Mario Seminerio è il commentatore economico-finanziario più letto e influente sul web, probabilmente l’unico a cui sono stati dedicati fan club virtuali (al momento ci sono due sette di adepti, che si raccolgono nelle pagine Facebook “Le bimbe di Mario” e “Grazie Mario”). Ma non è solo questo. È anche il fondatore di un nuovo genere giornalistico-letterario, quello della satira economica: con i suoi post su Phastidio.net riesce ad unire l’accuratezza teorica ed empirica necessarie a una buona divulgazione, al commento corrosivo delle azioni e delle proposte dei “potenti” (politici, alti burocrati, protagonisti del mondo finanziario e mediatico).  Il metodo Phastidio dal web si è poi spostato anche in radio con “le Belve” (Oscar Giannino, Carlo Alberto Carnevale Maffè e Renato Cifarelli), un programma di successo itinerante (chissà dopo Radio 24 e radio Capital su quali frequenze sarà la prossima stagione).

Una formula singolare e innovativa per un mondo, come quello economico, che usa un linguaggio generalmente piatto e scarno. Phastidio invece chiama le cose con il loro nome, anzi no, inventa nomi per cose chiamate finora in maniera inadeguata. E così quando ogni tanto qualche politico o commentatore lancia proposte creative per abbattere il debito aumentando il deficit o per far sparire lo spread, le mette sotto la categoria “ingegneria finanziaria per disperati”. Descrive la tendenza tutta italiana a invocare il deficit come politica di bilancio per ogni fase, sia recessiva sia espansiva, con uno spot di decenni addietro: «Sembra la vecchia pubblicità dello Stock 84, sponsor di “Tutto il calcio minuto per minuto”. Ogni risultato era un ottimo pretesto per sbevazzarci sopra» (lo spot del brandy triestino diceva: “La vostra squadra del cuore ha vinto? Festeggiate con uno Stock 84. Ha perso? Consolatevi con uno Stock 84”). Seminerio è l’unico commentatore che, mentre tutti elogiano i criptici e involuti discorsi di Paolo Savona, descrive l’oscuro linguaggio del presidente della Consob come “grammelot finanziario”: una giustapposizione di termini economico-finanziari priva di un significato compiuto. La parte più comica e grottesca, però, secondo Seminerio, è il fatto che tutto l’establishment finga di capire ed elogi la lucidità di questi discorsi: «Savona delinea le sue valutazioni sui massimi sistemi di politica, filosofia, tecnologia, teologia, tauromachia. Ogni suo discorso tende a essere preceduto e seguito da turibolanti laudatori, che ringraziano la Sorte per aver donato alla Patria siffatta lucida mente. Editorialisti, politici, banchieri: è tutto un Te Deum».

Ma intanto, chi è e cosa fa nella vita Mario Seminerio? «Un gestore, responsabile degli investimenti finanziari, di un’azienda industriale italiana. In precedenza, per una ventina d’anni, sono stato gestore di fondi comuni di investimento, ho lavorato in realtà bancarie internazionali e mi sono occupato di gestione di portafogli e asset allocation». Tutto questo con la divulgazione non c’entra molto, a chi si è ispirato per il blog? «È stata una cosa individuale, il blog Phastidio nasce nel 2003 come un mix di politica interna e internazionale, macroeconomia e mercati finanziari, e così è rimasto. È iniziato perché ero in un momento noioso dell’attività professionale, avevo necessità di comunicare, di scrivere i miei pensieri, annotarli, che è lo spirito che rimane anche oggi». Una specie di diario intimo, di economia e finanza, anziché d’amore. Non è quindi rivolto ai lettori. «Se dicessi che non mi interessa chi mi legge direi una sciocchezza, ma non è il mio primo pensiero. Scrivo per riordinare le mie idee, è una specie di diario in pubblico, per citare Elio Vittorini». La cosa però funziona. «Per motivi a me ignoti, la mia audience è cresciuta, si è sviluppata, esclusivamente per il passaparola». Nessun supporto neppure tecnico per accrescere la popolarità e la visibilità? «Diciamo che sono il media manager di me stesso. Faccio un prodotto artigianale, anche negli aspetti grafici». Chi sono i lettori di Phastidio? «Sono tanti e differenti, alcuni li incontro e altri mi scrivono, c’è chi mi manda periodicamente donazioni e sono tanti. C’è il professionista, l’imprenditore non più ragazzino, l’insegnante, e poi tanti studenti universitari e giovani curiosi. È un pubblico molto variegato». Quand’è che ti sei reso conto che eri diventato “famoso”, c’è stato un momento? «Probabilmente il giorno in cui fui contattato da una casa editrice, per scrivere un libro sulla crisi dell’euro: “Leggo il suo sito, mi piace il suo stile, è un eccellente divulgatore con una penna polemista”. Mi riempì di sorpresa e di orgoglio. E così è nato “La cura letale”, pubblicato con Rcs-BUR». Vieni etichettato con un falco liberista, eppure quel libro era un duro atto d’accusa delle politiche di austerity europee che stavano peggiorando la crisi italiana. «Mi etichettano come ‘”liberista”, cosa che non sono affatto, ma di certo non si possono chiudere gli occhi di fronte al socialismo surreale italiano. Purtroppo, è la realtà che ha un bias liberista se c’è un socialismo malato». Uno degli slogan del tuo blog è “Speak softly and carry a big stick[1]”, un motto di Teddy Roosevelt, presidente repubblicano ma non esattamente un liberista. «L’ho scelto non tanto per l’orientamento ideologico di Roosevelt, ma come reazione epidermica a un paese in cui tutti gridano e nessuno fa nulla. Più che uno slogan è un approccio, che vuole contestare il luogo comune e il dibattito da: niente escandescenze, bisogna articolare le proprie posizioni, ma randellare quando è necessario. Calma nelle argomentazioni e reattività alle provocazioni. È questo il modo migliore per rispondere ai luoghi comuni, perché questo è un paese che affoga nel vomito del luogocomunismo, soprattutto dei media». L’arma che usi per smontare i luoghi comuni è quella del sarcasmo.

«Non è stato sempre così, c’è stato un cambiamento psicologico. Negli anni addietro ero molto più arrabbiato che sarcastico. Lentamente sono passato dall’incazzatura all’ironia e allo sbeffeggio, è un’evoluzione psicologica e anagrafica».

È un processo di disillusione. «Una decina di anni fa ero capace di indignarmi, perché pensavo che il paese si dovesse ribaltare come un calzino. Ora non è più così e questo porta molti ad accusarmi di essere un trombone saccente e di godere quando le cose vanno male. Non è così, l’impegno civile resta, solo che ora mi indigno meno e vivo meglio». L’ironia e un certo cinismo però portano in tanti a dire che sei qualunquista e anche catastrofista. «Sì, sono neo-qualunquista, perché il neo va bene su tutto. In realtà mi sono rotto le scatole di sentire ricette demenziali, sono stanco di avere a che fare con i cialtroni. Ed è ora di finirla con il tic del bipolarismo bipolare: se sei contro A allora devi essere a favore di B. In realtà può essere benissimo che sia A che B propongano idiozie, come peraltro è facile constatare in Italia». Non proponi mai un’alternativa, ti dicono i critici. «Malgrado mi credano spocchioso e saccente, sono divorato dai dubbi e ho la tendenza a verificare. Ad esempio, sul Reddito di cittadinanza ho segnalato che sarebbe stato devastante, perché produce un salario di riserva altissimo per un paese che ha già un basso tasso di occupazione. Avevo suggerito di puntare su un meccanismo come l’Earned income tax credit, che integra il reddito dei working poor senza disincentivare il lavoro. Ma in realtà le alternative, soprattutto se non sono proiettili d’argento, non interessano a nessuno».

La tua è una critica della casta ma anche degli anti-casta, degli elettori e non solo degli eletti. «Io ho orrore delle impostazioni popolane prima che populiste, secondo cui gli eletti sono il male mentre gli elettori sono immacolati, soprattutto in un paese dove non c’è senso di comunità e lo stato è visto come un altro da sé stesso». Eppure, il vittimismo è la leva usata da tutti per raccogliere consensi. «La reazione alla cosiddetta ‘casta’ in Italia non era finalizzata a livellare il campo di gioco e le condizioni di partenza, ma a essere cooptati. La gente era incazzata perché voleva essere tirata dentro. Come tanti patrioti adesso, Mussolini faceva del vittimismo la leva delle sue avventure militari, quindi temo ci sia uno strato culturale profondo di deresponsabilizzazione, che fa dell’Italia una società di piagnoni». Scusa, ma non mi hai detto come nasce il nome Phastidio. «Un mio collega e amico, quando ho creato il blog mi ha detto: “Chiamalo Phastidio, è perfetto per la tua insofferenza!”».

 

*Mario Seminerio: Nato a Milano, si è laureato con il massimo dei voti presso l’Università Commerciale L. Bocconi di Milano con una tesi sul cambiamento culturale nelle organizzazioni complesse. Dopo una breve esperienza presso il Centro Ricerche sull’Organizzazione Aziendale dell’Università Bocconi ha lavorato presso istituzioni creditizie italiane ed internazionali. È stato per oltre un decennio portfolio manager di fondi comuni d’investimento mobiliare ed analista macroeconomico presso una primaria Società di Gestione del Risparmio italiana, ed è attualmente portfolio advisor. Ha frequentato corsi di specializzazione in finanza internazionale, collaborato con l’Istituto Bruno Leoni, realizzando papers sulla liberalizzazione dei mercati, sul confronto tra sistemi economici europei e sul sistema fiscale italiano. Giornalista pubblicista, è stato editorialista di Libero Mercato, quotidiano diretto da Oscar Giannino. Collabora o ha collaborato con Liberal Quotidiano, Il Foglio, Il Fatto Quotidiano, Il Tempo, Linkiesta.

[1] La politica del “grosso bastone“ indica la strategia politica, soprattutto estera, perseguita dal presidente degli Stati Uniti d'America Theodore Roosevelt. Tale politica, nella storia statunitense, era caratterizzata da negoziati pacifici a cui era affiancata la minaccia del "grosso bastone", cioè dell'intervento militare statunitense.

In cover: Adalberto Abbate, For politicians only, serie Rivolta, 2009, stampa su pvc, cm 100 x 70, courtesy Galleria Francesco Pantaleone.