“Sono una persona che, a livello emotivo, non resiste alla frustrazione. Per questa ragione sono diventato molto reattivo nel trovare il modo di risolvere i problemi”. (Daniele Cesano)

A pronunciare queste parole in una stanza di un hotel rattoppato a Jaguaquara nello stato di Bahia in Brasile è Daniele Cesano. È una di quelle persone trasparenti che mai ti lascia l’impressione di nascondere qualcosa. Ma, soprattutto, vuole cambiare il mondo. E la cosa bella è che, per lui, non sembra essere un’ossessione quanto piuttosto una consapevolezza. Consapevolezza maturata in anni di sacrifici, cambiamenti, sconfitte e gioie. Dopo dieci anni di studio e lavoro all’estero, il Brasile, per lui, ha segnato il passaggio da giovane a uomo, a padre e, in particolare, ha generato una presa di coscienza indelebile che il mondo, così come è organizzato, è destinato ad implodere, cancellandoci. La Global Footprint Network ha calcolato che gli esseri umani consumano oggi 1,7 terre all’anno. Vale a dire che, nel 2018, le risorse rinnovabili disponibili sono terminate già nel primo giorno di agosto. Tra i maggiori responsabili di questo conto ci sono cibo, terra utilizzata per nuovi insediamenti, emissioni gas serra e rifiuti che generiamo. Di questo passo, in un’epoca molto vicina, il pianeta non sarà più in grado di sostentarci. Se aggiungiamo che, questo approccio dissennato, contribuisce quotidianamente ad esacerbare gli effetti del cambio climatico, non è difficile comprendere l’apocalisse a cui il genere umano sta andando incontro. In un recente articolo l’economista e saggista statunitense Jeffrey Sachs ha evidenziato la fine dell’Olocene, l’era geologica le cui condizioni climatiche favorevoli hanno favorito la civilizzazione umana. L’era nella quale siamo entrati, l’Antropocene, ha condizioni ambientali mai conosciute prima. Le cause del cambiamento sono da imputare principalmente all'anidride carbonica emessa nell'atmosfera bruciando combustibili fossili e alla decimazione di foreste e praterie trasformate in fattorie e pascoli.

Vista l’accelerazione della curva di degrado del pianeta dell’ultimo ventennio, la prospettiva di un innalzamento della temperatura del globo di 5 gradi centigradi rispetto all’era preindustriale non è più così remota. Piccolo dettaglio: porterebbe all’estinzione della nostra civiltà. Addirittura, già nel 1978, The Jason, un gruppo d’élite formato dai migliori scienziati, in qualità di advisors delle agenzie chiave del governo USA, produsse un report sull’impatto a lungo termine causato dall’emissione di anidride carbonica. La conclusione era inquietante: “La riduzione di vaste aree di suolo a mera polvere improduttiva, minaccia sconfinati territori di Nord America, Asia e Africa; in tal caso l’accesso all’acqua potabile e la produzione agricola crollerebbero innescando migrazioni di massa su scala inaudita”. Suona familiare? Ma allora cosa abbiamo aspettato e, soprattutto, cosa stiamo aspettando a passare definitivamente alle energie rinnovabili e a riforestare e ripristinare le terre degradate? E’ possibile essere schiavi di una cricca di inquinatori e negazionisti della scienza? La risposta è, tristemente, si! Il problema è che il sistema politico è, in ultima analisi, assolutamente incapace di contrastare il preponderante e distruttivo sistema economico a cui è legato a doppio filo. E il tipo di sistema economico che domina il mondo dalla rivoluzione industriale ad oggi, essendo la causa principale del disastro in cui siamo, non può diventarne certo la cura. Basandosi sulla massimizzazione del profitto tende a concentrarsi, a discapito di qualunque cosa, su di esso. I media, a loro volta, faticano ad impegnarsi maggiormente nel far passare certi concetti poiché sono spessissimo legati a, o posseduti da chi regge il sistema economico. Sembrerebbe una via senza uscita ma l’esperienza di Daniele ci insegna che esiste la possibilità di un enorme cambio di paradigma in grado di fare ciò che, fino ad oggi, non è stato fatto: unire i singoli punti e visualizzare un’immagine reale del mondo che permetta di intervenire in maniera efficace e sistemica.

Carsten Holler, Mushrooms

L’inizio della storia: come trasformare le criticità in opportunità

La sua storia comincia nel 2003. Daniele era tornato in Italia dopo dieci anni all’estero. Nei successivi quattro anni passati in aziende di consulenza ambientale a Milano, non si era arreso all’assenza di dinamismo tipica dell’ambiente lavorativo italiano. Aveva perciò accolto con liberazione l’invito, come ricercatore, alla prestigiosa Harvard Kennedy School a Boston. Nel frattempo, a Londra, aveva conosciuto Thais una signora Brasiliana con cui aveva avviato, quasi per gioco, un progetto agricolo nello stato di Bahia chiamato Adapta Sertão.

A dare il la a ciò che avrebbe rivoluzionato la sua vita fu però il caso. L’università di Rio de Janeiro aveva iniziato a collaborare al progetto e Michaela, una sua ex dottoranda tedesca, ne era venuta a conoscenza. “Il governo tedesco, per cui lavorava, aveva un fondo di cassa per testare, in Brasile, possibili strategie di adattamento agricolo al cambio climatico e Michaela ritenne che le caratteristiche del nostro progetto rispondessero a ciò che cercavano.”

La scelta del Brasile non fu casuale. È un paese dove l’agricoltura e l’allevamento familiare rappresentano la base economica del 90% dei municipi con popolazione inferiore ai 20,000 abitanti e del 40% della popolazione totale facendone, a livello di fatturato, la quinta potenza mondiale. Inoltre, lo stato di Bahia era storicamente attivo a livello di mobilizzazione sociale ed il PT, la sinistra cattolica allora in ascesa, spingeva per il cambiamento. E proprio Pintadas diventerà la palestra di un cambiamento epocale.

Alla fine dell’anno ad Harvard, un ebreo venezuelano conosciuto lì contattò Daniele. Gestiva un fondo di investimento a Londra e voleva investire in biocombustibile. Gli disse che lo voleva con lui. “Era un’occasione per rimettere il naso fuori ma qualcosa non mi convinceva. Ero finito in un limbo, incapace di prendere una decisione sul mio futuro. Un giorno, lo ricorderò sempre, andai a trovare i miei. Ad un certo punto mio padre mi guardò negli occhi spazientito e sbottò: “Decidi cosa fare!”. Lui e mia madre si erano riappacificati col fatto che io scomparissi di nuovo e, in un certo senso, mi avevano aiutato ad orientami.” Scelse così di ripartire da qualcosa di suo, il piccolo progetto baiano in cui vedeva possibili sviluppi. Si trasferì quindi in Brasile per portare avanti una nuova fase di Adapta Sertão ora finanziato dal governo tedesco. Nei due anni precedenti Daniele aveva messo a fuoco alcune delle criticità che sarebbero state alla base della creazione del suo modello innovativo. “Non riuscivo a conformarmi al fatto che, a livello politico-istituzionale, tutto fosse basato sulla “carità". La gente povera si piangeva addosso. Non ci sono soldi, va tutto male, non piove…Sembrava un disco rotto”. In breve tempo gli era apparsa chiara la logica “assistenzialista” con cui lo stato opera: non esiste una visione macro delle cose, un’assunzione di responsabilità, uno spirito di collaborazione, difficilmente una pianificazione. Si promuovono così singoli progetti scollegati tra loro, senza guardare alla catena produttiva e in totale assenza di comunicazione con il mercato. I politici fanno, in sostanza, elemosina in cambio di voti. Per rafforzare la loro posizione, infatti, basta poter affermare di aver fatto qualcosa. La frustrazione derivante da tale presa di coscienza lo aveva spinto a ragionare su dinamiche e modalità tecnico produttive che potessero cambiare la situazione. Aveva individuato alcune criticità di base. Dopo un'analisi tecnica, la prima cosa che notò fu che tutti si lamentavano che non ci fosse acqua pur esistendo nei campi le barragem, grandi pozzanghere di raccolta di acqua. Non essendo utilizzate l’acqua evaporava. Nessuno promuoveva l’impiego di tecnologia che, comunque, non era reperibile se non a ore di macchina da li. “Io mi chiedevo, che senso ha? Cosa posso fare?” Fu proprio questo caos a far scattare qualcosa nella sua mente. La sfida di ripensare o, meglio, sostituire le politiche pubbliche e ridisegnare il modo in cui quella gente produceva lo esaltava. Vedeva un’enorme opportunità di business: rendere disponibile la tecnologia localmente creando una rete di distribuzione che favorisse le implementazioni su larga scala di sistemi d’irrigazione. Daniele contattò la NETAFIM, produttore leader di sistemi di irrigazione ed ottenne che la Cooperativa locale ne acquisisse la distribuzione, tagliando così i prezzi. Organizzarono poi un corso per formare tecnici. Vennero selezionati i cinque migliori candidati del posto tra cui un giovane politico. Era lì, gli avevano spiegato, per garantire l’appoggio locale. “Durante le lezioni quasi dormiva. Era l’emblema di come la politica potesse essere, in realtà, un freno allo sviluppo”. Il livello dei candidati era disastroso. Ma a dargli una mano fu ancora il caso. La NETAFIM licenziò il 30% dei dipendenti e Daniele riuscì ad assumerne uno, Marcelo, che aveva grande esperienza progettuale. Adesso i sistemi avevano un costo accessibile e qualcuno li sapeva implementare. Sebbene il governo tedesco avesse proposto di sussidiare la parte tecnologica, la cooperativa impose di creare un fondo rotativo per finanziarla.

L’obiettivo era uscire dallo schema assistenzialista a cui tutti erano abituati. Avrebbero dovuto ripagare il debito in 4 anni. In realtà solo il 30% lo fece ma quel denaro risultò fondamentale per estendere il periodo di assistenza ai produttori. Ed infatti giunsero i primi risultati con un incremento della produttività agricola. La cooperativa fu persino in grado di vendere la produzione alle mense delle scuole pubbliche. Eppure Daniele non era soddisfatto.

“L’idea iniziale era capire se l’irrigazione contrastasse fattori climatici avversi. Giungemmo alla conclusione che fosse molto lontana dall’essere una risposta efficace. Aiutava certo, ma la reale risposta era da identificarsi in qualcosa di totalmente diverso.” I soldi del governo tedesco finirono. Si vociferava di un interesse del governo Brasiliano ma per un anno nulla accadde. Daniele sopravviveva con qualche consulenza e condividendo casa con Thais. La sua mente viaggiava, analizzava lo spazio, la mentalità delle persone. Era chiaro che la comunità fosse sfiduciata. Chi lavorava la terra e allevava animali era senza una guida, vittima di un cambiamento che aveva messo in crisi pratiche tramandate da una generazione all’altra, per secoli. E ciò era vissuto quasi come una punizione. Come dettomi dall’anziana madre di un produttore “Un tempo la pioggia era regolare. Quello che piantavi raccoglievi. Il cambio climatico è una punizione per la vanità delle persone che ignorano Dio. Oggi si pensa al guadagno ma il denaro non si mangia.

Denaro e vanità hanno fatto diventare le persone cieche e creato le condizione per questa piaga”.

Quando ormai tutto sembrava incapace di evolversi ecco l’illuminazione. “Capii che l’irrigazione non era la soluzione. E ancor meno coltivare frutta ed ortaggi in quella regione. Girando avevo notato che tutti producevano latte e carne. La ragione mi parve intuitiva. Il cambio del clima aveva acuito la difficoltà di produrre alimenti. Perciò avevano fatto di necessità virtù, focalizzandosi su ciò che era più facile da gestire, ovvero, gli animali. Ma questo rafforzava il circolo vizioso di distruzione perché, per aumentare le aree dedicate al pascolo, deforestavano e compromettevano la capacità di ritenzione idrica del suolo.”

Stefano Arienti, Bosco Mimetico

Cambiare il focus: la nascita del MAIS

 In questo momento un altro pilastro del suo modello prese forma: la necessità di adattarsi alle esigenze locali. Intanto, il governo brasiliano si decise. Il ministero aveva scelto di investire in progetti di mitigazione, resilienza al cambiamento climatico ed energie rinnovabili. Il gruppo di Daniele fu scelto per portare avanti, formalmente, il progetto iniziato. Ma il focus cambiò radicalmente. In questa fase prese realmente forma l’embrione di quello che oggi è il rivoluzionario sistema MAIS. MAIS in portoghese significa “più” ma l’acronimo sta per: Modulo Agro-Climatico Intelligente e Sostenibile. L’approccio era totalmente diverso. Guardava all’insieme delle cose e non si concentrava su singoli aspetti come invece facevano le fallimentari politiche governative eliminando così la possibilità di dare una risposta efficace al problema. Il sistema, tuttavia, si dimostrava ancora troppo costoso. Il latte e la carne prodotti, non erano sufficienti a pagare il gruppo e questo iniziava nuovamente a generare una grande frustrazione in Daniele. Nel Maggio del 2013 il caso colpisce ancora. Una ragazza colombiana, Carmem La Cambra, organizza alle Barbados un forum su sistemi di resilienza climatica. Individua Adapta Sertão e li invita. Partecipa anche il Banco Inter-Americano perché sta aprendo un fondo di sviluppo per sistemi produttivi di resilienza climatica. Carmen suggerisce a Daniele di scrivere una proposta al gestore del fondo Steven Wilson ma lui è titubante:

“All’epoca quasi ero timoroso di incontrare persone che facessero operazioni di così grande portata. Vedevo questa opportunità come lontanissima."

In realtà, erano più avanti di quanto pensassero. Ricevettero Steven e gli altri emissari del banco: Carlos Sanchez e Luciano Schwaizer, un brasiliano di origine tedesche. Illustrarono sul campo i loro risultati ma Schwaizer sembrava avere un approccio negativo nei loro confronti. “Pensava che fosse il solito progetto delle ONG. Ma, dopo aver visto che avevamo creato una struttura imprenditoriale e non assistenzialista, mutò atteggiamento.” L’esperienza con il Banco Inter-Americano rappresentò uno snodo importantissimo nella definizione del MAIS perché portò definitivamente in luce alcuni punti deboli del sistema e rese estremamente chiara la necessità di essere il più indipendenti possibile dal supporto delle istituzioni. Il Banco si dichiarò disponibile ad investire a patto che il MAIS venisse sistematizzato concentrando la conoscenza tecnica in un pacchetto solido e creando un sistema di credito specifico per il programma che fosse finanziato dalle banche locali.

Sul piatto tre milioni di dollari divisi tra Banco e Governo di Bahia per pagare l’assistenza tecnica a ben 700 produttori. La tecnologia, invece, sarebbe stata finanziata dal credito della banca. Appena partiti ecco i problemi. Il governo contribuisce con appena 100.000 dollari su 1,4 milioni poi scompare. Alla terza udienza richiesta dal Banco per chiarire la loro posizione nessuno si presenta. Il progetto però prosegue. Anche perché “il Banco Inter-americano, al contrario di molti altri, ha come obiettivo il far succedere davvero le cose. Una visione completamente diversa dalla maggioranza degli organismi che si occupano, in teoria, di sviluppo. Se qualcosa non funziona, come me, cercano il perché e studiano una soluzione.

Hanno una missione a differenza dei governi o di molte ONG che non agiscono in modo sistemico e, spesso, strizzano l’occhio a politiche populiste ed interessi personali.” Si decise di comune accordo di focalizzarsi sui 100 produttori più promettenti. Così facendo, pur riducendo il numero di interventi, avrebbero potuto proseguire nella messa a punto di un modello efficace. E così fu. Ad oggi il MAIS ha raggiunto un livello di efficacia ed innovazione difficilmente riscontrabile a livello mondiale. Il MAIS è un programma specifico per le aziende che si sviluppa per fasi. La prima é la definizione di un Modulo Agroclimatico (modulo MAIS) che sia specifico per il bioma e catena produttiva proposta e che risponda in maniera efficace alle sfide attuali e future dell’azienda che adotta il programma. Il sistema produttivo è fatto da un insieme di pratiche e tecnologie che devono aumentare la produzione ottimizzandone i costi, adattare la produzione agli shock climatici più seri e probabili, ridurre emissioni di gas serra e consumo di acqua e, soprattutto, recuperare la funzionalità dell’ecosistema attraverso agroforestazione, pratica in cui la copertura forestale é finalizzata alla produzione di legno pregiato e alimenti per l'uomo e l'animale. La gestione dell’intero sistema deve essere valutata come economicamente fattibile affinché sia possibile finanziarlo attraverso programmi di credito rurale creati specificamente per quei produttori privi dei fondi necessari ad apportare le innovazioni proposte. Successivamente i tecnici vengono formati ad orientare i produttori nell'implementazione del sistema e nella gestione economica e finanziaria dell'attività produttiva, adattando il business plan generale e gli interventi tecnici del modello MAIS alla realtà della fattoria (Intelligente) e valutando la necessità del credito. Ogni attività produttiva è successivamente monitorata attraverso indicatori economici, ambientali, sociali e produttivi per garantire che tutti gli attori del programma ricevano dei benefici tangibili. La società che ha adottato il programma e che paga per la sua esecuzione, ha un ritorno dell'investimento grazie ad un aumento produttivo attraverso pratiche rigorosamente ambientali e socialmente sostenibili (Sostenibile). Il produttore ha diversi vantaggi: aumento del reddito attraverso una diminuzione dei costi, aumento della produzione e valorizzazione della fattoria grazie ad una maggiore integrazione con l'ambiente e minore suscettibilità agli shock climatici. Il fondo rurale ha la garanzia di rientro del prestito al produttore attraverso un'azione non meramente commerciale ma anche ambientalmente ed eticamente corretta. Il consumatore che, comprando il prodotto, finanzia direttamente una trasformazione produttiva ed ambientale. Ed il governo che si trova ad avere più entrate fiscali provenienti da un sistema che recupera il capitale sociale e naturale.

Pertanto, “Sistema produttivo agroclimatico - credito rurale - assistenza tecnica - monitoraggio e valutazione dell’impatto”, riuniti in un quadrinomio generato dal basso, si fondono così nel programma MAIS che, adottato dall’alto, permette all’innovazione di proliferare poiché promossa direttamente da aziende che sono in grado di implementarla su scala esponenziale. La spina dorsale del programma MAIS è rappresentata dal quadrinomio “Sistema produttivo agroclimatico - credito rurale - assistenza tecnica - monitoraggio e valutazione dell’impatto” che viene generato dal basso (fase produttiva). E’ però alimentato dall’alto (Azienda) permettendo così all’innovazione di proliferare poiché implementata su scala esponenziale da chi finanzia il programma.

 

 

Giuseppe Penone, Continuerà a crescere tranne che in quel punto (1968–2003)

La vera rivoluzione: quando l’agricoltura rigenerativa diventa vantaggiosa, non solo per l’ambiente ma anche per l’economia

Parlando con Jose Antonio, il produttore che maggiormente ha saputo crescere utilizzando il modello, si comprende il potere del cambiamento generato. “Vivevo alla giornata senza aspettarmi niente dal futuro. Poi, un giorno, ecco che degli sconosciuti mi chiedono: “Di cosa hai bisogno?”. Era come se avessi avuto bisogno di un abbraccio e lo avessero fatto. In due anni sono passato da 100 litri di latte giornalieri a poco meno di 600. Con i primi soldi ho potuto comprare macchinari che mi hanno reso la vita più facile e più piacevole da vivere.” Vale la pena sottolineare come il tempo dedicato alla formazione tecnica, al di la degli aspetti pratici, ha un tale impatto psicologico sul produttore che il tecnico finisce con l’essere considerato un membro della famiglia. “Oggi ho qualcuno al mio fianco che mi aiuta e ho l’entusiasmo di un ragazzo mentre prima, come altri, stavo pensando di smettere di produrre latte.” Il MAIS è anche in grado di aprire gli occhi sulla questione ambientale. Sempre Jose Antonio:

“Qualcuno, vedendomi piantare alberi, ha detto “ci vorranno anni prima che crescano” ma non lo faccio per me, serviranno ai miei figli o ai miei nipoti. E’ cambiato radicalmente il mio modo di vedere il futuro.

Oggi comprendo che se attacchiamo la natura siamo noi i primi a pagarne le conseguenze. Provo una sensazione meravigliosa nel produrre sapendo di fare il bene della natura.” Il modello MAIS ha contribuito a che i produttori iniziassero a porsi domande nuove, diverse. E questo moltiplicarsi di domande ha favorito un diffuso accrescimento della conoscenza contribuendo all’implementazione del modello stesso. Grazie al MAIS oggi esistono delle aziende agricole modello da cui si recano nuovi produttori affinché possano toccare con mano il cambiamento e capire che è possibile e vantaggioso per loro e per l’ambiente, un aspetto centrale nel modello. E nella definizione di questo aspetto ha avuto un ruolo determinante l’incontro nel 2009, da parte di Daniele, con il guru dell’agricoltura sintropica Ernst Gotsch e, ancor di più, il legame sviluppato con il suo discepolo Henrique Souza dal quale, con Daniele, mi sono recato nella sua azienda agricola nella Mata Atlantica del sud dello stato di Bahia. Un viaggio su sterrati durato ore che ha cambiato la mia percezione della natura. Una volta li, Henrique ci fa fare un giro della sua proprietà. Guardo esterrefatto i risultati ottenuti nei suoi terreni. In poco meno di 15 anni quello che era polvere e formiche è diventata una foresta altamente produttiva. All’interno scorre un ruscello. Sento i rumori di animali che la popolano. Cammino sovrastato dal verde e faccio fatica ad accettare che, in realtà, non sia una semplice foresta ma un campo capace di produrre cacao, açai, cupuaçu… Henrique mi spiega

“Non usiamo nulla che non sia la natura stessa. Alcune delle piante che vedi servono a catalizzare l’energia, altre se ne nutrono. Attraverso la potatura io creo sia materia organica per nutrire il terreno, sia copertura a difesa di animali e piaghe e creo luce per la fotosintesi che è alla base di tutto.”

Mentre parla stacca col machete una fava di cacao e mi invita ad assaggiarne la polpa bianca che racchiude i suoi semi. Non sapevo neanche esistesse. Daniele vede la mia faccia e sorride. Poi scatta delle foto per immortalare quell’espressione. La bontà di quello che mangio mi fa riflettere sulla ricchezza che stiamo pian piano perdendo. Per le tre ore successive parliamo perché devo e voglio capire. L’agricoltura sintropica è una pratica capace di ridurre enormemente le superfici di coltivazione e addirittura invertire il processo di degradazione del suolo e delle risorse idriche attraverso la riforestazione. Di fatto si coltiva nella biodiversità, con rese quasi doppie per ettaro, rigenerando la vita nei terreni e aumentando esponenzialmente la qualità organolettica delle produzioni. Qui non si parla di una “religione ambientalista” radical chic. Siamo di fronte a qualcosa di estremamente laico e scientifico che soddisfa pienamente la sfera economica così come è in grado di apportare un'immensa qualità ambientale. Si parla di fertilità, acqua e vita ma anche di soldi. Infatti, queste pratiche hanno la capacità di incidere sul profitto. Una struttura produttiva sintropica è potenzialmente in grado non solo di produrre a livelli superiori di quella convenzionale ma anche di creare una curva di riduzione della spesa che, da sola, fa aumentare i ricavi. I veleni sono del tutto eliminati e i costosi fertilizzanti sono notevolmente ridotti. La fertilizzazione, esattamente come in natura, è infatti prodotta nel campo stesso dal materiale organico delle altre piante creando un mix equilibrato di piante “importatrici” che riescono a mineralizzare più velocemente in suolo, ed “esportatrici” che invece estraggono più di quanto immettono. Questa pratica, con il passare del tempo, migliora la produttività del suolo (la monocoltura la annienta), fa risparmiare acqua (la monocoltura no) e terreno (la monocoltura lo divora), accrescendo densità e pregio della produzione. E, ovviamente, questo genera un salto di qualità epocale dal punto di vista ambientale rispetto alla monocoltura che è invece una delle cause principali dello sfacelo attuale. Tuttavia, nonostante esistano esaltanti dati biologici ad invocare il cambiamento, le persone faticano enormemente ad abbracciare questa innovazione. Spesso, infatti, di fronte all’ovvio, ci si trova ironicamente in difficoltà. Perché qualcosa che ci pare troppo bello per essere vero è in grado di instillare il dubbio. E’ però imperativo che questo messaggio raggiunga più persone possibile perché esiste un cammino alternativo, un nuovo paradigma rigenerativo e non distruttivo che deve diventare la normalità. Pertanto, per far passare questi concetti con urgenza, è palese anche se avvilente, che il linguaggio più convincente non possa che essere quello economico. E il modello MAIS risponde precisamente a questa necessità, essendo una metodologia concepita per generare ricchezza attraverso l’aggregazione di tecnologie e metodi dirompenti e innovatori come l’uso dei principi della agricoltura sintropica. “Noi aiutiamo le proprietà a strutturarsi, di modo che possano sopravvivere nel tempo e propagarsi. Chi vede i risultati altrui vuole copiarli. La maggior parte dei produttori non vuole l’elemosina tipica di molte ONG e politiche governative. Vogliono strutturarsi per guadagnare da ciò che producono così da poter rinvestire nella proprietà.”

 

José Antonio con una foglia di cactus usata per alimentare le mucche

Un esempio virtuoso:  l’interesse di Danone

In anni di duro lavoro Daniele e coloro che lo hanno affiancato hanno progressivamente guadagnato visibilità al punto da ricevere 12 premi e riconoscimenti da importanti organizzazioni internazionali, tra cui ben 2 dell’ONU e uno dell’UNFCCC, l’organo che gestisce la convenzione sul clima. Ma il premio più significativo è stato ricevere le attenzioni di alcuni grandi gruppi imprenditori e multinazionali perché ha sancito, di fatto, il riconoscimento di aver saputo sistematizzare e rendere applicabile in una maniera incredibilmente flessibile l’innovazione. Oggi, ad esempio, è in piedi un dialogo aperto con la Danone che ha come obiettivo valutare la possibilità di utilizzare il modello MAIS per ridisegnare, nel Minas Gerais, i sistemi produttivi di un elevato numero di piccoli produttori familiari che forniscono latte alla multinazionale. Danone ha, sicuramente, un’attenzione maggiore di altre multinazionali verso la qualità del prodotto e sta orientandosi verso una crescita dei propri valori ambientali e sociali. L’obiettivo aziendale è annullare, entro il 2030, le proprie emissioni di CO2, sia di processo che prodotte dagli animali.

Come mi dice Ligia Camaro, a capo del dipartimento di sostenibilità di Danone in Brasile, “Abbiamo capito che per noi è vitale prenderci cura della nostra supply chain. Specialmente dei piccoli produttori familiari. Non farlo significa lasciare spazio ai nostri competitori e, ancor peggio, mettere a rischio l’esistenza stessa di chi fornisce il latte. Il loro benessere, la loro capacità tecnica nel produrre diventano vantaggi anche per noi.

Dobbiamo pertanto agire su tre livelli. Sociale: mettendoli in condizione di produrre qualità la cui remunerazione faccia si che i giovani non lascino il lavoro dei padri così evitando una disgregazione della comunità con conseguente esodo verso i centri urbani. Ambientale: assicurandoci che i produttori mutino il modo in cui producono così che diventi sostenibile. Economico: insegnandogli a controllare i costi, investire correttamente il denaro, gestire un cash flow o come accedere a credito.” Ligia sa che nella sua posizione può contribuire al cambiamento e fa tutto ciò che le è concesso affinché questo accada. Sa che non è una cosa semplice per via di quella che definisce “miopia” dei dipartimenti business ma ha imparato a vedere il suo ruolo come un “catalizzatore” d’attenzione verso maniere innovative di fare le cose. Anche perché sa che tutto ciò rappresenta una nuova frontiera della comunicazione che li differenzierebbe da tutto quello che esiste e non solo creerebbe maggior appeal verso i consumatori ma attrarrebbe quei talenti, tra i millenials, che hanno perso interesse a lavorare per società che non innovano. Se persino ad una multinazionale appare chiaro che il sistema economico e sociale in cui opera è diventato un rischio per la sua stessa sopravvivenza allora è davvero il caso di sedersi e riflettere.

Edward Burtynsky, Clearcut #1, Palm Oil Plantation, Borneo, Malaysia, 2016. Pigment inkjet print, 148.6 x 198.1 cm. Courtesy of the artist and Nicholas Metivier Gallery, Toronto. © Edward Burtynsky, 2017.

La via del futuro: verso un nuovo modello di “capitalismo naturale"

La propagazione e propaganda del modello classico capitalista dovuta a un flusso molto più libero d’informazione e a un mercato globalizzato, ha mostrato a paesi ancora in via di sviluppo modelli e stili di vita che sono socialmente, economicamente e ambientalmente ormai insostenibili. Da queste nazioni giunge una moltitudine di migranti che rischia la propria vita per raggiungere un sogno impossibile, spinta da forze maggiori come fame, guerre, carestie spesso causate dalle lotte di potere e dai modelli di consumo propri dei paesi che vede come modelli. Eppure il messaggio continua ad essere un altro: il consumismo ti fa vivere bene ed é, soprattutto, necessario a far crescere il PIL, che oggi è diventato l’unico “termometro sacro” di ogni paese e dell’economia mondiale. Ma il PIL non tiene in considerazioni le cosiddette “esternalità” causate dal nostro sistema economico: se un americano emette dieci o più volte anidride carbonica di un africano, esiste un danno ambientale che qualcuno deve pagare e che però il PIL non riesce ad includere nella sua misurazione. Il mondo si sta impoverendo di risorse naturali e ambientali, mentre i vari indici economici e finanziari sono probabilmente ai loro massimi storici.

Ovvero, siamo ambientalmente più poveri ma economicamente più ricchi. Dagli anni ’70 ad oggi, a causa di deforestazione, commercio illegale di animali, caccia, vendita di materiali “pregiati” (avorio), inquinamento, si è verificata una perdita del 40% sia di animali terrestri che voltatili che marini. L’uomo ha modificato il 50% della superficie terreste devastando gli ecosistemi. Si sono persi l’85% delle biodiversità alimentari perché è più facile produrre una sola varietà di mais che averne decine.

La velocità di estinzione di specie animali e vegetali ha superato i ritmi naturali di rigenerazione. Ciò perché multinazionali come Monsanto, diventata l’emblema di un modello economico fallimentare ma a cui tutti partecipano in forma diretta o indiretta, basano i loro guadagni sulla fornitura di  “pacchetti tecnologici” (veleni) che applicano a terre ormai sterili; rendendo, di fatto, la coltivazione totalmente dipendente da fertilizzanti chimici e insetticidi che hanno un carbon footprint altissimo, inquinano falde acquifere e uccidono insetti importantissimi per l’impollinazione. E dietro società di questo genere ci sono investitori, fondi di pensione e il PIL, NASDAQ, Dow Jones. L’idea è che tutto debba continuare a crescere o saremo perduti. Questo è il messaggio caotico e confuso che spesso i media aiutano a diffondere. Esiste un allarme inquinamento, il livello del mare si sta alzando, le siccità avanzano, ma dobbiamo continuare ad aumentare le nostre ricchezze e il nostro benessere, dobbiamo espandere le nostre frontiere economiche in altri paesi. Ammettiamolo: dal punto di vista del PIL il mondo moderno non ha mai visto un’onda di benessere così generalizzata. In molti paesi del mondo ricchezza e benessere sono aumentati rispetto a 40 anni fa. Ma grazie a uno scriteriato utilizzo di risorse ambientali e generando un allarmante inquinamento, cose che non vengono tuttora contabilizzate. Bisogna porsi una domanda semplice: quanto può durare? E quali saranno le conseguenze se non abbracciamo immediatamente modelli economici più sostenibili e soprattutto resilienti ai vari cambiamenti sociali, economici e climatici di cui la società ha bisogno per non collassare? E già ampiamente dimostrato che questa cecità abbia un enorme costo economico e sociale che impatterà sempre più drasticamente il tanto amato PIL che però, ironicamente, non è in grado di contabilizzarlo. Verso la metà-fine di questo secolo crescerà la frequenza di incendi, siccità ed uragani estremi. Altre tendenze assimilabili a vere e proprie calamità saranno sempre più frequenti. Eppure nei media persiste il vizio di focalizzarsi sui singoli eventi evitando accuratamente di nominare il cambio climatico. Il problema principale è che il sistema economico attuale è stato scritto e pensato da illustri economisti e imprenditori in un mondo abitato da 2-3 miliardi di persone, dove inquinamento, diminuzione di risorse naturali e biodiversità erano problemi confinati a grandi centri urbani ma, globalmente, limitati. La globalizzazione ha invece esportato su scala mondiale queste problematiche. A causare i danni più grandi sono i paesi ricchi, a soffrirne maggiormente quelli che meno hanno responsabilità e che, tra l’altro, hanno meno risorse per difendersi.

Sarà allora veramente necessario costruire muri tra Messico e USA, Africa e Europa, ricchi e poveri ? E se dentro queste mura non arriverà più cibo o acqua a cosa sarà valso?

Quello che Daniele fa dimostra che tutto questo è evitabile. Ma a patto di ripensare la struttura economica facendo in modo che includa, imprescindibilmente, le componenti sociale ed ambientale. E’ necessaria una presa di coscienza generale che porti al consolidamento di un’economia resiliente non solo ai vari shock climatici, ma anche all’ingordigia umana, alla massiva ed incessante distruzione di ecosistemi per arricchire pochi privilegiati, allo sfruttamento delle risorse naturali e delle popolazioni più povere che, secondo gli scienziati, avranno sempre meno possibilità di produrre e alimentarsi ma da cui dipende anche la maggior parte della nutrizione dei privilegiati. E, a renderlo possibile, non sarà un movimento ambientalista o un diktat politico quanto piuttosto una nuova maniera di pensare il capitalismo; ridando centralità al “capitale” piuttosto che al profitto, riconoscendo la crucialità dell’interdipendenza tra produzione, utilizzo di capitale umano e preservazione/rigenerazione del capitale naturale. Continueremmo a premiare chi ha voglia di primeggiare, chi ha più talento, ma uscendo, definitivamente, dalla logica predatoria e, soprattutto, irrimediabilmente suicida che lo contraddistingue. Perché, come ha detto Henrique Souza, ad essere in pericolo non è il mondo, ma la nostra stessa specie.