Tieni l’occhio fisso sulla via della cima, ma non dimenticare di guardare ai tuoi piedi. L’ultimo passo dipende dal primo. Non credere d’essere arrivato solo perché scorgi la cima. Sorveglia i tuoi piedi, assicura il tuo prossimo passo, ma che questo non ti distragga dal fine più alto. Il primo passo dipende dall’ultimo.  Quando vai alla ventura, lascia qualche traccia del tuo passaggio, che ti guiderà al ritorno: una pietra messa su un’altra, dell’erba piegata da un colpo di bastone. Ma se arrivi a un punto insuperabile o pericoloso, pensa che la traccia che hai lasciato potrebbe confondere quelli che ti seguissero. Torna dunque sui tuoi passi e cancella la traccia del tuo passaggio. Questo si rivolge a chiunque voglia lasciare in questo mondo tracce del proprio passaggio. E anche senza volerlo, si lasciano sempre delle tracce. Rispondi delle tue tracce davanti ai tuoi simili.  Non ti fermare mai su un pendio di terreno cedevole. Anche se credi i tuoi piedi ben sicuri, mentre riprendi fiato guardando il cielo, la terra a poco a poco si comprime sotto il tuo piede, la ghiaia insensibilmente frana e tu parti improvvisamente come una nave al varo. La montagna cerca sempre l'occasione per farti lo sgambetto.  Se, dopo aver disceso e poi risalito per tre volte dei canaloni che finivano con degli strapiombi (che si vedono soltanto all’ultimo momento), le tue gambe si mettono a tremare dal ginocchio alla caviglia e i tuoi denti si stringono, raggiungi prima qualche piccola piattaforma dove tu possa fermarti al sicuro; e richiama alla memoria tutte le ingiurie che sai e lanciale alla montagna, e sputa sulla montagna, insomma insultala in tutti i modi possibili, bevi un sorso, mangia un boccone e ricomincia ad arrampicarti, tranquillamente, lentamente, come se tu avessi tutta la vita per tirarti fuori da quella brutta situazione. La sera, prima di addormentarti, quando ripenserai a tutto questo, vedrai allora che era una commedia: non era alla montagna che parlavi, non è la montagna che tu hai vinto. La montagna non è che roccia o ghiaccio, senza orecchie e senza cuore. Ma quella commedia ti ha forse salvato la vita. Spesso, d’altronde, nei momenti difficili, ti sorprenderai a parlare alla montagna, ora lusingandola, ora insultandola, ora promettendo, ora minacciando; e sembrerà che la montagna risponda, se le hai parlato come dovevi, addolcendosi, sottomettendosi. Non disprezzarti per questo, non aver vergogna di comportarti come quegli uomini che i nostri dotti chiamano dei primitivi e degli animisti. Sappi soltanto, ripensando poi a quei momenti, che il tuo dialogo con la natura non era che l’immagine, fuori di te, di un dialogo che si svolgeva all’interno.

Testo da “Il monte analogo” René Daumal.