europa (specie in Italia) dopo l’impatto del coronavirus oppure l’onda è destinata a riprendere vigore?

La risposta alla pandemia dei paesi guidati da populisti – penso all’America di Trump ma anche al Brasile di Bolsonaro o all’Inghilterra di Boris Johnson – è stata mediamente gestita con incompetenza e disonestà, portando a risultati drammatici. La logica vorrebbe che tali governi paghino a caro prezzo la grave mancanza di leadership e di capacità in un frangente così importante che colpisce direttamente la salute e il benessere dei cittadini. Il virus non è il nemico che tipicamente serve ai populisti. Non è facilmente attaccabile con la retorica che non può nascondere il numero dei morti. Appare evidente che sia i problemi ed i risvolti sanitari che quelli economici della crisi, necessitino di esperti e di cooperazione internazionale. L’esatto contrario della ricetta sovranista e protezionista dei populisti che lottano contro la scienza e le élites. Ironicamente, Bolsonaro e Johnson hanno contratto il virus, e Trump è in grave affanno nei sondaggi.

Lei si è occupato del populismo cui ha dedicato, insieme ad Elena Corsi e a Rawi Abdelal, un saggio dal titolo “The Rise of Populism and Italy’s election Tsunami”. Ritiene che l’onda sia ormai passata?  

No, lo tsunami populista emerso dalla crisi finanziaria del 2008 affonda le sue radici in malesseri che non sono stati risolti, anzi forse sono stati ulteriormente esacerbati dalla pandemia: basti solo pensare a disoccupazione e immigrazione. La necessità di ricorrere agli aiuti di stato può aumentare clientelismo e dipendenza dai politici al potere che non si fanno scrupoli riguardo ai livelli di debito o di deficit. I temi della difesa contro lo straniero portatore del virus e i benefici dell’autarchia, possono ancora fare presa sulle fasce con minore capacità di giudizio critico. I populisti all’opposizione hanno gioco più facile potendo criticare chi è al comando. Ricordiamo che populismo e nazionalismo ebbero una fiammata di successo dopo la grande depressione con conseguenze che tutti conosciamo. L’Italia - con populisti di colore diverso sia al governo che all’opposizione - rischia di trovarsi con i populisti al potere comunque vada. La cartina di tornasole saranno le elezioni presidenziali USA di novembre che daranno un segnale inequivocabile sul futuro delle politiche anti-establishment e antiglobaliste.

Parliamo di finanza. Che impatto ha avuto la pandemia sul mestiere di banchiere d’affari? In un certo senso i massicci aiuti di Stato hanno stravolto il settore: forse è diventato più difficile fallire però cresce il peso dell’intervento di Stato? Ma la crisi, si potrebbe obiettare, stimola il cambiamento.

Il panorama dei mercati finanziari e dell’economia è sempre in perenne cambiamento. I banchieri di affari più bravi sono tradizionalmente quelli che riescono ad adattarsi rapidamente alle mutazioni del mondo che li circonda, intuendo con anticipo i grandi trend ed aiutando così i loro clienti a farvi fronte nel modo migliore. Certo questa che stiamo vivendo è una discontinuità molto forte che avrà effetti profondi e duraturi. Non è facile operare da banchiere con politiche monetarie mirate alla repressione finanziaria, con tassi di interesse allo zero o negativi, senza crescita economica, con aziende e consumatori traumatizzati dalla crisi che rischiano di trattenere spesa e investimenti, con un commercio mondiale che tracolla. Si potrebbe quindi prevedere un quadro preoccupante per il settore. Ogni crisi porta però delle opportunità. In alcune parti dell’economia le valutazioni aziendali sono state stravolte. Società che potevano operare indipendentemente prima di questa crisi potrebbero trovarsi a dover cercare partnership o soluzioni strategiche per poter affrontare il futuro. Sarà necessaria la ricapitalizzazione di interi settori industriali. Concordo con lei che la crisi stimola il cambiamento. Per i banchieri d’affari si tratta di capirlo ed anticiparlo. Certamente l’espansione massiccia dell’intervento dello Stato nell’economia rischia di provocare un preoccupante crowding out del settore privato. Più lunga è la crisi, più si rischia che questa possa evolvere da uno shock di offerta a una crisi di domanda, e ciò a sua volta, potrebbe trasformarsi per le aziende in una crisi di liquidità e infine in insolvenza. In questo senso chi potrà fornire liquidità si troverà in una posizione avvantaggiata e mi aspetto che le banche di affari trovino spazi interessanti per operazioni sul capitale, fusioni e acquisizioni derivanti dagli inevitabili rimpasti provocati dalla crisi.

Gli Usa sono stati molti più rapidi a reagire alla pandemia. La Ue, più lenta, ha però cambiato in maniera profonda la sua politica (si veda l’accordo sul Recovery Fund). Come viene vista la svolta politica Ue?  

In termini di salute pubblica gli USA hanno avuto una risposta molto carente alla pandemia, senza leadership a livello federale. Ogni stato è stato lasciato a sé stesso nella gestione della crisi. Alcuni governatori (come Andrew Cuomo nello stato di New York) sono stati più efficaci di altri nell’implementare misure volte ad abbassare il tasso di mortalità e contagio. Altri invece per compiacere l’inquilino della Casa Bianca hanno politicizzato la pandemia, ed hanno riaperto l’economia troppo in fretta causando nuovi picchi. Si è inoltre sprecato il vantaggio di aver avuto più tempo rispetto all’Europa per preparare contromisure. Ad oggi l’Europa ha avuto una reazione sul piano sanitario molto più efficace.

E sul piano economico?

Da un punto di vista fiscale e monetario invece, il Paese ha fatto tesoro degli insegnamenti della crisi finanziaria globale ed ha reagito con rapidità e su una scala senza precedenti. Il CARES Act ha dimensioni maggiori di qualunque programma di stimolo fiscale del passato ed è stato varato nel giro di un mese quando ce ne vollero 10 per il TARP nel 2008 e addirittura 42 per il New Deal negli anni Trenta. Rispetto all’Europa, gli stati Uniti hanno il vantaggio di un processo decisionale centralizzato. Peraltro, l’emergenza ha messo subito tutti d’accordo. Quello che in tempi normali sarebbe stato un processo politicamente tormentato ha invece raccolto un immediato supporto bipartisan.

Courtesy: Francesco Jodice©, Picacho-Butte-Arizona-013-2014

Trump ha abbassato le tasse (pur aumentando la spesa), ha fatto crescere il debito ed ha premuto sulla Fed perché creasse moneta. In caso di vittoria, la sua politica fiscale sarà la stessa?

È quasi ironico che il più grande stimolo (che più propriamente dovrebbe essere chiamato supporto) fiscale e uno dei più grandi deficit fiscali della storia di questo paese siano stati implementati da un presidente repubblicano. Questo peraltro non è ancora un capitolo chiuso. Le misure già varate potrebbero infatti non essere sufficienti a rimettere l’economia sulla giusta strada. La disoccupazione è ai massimi degli ultimi ottant’anni, interi settori industriali sono stati devastati, e non è affatto chiaro quale sia il cammino verso la ripresa. È difficile prevederlo finché resta l’incertezza sanitaria ed in assenza di un protocollo terapeutico accettato o di un vaccino. C’è quindi una buona probabilità che si renda necessario un ulteriore pacchetto di supporto fiscale. Se così fosse, le cose si complicherebbero ulteriormente andando ad influenzare le politiche fiscali di una o forse più amministrazioni future. Trump con la sua riduzione delle tasse, l’aumento del debito e l’allentamento delle normative, ha aggiunto legna ad un fuoco che già ardeva vivacemente, avendo ereditato un’economia che era in forte crescita. Chiunque vinca le elezioni si troverà a gestire un rapporto debito-PIL di oltre 100%, il più alto dalla Seconda guerra mondiale. In vista delle elezioni, Trump sta facendo di tutto per ravvivare l’economia e sta impostando la sua campagna elettorale promettendo risultati come quelli raggiunti prima del COVID. Aumentare le tasse con una ripresa incerta potrebbe essere controproducente e quindi è ipotizzabile che, se Trump vincesse le elezioni, tenterebbe almeno all’inizio di mantenere una politica fiscale espansiva.

Cosa può cambiare con Biden? L’impressione è che debito e moneta saliranno ma lo stesso accadrà per le tasse necessarie per finanziare altra spesa.

Il programma di Biden comprende un aumento delle tasse e una riduzione del deficit di circa quattro trilioni nel corso del prossimo decennio. Io credo che realisticamente, per essere accettabile politicamente, qualunque aumento della pressione fiscale dovrà essere accompagnato da una riduzione di spesa. In ogni caso, date le pressioni e le priorità di spesa su questioni sociali, qualunque aumento di tasse non verrà usato per diminuire il debito rapidamente e l’inversione di marcia sarà, con ogni probabilità, un esercizio graduale. La chiave di volta sta nel riuscire a recuperare un grado di maggiore collaborazione tra repubblicani e democratici per poter prendere decisioni sensate nell’interesse comune. Questo è particolarmente difficile in un paese che vive una polarizzazione politica profonda, ma certamente Biden sarebbe meno disgregante di Trump e dunque meglio posizionato per provarci.

In una recente intervista al Sole 24 Ore lei rileva che il «vero problema oggi è la deflazione. Alla fine, saranno inevitabili un aumento e una monetizzazione del debito come ha suggerito Draghi». Su questo però, si viaggia su un terreno in larga parte sconosciuto. Ci sarà margine per sperimentare le teorie MMT per rilanciare la crescita?

La traiettoria del rapporto debito su PIL è in forte aumento. Già adesso è il doppio di quanto non fosse al picco della crisi finanziaria globale. L’ultima volta che fu a questi livelli fu subito dopo la guerra. Allora rientrò rapidamente grazie alla forte crescita economica e i bassi deficit di bilancio. La situazione attuale è l’esatto opposto. Siamo in una profonda recessione, alti deficit e una situazione demografica sfavorevole. Il debito non può che continuare a salire. I tassi di interesse così bassi possono creare l’illusione che ci si possa indebitare ad infinitum, ma non è così, con buona pace per le idee della MMT che non sono teorie ma “voodoo economics”. Stiamo solo spingendo il rimborso in avanti, indebitando i nostri figli con il rischio che in futuro i tassi possano essere più alti, avvicinandoci così a una pericolosa spirale. Oggi questo rischio è basso, il pericolo è sicuramente la deflazione ma nessuno può dire che un domani gli interventi straordinari di oggi non possano generare inflazione. La FED in risposta alla crisi ha acquistato tanto debito quanto il tesoro ne ha emesso. Tecnicamente lo ha fatto per liquidità e non per monetizzazione, ma la demarcazione diventa tenue. Gli Stati Uniti hanno il beneficio di indebitarsi nella propria valuta ed essere considerati un rifugio sicuro. Il capitale che attraggono anche dall’estero consente al tesoro americano di spuntare tassi molto bassi ma questo può cambiare.

E l’Europa? Il Recovery Fund rappresenta davvero un salto di qualità o presto riaffioreranno i limiti di una costruzione imperfetta?

No, la svolta politica in Europa è storica. In un primo tempo le istituzioni europee si sono mostrate esitanti e impreparate ad affrontare la più grave crisi economica dalla loro fondazione. Come in passato, l’unica tra queste che è stata capace di rispondere in tempi stretti per proteggere i mercati finanziari e offrire massiccia liquidità è stata la BCE. Il Recovery Fund è un’iniziativa che fa fare all’Unione Europea un passo avanti fondamentale in termini di solidarietà ed integrazione. Dopo estenuanti trattative tra i paesi formica e i paesi cicala un compromesso è stato trovato. Del resto, per superare la crisi non ci sono alternative agli interventi fiscali e monetari in corso ma c’è da sperare che passata l’emergenza torni un certo grado di responsabilità fiscale.

Infine, la strada è giusta, ma sapremo percorrerla?

Non sono tutte rose e fiori ma, così come ha fatto altre volte nei suoi 63 anni di storia, L’Europa ha trovato la strada da seguire confermando così il giusto detto che «l’Europa è la somma delle soluzioni alle sue crisi».

 

In cover. Courtesy: Francesco Jodice, Calico California 017-2014.

*Attualmente, Dante Roscini ricopre la carica di Presidente di Credimi SpA. Roscini è anche nel consiglio di amministrazione di Telecom Italia SpA, Kairos Investment Management SpA, Servizi Assicurativi del Commercio Estero SpA e Antares Vision SpA. È professore di Management Practice presso la Harvard Business School, tiene inoltre il corso di Managing International Trade and Investment in the Business, Government and the International Economy Unit. Nella sua carriera passata, Roscini è stato Project Manager presso Nucleare Italiana Reattori Avanzati, Amministratore delegato di Morgan Stanley SGR SpA, Head-Global Capital Markets Division presso Merrill Lynch & Co., Inc., Chairman-Capital Markets presso Morgan Stanley UK Ltd e Project Manager presso Westinghouse Electric Corp. (Pennsylvania). Ha conseguito una laurea presso la American University of Rome, un MBA presso la Harvard University e una laurea presso la Sapienza di Roma.