Io non sono africana, sono nata a pochi chilometri di distanza da Milano. Sento spesso parlare di “Africa” come se si trattasse di un unico stato, una realtà circoscritta che può essere letta e capita attraverso qualche mostra, un saggio, una fiera d’arte. L’Africa è immensa e, quando 5 anni fa ho iniziato a lavorare con artisti nati e cresciuti sul continente, ho iniziato a intuirne la vastità.L’occidente tende a utilizzare le sue categorie razionali per incasellare ciò che non conosce, invece di valorizzare le differenze, indagarle senza il tentativo di addomesticarle, di colonizzarle nuovamente, di rivestirle del proprio bagaglio culturale ed etichettarle. Nell’ultimo decennio ecco apparire la parola “Africa” nel titolo di mostre, rassegne e festival, a partire dalla Francia e dal Regno Unito, per arrivare recentemente anche in Italia. Un’ “Africa” trendy, esotica, misteriosa, un proficuo prodotto di marketing e allo stesso tempo una fonte di contaminazione e ispirazioni in tutti i campi, dalla moda al design, alla musica e all’arte.

Africa: 54 stati riconosciuti e un numero incalcolabile di stati-nazione indigeni (solo in Camerun più di 270, con lingue e tradizioni diverse). La sua popolazione, che supera il miliardo, è quasi il doppio di quella europea. Ci sono quindi tante afriche, quella araba, quella subsahariana, quella equatoriale, quella delle megalopoli e dei villaggi rurali, quella in guerra e quella in pace, quella rigogliosa e quella desertica. Nonostante questa eterogeneità, i miei occhi occidentali riconoscono degli aspetti che possono essere definiti comuni all’arte contemporanea del continente africano.

Il colore. La sensibilità ai colori naturali, diversi da quelli delle costruzioni in vetro o cemento delle città europee. Le terre bruciate, il verde delle piante, le tinture brillanti per il cotone. E poi c’è il nero, soprattutto in fotografia, il nero della pelle, del petrolio, della schiavitù, nascosto a volte dalla pittura bianca. Un nero che denuncia e allo stesso tempo celebra eccezionalmente la vita delle persone comuni, delle comunità emarginate e sessualmente discriminate come negli scatti di Sabelo Mlangeni (Sudafrica, 1980) o nei ritratti di Zanele Muholi (Sudafrica, 1972).

Pascale Marthine Tayou©, Plastic Tree, 2017

Un aspetto che colpisce chi cresce in città ricoperte di asfalto, è il rapporto degli artisti con la natura, la sua presenza costante nelle forme, nelle tinte, nei soggetti; una natura intesa come sabbia del deserto, foresta equatoriale, voce degli animali, ma anche corpo nudo, in contatto diretto con la madre Terra. Una natura che detta il tempo, dove l’elettricità è carente e le giornate sono scandite dai raggi del sole e dalle lune piene.

I materiali: legno, juta, frutta essiccata, rifiuti ferrosi, stoffe ricamate, terra… In molte installazioni sono aggregati insieme per raggiungere dimensioni sconfinate, a coprire interi edifici, come mantelli protettivi, lunghe storie raccontate dalla gente di strada. El Anatsui (Ghana, 1944), con le sue “cascate” di tappi di liquore recuperati, bevanda alcolica di cui è usanza versare alcuni sorsi a terra in dono agli antenati.

Abdoulaye Konaté (Mali, 1953), con i suoi arazzi di tessuto tradizionale Bazin e cotone, connotati da messaggi politici espliciti. Ibrahim Mahama (Ghana, 1987) che all’Arsenale di Venezia, come ad Accra, ricopre i muri di sacchi di juta a brandelli, marchiati, ancora impregnati dell’odore della merce che contenevano. Sono oggetti di cui non conosciamo il sapore, l’odore, la ruvidezza o la leggerezza, a volte li possiamo incontrare nei mercati africani delle grandi città, a Château Rouge e Parigi, a Bijlmer ad Amsterdam, e possiamo assaporare il gusto dolce delle arachidi bollite, l’affumicatura del pesce, la morbida consistenza del fufu. La pratica artistica accoglie la realtà di tutti i giorni. Una realtà fatta di artigianalità, in contesti in cui tradizionalmente non esiste una netta separazione tra artigianato e arte; dove nelle botteghe i maestri insegnano la lavorazione manuale dei materiali. Penso alle sculture in latta di Sokari Douglas Camp (Nigeria, 1958), ispirate dalla cultura Kalabari, figure semi-astratte adornate da maschere e costumi tradizionali; agli alberi di sacchetti di plastica, alle anfore e statuette antiche utilizzate da Pascale Marthine Tayou (Camerun, 1967) come rami di un’intricata foresta; alla manualità pittorica di Gareth Nyandoro (Zimbabwe, 1982), artista che graffia il dipinto come se gli togliesse la pelle.

Non c’è traccia del rigore delle linee rinascimentali che ha influenzato la pittura moderna occidentale, il gesto è libero, segue le forme sinuose del corpo, delle maschere rituali cariche di misticismo; l’energia non è confinata dalle regole della prospettiva. Le figure in movimento di William Kentridge (Sudafrica, 1955) ne sono un esempio, cariche di vitalità e ribellione alle ingiustizie sociali del suo paese. Forse l’aspetto più affascinante, visto da qui, è il legame con le tradizioni e gli antenati, che si trasforma in una forte componente performativa, eco di danze tribali e processioni. Mi scorre davanti agli occhi il Festino della Terra (Alaraagbo XIII), ispirato al festival di Santa Rosalia a Palermo e alle storie tradizionali Yoruba, di Jelili Atiku (Nigeria, 1968), invitato all’ultima Manifesta di Palermo. Mi ritrovo immersa nelle installazioni di Em’kal Eyongakpa (Camerun, 1981) basate su una cosmologia recitata dai suoi antenati sciamani, dove mondi onirici, video, disegni, sculture si fondono e una ricerca sonora, unica nel suo genere, combina i ritmi ancestrali del bacino del Congo con i suoni della foresta, utilizzando le gocce d’acqua come note per raccontare di un genocidio in corso.

William Kentridge more sweetly play the dance, 2015, eight-channel video installation with four megaphones, 15 minutes. all photos © William Kentridge, courtesy the artist and Marian Goodman Gallery

Ogni elemento è un simbolo da decifrare, inserito per denunciare le ingiustizie o riscoprire e preservare la memoria cancellata da un passato coloniale; come nell’indagine artistica di Otobong Nkanga (Nigeria, 1974), che si definisce una “attivista” dell’arte e cerca di portare lo spettatore a confrontarsi con la realtà dell’opera, trasfigurazione di una situazione politica e autobiografica.

Credo che per capire l’espressione artistica, figlia di un tempo e di un luogo specifico, sia necessario partire dagli artisti, dagli scrittori, dai maestri che in quei luoghi sono nati. Credo sempre che si debba assaggiare il cibo delle diverse regioni, provare le zuppe che da villaggio in villaggio cambiano sapore; ascoltare le percussioni e gli strumenti a fiato che ogni clan ha differenti; farsi raccontare le storie degli antenati sotto a tende costruite con le foglie secche delle pannocchie; guarire il mal di stomaco con l’olio di palma; studiare i leader politici come Thomas Sankara, l’Afro Beat di Fela Kuti, e tutte le grandi e piccole rivoluzioni che i diversi stati hanno vissuto. Tutto questo sicuramente molti di noi non potranno farlo, ma immaginatelo, cercatelo, chiedetelo all’artista che incontrerete. Percepire la vastità di una cultura e la sua ricchezza sconosciuta, senza desiderare di chiuderla in una stanza: forse è questo il significato onesto di decolonizzazione. Oggi più che mai quest’incontro è possibile. Negli anni ‘90 molti degli artisti africani attivi nel contesto internazionale erano della diaspora e dopo aver completato gli studi in Europa o Nord America, vi rimanevano. Nell'ultimo decennio buona parte degli artisti africani delle ultime generazioni ha deciso di fare ritorno ed essere attiva nella propria città di origine. Le connessioni, i viaggi, gli scambi, sono sempre più diretti e promossi dalle istituzioni internazionali.

Nel 1992, con la prima edizione della Biennale di Dakar, iniziarono una serie di rapporti più strutturati con il sistema e il mercato artistico occidentale. Dak’Art, oggi diretta da Simon Njami, resta uno degli eventi più importanti sul continente africano. Nel decennio successivo, appuntamenti fondamentali per l’arte contemporanea africana post-coloniale furono quelli curati da Okwui Ennwezor: Documenta XI (2002) e la Biennale di Venezia (2015) e, nel 2018, la Biennale di Berlino di Gabi Ngcobo.

Da qualche anno, oltre alle biennali e ai celebri festival dedicati alla fotografia come Les Rencontres de Bamako e LagosPhoto; si stanno affermando le fiere d’arte 1:54 (Londra, New York, Marrakesh), Also Known As Africa (Parigi); African Art Book Fair itinerante tra Senegal, Francia e il resto del mondo e tante altre iniziative in continua espansione. In parallelo i centri d’arte, che sostituiscono una mancanza di istituti di formazione, inaugurano progetti legati al territorio e di cooperazioni internazionali: CCA Lagos, Ker Thiossane (Dakar) e Darb Center (Cairo), Raw Material (Dakar), Kin ArtStudio (Kinshasa), solo per citarne alcuni.

Questo è un mio breve itinerario, tra i milioni di viaggi possibili attraverso un continente che non solo è enorme geograficamente, ma l’ho anche temporalmente, con la sua storia invasa di traumi e lacerata da ferite e nonostante ciò in grado di restituirci una forza inconsueta attraverso l’arte.