La lunga attesa  alla fine è stata premiata. I due cronisti della Reuter, Wa Lone e Kyaw Soe  Oo, sono stati liberati dopo più di 500 giorni di prigionia inflitti dalle autorità militari del Myanmar per aver osato rivelare al mondo il massacro che, nel 2017, ha segnato l’avvio dell’operazione di sterminio dei Rohingya, la minoranza musulmana del Paese costretta a rifugiarsi nel vicino Bangladesh. Una buona notizia, anche se ci vorrà ancora molto tempo e molta tenacia per garantire la pace a questo martoriato e povero angolo d’Asia, culla di civiltà millenarie che, a metà Ottocento, poteva vantare un reddito medio ben superiore a quello dei vicini, India compresa. Ma, come ha spiegato al Financial Times Ara Darzi, il chirurgo inglese che ha gestito la trattativa per la liberazione dei due giornalisti, la vicenda dimostra che la strada del dialogo è l’unica che si può percorrere, in una situazione estrema.

“Burma – dichiara lord Darzi riferendosi al nome che l’impero britannico diede al territorio – è un Paese giovane, bisognoso di aiuto non solo economico. L’unica cosa che possiamo fare noi è garantire un certo sostegno attraverso il dialogo. Con molta pazienza”.

Alla stessa conclusione, poco più di un anno prima, era arrivato un viaggiatore d’eccezione: Guido Damiani, esponente della dinastia di gioiellieri di Valenza protagonista di una missione umanitaria (ma con un occhio al business) realizzata con la collaborazione della senatrice Albertina Soliani, in contatto con il premio Nobel Aung Su  Ky, il punto di riferimento della società civile del Paese e l’ambasciatrice italiana, la giovane e dinamica Alessandra Schiavo. «Un diplomatico moderno – dice – come per fortuna s’incontrano sempre di più nelle ambasciate d’Italia, consapevole che per avere un ruolo internazionale, il nostro Paese deve partire dai commerci e non viceversa». Ma il business, per la verità, spiega solo in piccola parte l’avventura di Damiani, da sempre attratto dall’ansia di capire i segreti delle terre lontane. Terre di pietre preziose, destinate a finire in gioielleria, ma soprattutto terre di uomini, magari alle prese, come in Myanmar, con una situazione complessa, che rischia di non emergere ad una prima lettura superficiale.

«La realtà -spiega l’imprenditore - è assai diversa da quanto appare al filtro della mentalità occidentale che non tiene conto dei tempi necessari per il cambiamento , particolarmente lunghi nella cultura asiatica».

Proviamo così a seguire il resoconto di un viaggio, primo passo verso una relazione più stabile, che nei desideri di Damiani, è destinata a sfociare in una trasmissione di know how «quello dei nostri artigiani, che spesso hanno alle spalle un’esperienza di lavoro di cinquant’anni da trasmettere ad una terra che dispone della materia prima ma è costretta ad esportarla grezza per mancanza di competenze. Loro hanno le pietre, noi una grande scuola n grado di  favorire la crescita di un Paese con una grande popolazione che, oltre che sul turismo, deve senz’altro puntare sulle attività manifatturiere che possono far decollare un modello di  sviluppo sostenibile senza inquinamento e  labour intensive».Per ora un sogno che però diventerà realtà. «A Yangon ci hanno già proposto un paio di stabilimenti dove avviare l’attività. Ma vogliamo muoverci con prudenza. Il gruppo Damiani ha appena effettuato il delisting dalla Borsa ed ha in programma numerose iniziative che assorbiranno la nostra liquidità. Ma ci stiamo preparando. Senza fretta anche perché la svolta in Myanmar ci sarà solo dopo le elezioni dell’anno prossimo che potrebbero innescare il processo di riforme».

Nel frattempo l’imprenditore-esploratore ha fatto tesoro di esperienze insolite quasi inverosimili. Non capita tutti i giorni di visitare una miniera gestita da un ex guerrigliero  capo di una cooperativa che commercializza i suoi prodotti in joint venture con l’ex nemico. Ma è quanto è capitato al presidente di Damiani  in una zona fino a non molto tempo fa proibita: le montagne di Mogok ovvero quella che è chiamata “la valle dei rubini”, 200 chilometri a nord di Mandalay, nel cuore del territorio ancor oggi sotto il diretto controllo dell’esercito dove si trovano le leggendarie miniere di rubini e zaffiri. «Ho avuto modo di visitare – racconta Damiani – diverse miniere, sia a cielo aperto che nel sottosuolo. E non ne ho ricavato una cattiva impressione, a partire dalla struttura proprietaria originale. In genere l’imprenditore controlla una quota tra il 25 ed il 40% della miniera. Un altro 40% è nelle mani dei lavoratori, mentre il resto del capitale fa capo direttamente alla comunità locale. La ricchezza – continua il racconto – è conservata in una specie di forziere: in realtà un bidone di petrolio vuoto chiuso da un paio di lucchetti. Una struttura primordiale ma che, per quel che ho visto, denota una certa attenzione per la sicurezza dei lavoratori e per le esigenze ambientali, sia nei siti a cielo aperto che nelle miniere che arrivano anche a 200 metri di profondità nella Valle dei rubini dove comunque si lavora sotto soffitti abbastanza alti e in condizioni accettabili per gli standard delle economie emergenti».

Resta l’incognita di una situazione politica inquietante, dominata dai militari che hanno ceduto solo una porzione di potere ai civili e che hanno facile gioco ad alimentare l’odio della popolazione nei confronti della minoranza musulmana. «Certo, la situazione politica è fragile – riconosce – difficile che, prima di una svolta che mi auguro possa arrivare con le elezioni, arrivino dall’estero i capitali necessari per accelerare lo sviluppo. Sotto la pressione internazionale e temendo l’emergere di un movimento di protesta l’esercito ha dovuto allentare la stretta. I militari hanno avviato, pur tra contraddizioni e marce indietro, quella che si può definire una transizione democratica molto parziale da cui per ora è emerso uno strano condominio di potere tra forze già nemiche. La Costituzione è congegnata in maniera tale che il potere sia destinato a restare nelle mani dei militari che controllano tra l’altro buona parte delle risorse. La Costituzione prevede per le materie più sensibili una maggioranza qualificata del 75 per cento, ma all’esercito spetta il 25% del seggi  più uno, ovvero un esplicito potere di veto. Oltre ad controllo della difesa e del ministero degli Interni, più il controllo diretto delle zone di confine». In questo quadro, Aung Su Ky svolge un ruolo assai delicato, nella costante preoccupazione di sostenere un equilibrio instabile.

«Il partito della signora che ho avuto l’onore di conoscere ha vinto le elezioni na non può diventare presidente perché la Costituzione vieta che la carica possa essere ricoperta da chi ha sposato uno straniero, clausola introdotta proprio per sbarrare la strada a lei, che non ha potuto partecipare al funerale del marito perché le sarebbe stato vietato il rientro in patria. La questione delle minoranze s’inserisce in questo quadro fragile, in cui il nazionalismo può essere usato per fermare il rinnovamento: Aung San Suu Kyi è impegnata a rafforzare la fiducia degli investitori e a permettere così quegli investimenti che possono diffondere il benessere, finora riservato alla cerchia ristretta degli alti gradi militari decisi a proteggere i loro privilegi. È una situazione fragile, guai a comprometterla».

Ma da buon imprenditore, Damiani si sente ottimista. «Ho avuto la sensazione che anche i militari siano disponibili a fare qualche passo in avanti». Ma restano problemi drammatici, dai 730 mila esuli Rohingya in Bangladesh ai 331 detenuti politici che restano in carcere.

«Il Myanmar è un Paese diviso in due – conclude Damiani – da una parte i problemi legati ad una difficile storia che ha impoverito quella che è stata una grande civiltà, dall’altra una società in movimento. L’economia sta correndo,  un   dato confermato dall’avanzata dal Pil , ma anche dalla sensazione che si respira camminando  per le strade delle città principali. Stanno sorgendo nuovi palazzi,  ci sono appartamenti di lusso. Nascono gli shopping center, arrivano i primi segnali di turismo  di lusso, luoghi sulle coste e monumenti,  ma finché la situazione politica resta a rischio l’azione è limitata». Ci vuole pazienza, insomma. Anche per far del bene. «Il mostro impegno è quello di una charity, perché non ci sono le premesse per fare qui le lavorazioni più raffinate, quelle che ci riguardano». Ma fare impresa oggi, qui come in Africa dove Damiani collabora con diversi testimonial (come Sharon Stone) alla realizzazione di pozzi d’acqua, vuole dire aver ben chiaro l’obiettivo della sostenibilità.